di Marco Pugliese
Attenzione all’interesse nazionale ed all’impatto economico per il nostro Paese
Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dice di essere indagata per favoreggiamento e peculato. Lo racconta lei stessa su un video social, facendo trapelare un misto ‘indignazione e fierezza. La Procura che muove l’accusa è quella di Roma, guidata da Francesco Lo Voi, lo stesso che si è visto bocciare il processo Salvini per sequestro di persona. L’inchiesta coinvolge non solo la premier, ma pure il ministro della Giustizia Nordio, il titolare dell’Interno Piantedosi e il sottosegretario Mantovano.
Il casus belli? Il rimpatrio di Almasri, personaggio libico di spicco della polizia giudiziaria di Tripoli, sul quale la Corte penale internazionale aveva emesso un mandato d’arresto internazionale. Mandato che, guarda caso, arriva quando il tizio è già in Italia, dopo essere transitato indisturbato in mezza Europa per una dozzina di giorni.
La Corte d’Appello di Roma — tanto per non smentire il contorto copione — si ritrova senza la richiesta formale di arresto trasmessa dal ministero di Giustizia, come invece la legge vorrebbe. Risultato: niente convalida e Almasri che se ne sta libero sul nostro territorio. A quel punto, il governo decide di espellerlo al volo, con un rimpatrio organizzato a tempo di record, “per ragioni di sicurezza”.
L’avvocato Luigi Li Gotti, ex politico di sinistra, noto per le difese a pentiti eccellenti come Buscetta o Brusca, avrebbe presentato denuncia. E adesso ecco il copione: Meloni si dice pronta alla battaglia e proclama di non essere “ricattabile” né disposta a farsi “intimidire”.
Apriti cielo. Arriva la solidarietà: Tajani grida all’“abuso di potere” e condanna “scelte che suonano come una ripicca per la riforma della giustizia”. Salvini, prevedibilmente, sbotta: “Vergogna, vergogna, vergogna”. E chiama subito a raccolta la bandiera della riforma giudiziaria.
Dal canto suo, Forza Italia attraverso il portavoce Nevi parla di “attacco eversivo”. Frase che misura il clima rovente.
In uno scenario già minato da guerre tribali e conflitti d’interesse (Francia, Turchia e Russia si contendono il territorio libico), la mossa romana di espellere Almasri poteva apparire un colpo di teatro. Ma se il governo avesse esitato, se fossimo rimasti inerti o ci fossimo messi a litigare con la magistratura italiana e con la Corte penale internazionale, il rischio concreto era di irritare Tripoli. E irritare Tripoli, in questo momento, significa potenzialmente riaprire la stagione dei ricatti sulle forniture di gas e petrolio (con Eni sugli scudi) e sui flussi migratori (che impattano sull’Italia a livello sociale e di sicurezza)
Forse è per questo che Giorgia Meloni, nel difendersi, invoca la sicurezza nazionale e la ragion di Stato: segno che, al di là delle inchieste e dei battibecchi, in Libia si gioca ancora una partita dove l’Italia non può permettersi di sbagliare una mossa.




