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LETTERA APERTA AGLI GNOSTICI

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di Angelo Giubileo

Cari gnostici,

immaginatevi di poter far conto, di servirvi liberamente di un dispositivo, potrebbe darsi un microchip capace di proiettarvi in una dimensione extrasensoriale di eterno compiacimento. In pratica, come scrive oggi Yuval Noah Harari, sarebbe come se il Diavolo o Serpente mettesse a vostra completa disposizione uno strumento capace di trasformarvi in Dio (Harari, Homo Deus).

Perché no? Se è già accaduto che l’uomo abbia superato e tenda continuamente a superare il limite impostogli dalla propria natura, perché non dovrebbe accadere ancora? E quindi, è probabile che ciò possa ancora accadere…

Oltrepassare il limite significherebbe comunque intraprendere una “nuova via”, rispetto all’originaria e quindi “vecchia via” (G. de Santillana, Fato antico e fato moderno); e tuttavia, entrambe già ampiamente descritte e lungamente prospettate da Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend innanzitutto nella loro monumentale opera dal titolo Il mulino di Amleto.  

La “nuova via” è quella che gli Autori dicono sia stata inaugurata da Gilgamesh, alla ricerca del “rimedio” che dia nuova vita all’amico Enkidu precipitato nell’alveo infimo, nel gorgo, nel maelstrom della morte. E dunque, innanzitutto, è bene chiarire che i due Autori rappresentano un passaggio, di cui la Tradizione ha già fatto esperienza – s’intende parzialmente, nel tempo che ci separa da un futuro, che non è né il passato né ancora il presente.

In cosa consiste questo passaggio, questo attraversamento, questo oltrepassare la frontiera? E qual è questa frontiera o limite di cui si è detto? Fino a ieri, il limite è stato identificato con la possibilità di superare e quindi vincere la morte: mediante sia un rimedio “spirituale”, ovvero l’avvento di un nuovo paradiso ultraterreno, sia – nell’approssimarsi della pratica scientifica – un rimedio “naturale”, ovvero l’invenzione o la scoperta di un nuovo farmaco. Al punto che, già nella seconda metà del secolo scorso, Martin Heidegger si chiedeva se l’essere, nella sua stessa essenza, avrebbe mantenuto l’essenza dell’uomo.

Ma, ritorniamo agli autori del Mulino, e chiediamoci se abbiamo davvero compreso il messaggio che loro stessi hanno inteso tramandarci. E cioè se abbiamo davvero capito il significato della Tradizione e cioè dell’intera tradizione dell’Homo Sapiens – e almeno non ancora Homo Deus – che porta con sé il dato dell’esperienza relativa all’attraversamento delle due suddette vie. Il cammino delle quali, per quanto concerne la seconda, avrebbe avuto inizio almeno 5.000 anni fa circa.

E allora siamo davvero certi di avere compreso l’esperienza del cammino che ci conduce nel corso di codesta seconda via?

Nell’Epilogo all’opera (VIII ed. Adelphi, 2000), Giorgio de Santillana conclude ripetendo che “a proposito degli astronomi maya, ciò che contava erano i rapporti”. Ovvero le relazioni tra “tutte le cose (che) erano segni e segnature l’una dell’altra, inscritte nell’ologramma, da divinarsi con sottigliezza. Tale era anche la filosofia dei pitagorici: essa presiede a tutto il linguaggio classico, in quanto distinto dal linguaggio contemporaneo”.

E dunque un linguaggio che favoriva le relazioni tra le cose – pensate al linguaggio stesso del Mito, che, a differenza del linguaggio del Logos, mira ad essere multi-forme e non identitario. Ma, quando avrebbe avuto principio il “nuovo uso” del linguaggio? E cosa ha immediatamente significato?

Consentitemi allora il rinvio ad una citazione più ampia dei due Autori, che, in una nota al testo dell’opera, scrivono: “Per quanto possa sembrare assurdo, le numerose sette gnostiche, che odiavano i filosofi e i matematici più di ogni altra cosa, non hanno mai negato o messo in dubbio la validità dei loro ‘malvagi’ insegnamenti. Disgustati fino alla nausea, essi impararono le rotte ascensionali per attraversare (o percorrere) quelle sfere abominevoli dominate dal numero, create dalle potenze del male. Il loro ‘Padre della Grandezza’ non avrebbe sicuramente mai creato un cosmo. Si può ben dire che la tradizione si serve dei veicoli più strani per avanzare attraverso il tempo della storia. O non si dovrebbe forse dire ‘si serviva’? Di fronte alla prorompente rivoluzione delle ‘anime semplici’ contro qualsiasi forma di pensiero razionale, c’è poco da sperare che i nostri odierni gnostici affideranno ai posteri una qualsivoglia tradizione”.

Esattamente, si parla qui di “qualsiasi forma di pensiero razionale” e cioè di un pensiero razionale che crei forme capaci di mantenere una (possibile) relazione tra tutte le cose, senza per questo giungere alla creazione di un cosmo.

E invece, come anticipato nel testo dell’Epilogo medesimo, Giorgio de Santillana – leggendo Barthes e il suo Il grado zero della scrittura (Milano, 1960) – evidenzia che: “Ciò cui mira un componimento poetico moderno non è di definire o di limitare rapporti già accettati per convenzione; ci si sente come trasportati dal mondo della fisica classica newtoniana a quello delle particelle subatomiche, retto dalla teoria delle probabilità (…) ‘Le discontinuità del nuovo linguaggio poetico osserva Barthes ‘istituiscono una Natura frammentaria che si rivela solo a blocchi … La Natura vi diviene una discontinuità di oggetti solitari e terribili, perché i loro nessi sono virtuali. Di più: sono arbitrari”.

E quindi non resta che chiedersi, come fa lo stesso Autore: è possibile “una nuova sintesi”? Si, è possibile.

Ma, ancora: lungo il corso della nuova via, qual è o quale sarebbe o potrebbe essere il costo da pagare? Ed è chiaro che non occorre fare riferimento soltanto a un costo economico, comunque elevatissimo, senz’altro sproporzionato; ma innanzitutto al possibile costo del sacrificio di una “specie” in cambio di un’altra, progettata attraverso gli esperimenti dell’intelligenza artificiale e dell’ingegneria genetica.

Ha scritto Hannah Arendt: “La vittoria dell’animal laborans non sarebbe mai stata completa se il processo di secolarizzazione, la perdita invitabile della fede derivata dal dubbio cartesiano, non avesse privato la vita individuale della sua immortalità, o almeno della certezza dell’immortalità (…) L’uomo moderno, quando perse la certezza di un mondo a venire, si ripiegò su se stesso; lungi dal credere che il mondo potesse essere immortale, non fu più nemmeno sicuro che fosse reale. E quando postulò che fosse reale nell’ottimismo acritico e apparentemente incontrastato di una scienza in continuo progresso, si portò più lontano dalla terra di quanto non l’avesse mai portato la tensione cristiana verso l’oltre-mondo” (H. Arendt, Vita activa).

Ripiegando l’uomo su se stesso, la sua mente ha abdicato e si è rifugiata nel chiuso di un tempio, una segreteria politica, un laboratorio chimico, etc., a elaborare forme di pensiero razionale che piuttosto disaggregano la materia e quindi non agevolano la relazione tra (tutte) le cose. E allora: se questo è “il costo del sacrificio”, non pensate che sia meglio uscire alla natura?! Uscite alla natura!

Usciamo al mondo!

 

Autore

  • Redazione

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