
Silverio Allocca, su questo numero del giornale, mette il dito nella piaga della guerra di Gaza: il lavoro sporco di Benjamin Netanyahu.
Il tema, che ne deriva, è per chi?
Per dare una risposta minimamente coerente è necessario prendere in esame più fattori che contribuiscono ad una situazione che ha un valore strategico geopolitico.
In primo luogo va considerata la radicale diversità di prospettiva con la quale guardano al territorio che, per comodità chiamiamo Palestina, gli askenaziti e i sefarditi, i laici e i religiosi.
Askenaziti e laici pensano a Israele come ad uno Stato laico, dove è possibile la convivenza di più etnie e di più religioni. I sefarditi, oggi alleati con la parte religiosa fondamentalista, pensano a Israele come alla terra degli ebrei, quella donata a loro e solo a loro da Dio.
Benjamin Netanyahu è, oggi, l’espressione di questa seconda parte del mondo ebraico-israeliano, la qual cosa ha un’immediata conseguenza che ha impedito, sino ad ora, la realizzazione di un accordo con gli arabi palestinesi, al fine di una convivenza secondo la logica di due Stati.
Anche in questi giorni di alta tensione, il Comitato di programmazione di Gerusalemme ha approvato i piani per la costruzione di 1.738 unità abitative in una zona che a metà si trova oltre la linea Verde a Gerusalemme est e metà al suo interno. Lo ha fatto sapere l’ong ‘Peace Now’ secondo cui “la loro collocazione strategica tra gli insediamenti di Givat Hamatos e Har Homa le rende particolarmente problematiche da un punto di vista politico”.
La questione riguarda uno dei maggiori impedimenti ad una possibile convivenza, in quanto riguarda una strategia israeliana di occupazione dei territori di appartenenza palestinese, con la complicità dei coloni.
E’ del tutto evidente che, per una qualsiasi soluzione pacifica, la continua invasione dei coloni deve essere abbandonata e repressa, ma questo coinvolge direttamente la questione di come si intende la Palestina, ossia se sia o meno la Terra promessa e, in quanto tale, data direttamente da Dio agli ebrei.
Questa è una questione che lo Stato di Israele deve risolvere al proprio interno e, a dire il vero, anche al proprio esterno, considerato che la diaspora americana conta tanti ebrei quanti sono in Israele e che sono in maggioranza askenaziti.
Una seconda questione da affrontare riguarda l’Autorità nazionale palestinese.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito la sua contrarietà ad un possibile governo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) nella Striscia di Gaza. Lo riporta il quotidiano israeliano “Jerusalem Post”, precisando che la dichiarazione del primo ministro è arrivata dopo un’intervista con il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, alla stazione radio “Sky News Arabia”, nella quale si è dichiarato disposto ad assumere responsabilità dell’enclave palestinese.
“Finché sarò primo ministro di Israele, questo non accadrà”, ha detto Netanyahu, aggiungendo: “Coloro che educano i propri figli al terrorismo, finanziano il terrorismo e sostengono le famiglie dei terroristi, non saranno in grado di governare Gaza dopo la fine del conflitto”.
Quanto afferma Benjamin Netanyahu è una dichiarazione propagandistica che nasconde due realtà, una delle quali ha una sua indubbia ragione e l’altra a suo indubbio torto.
Partiamo dalla seconda. La logica seguita da Netanyahu è stata quella di dare spazio ad Hamas a Gaza al fine di tenere diviso il mondo palestinese, depotenziando Fatah, in base all’antica linea del divide et impera.
Inutile evitare la realtà. Se i finanziamenti ad Hamas da parte del Qatar sono transitati fino a prima dell’inizio del conflitto attraverso banche israeliane, è evidente che Netanyahu ha pensato di tenere tranquilla la situazione mantenendo due forze politiche tra di loro confliggenti tra gli arabi palestinesi.
Va però considerata la questione delle questioni, ossia il rapporto tra Fatah e i Fratelli Musulmani. Rapporto che rende impossibile dare credito all’Anp, non solo per Israele, ma anche per gli Stati arabi che i Fratelli Musulmani li hanno eliminati, incarcerati e sterminati e che di loro non ne vogliono sapere.
Molti Stati arabi, a cominciare dall’Egitto, dei Fratelli Musulmani non ne vogliono sapere ne ora ne mai. La questione arriva direttamente a Washington, in quanto la leadership democratica, con in testa Hillary Clinton, ha sempre sponsorizzato le azioni dei Fratelli Musulmani, come si è visto con le Primavere Arabe.
La palla passa dunque agli Usa, i quali, se vogliono che ci sia uno Stato palestinese devono abbandonare i rapporti con i Fratelli Musulmani. Cosa non facile, ma necessaria.
Che Hamas debba essere eradicato dalla Striscia è ormai una necessità condivisa non solo dall’Occidente, ma anche dagli Stati arabi che con l’Occidente intendono costruire rapporti di partenariato.
E qui si arriva ad un altro nodo, quello che vede intrecciarsi la Via della Seta, con la via del Cotone, e che mette in campo gli interessi confliggenti dell’Occidente con la Cina.
Affinché si possa sviluppare la Via del Cotone, che dall’India passa per gli Emirati, l’Arabia Saudita e Israele, per approdare sul Mediterraneo e successivamente in Europa, è necessario stabilizzare l’area.
Gli Accordi di Abramo sono una buona premessa, messa in discussione dall’Iran e da Hamas, che è al suo servizio. Conseguentemente la fine di Hamas è uno dei tasselli essenziali per sistemare l’area anche in funzione delle nuove vie commerciali alternative a quelle cinesi.
L’Iran, tuttavia, alleato della Cina e della Russia, minaccia Israele sul fronte libanese, tramite gli Hezbollah, i quali hanno una potenza bellica molto superiore a quella di Hamas. Qui l’intreccio riguarda la Siria e, conseguentemente, la Russia, che in Siria ha una base navale a Tartus e basi aeroportuali.
Partita difficile, quella dell’Iran, che non può che avere risvolti anche con l’Ucraina.
Sulla scena è presente il presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdogan, il quale ha parlato alla stampa, affermando che la possibile creazione di una zona cuscinetto tra la Striscia di Gaza e Israele “è irrispettosa nei confronti dei palestinesi, non vale la pena discuterne”. Davanti ai giornalisti, Erdogan ha aggiunto: “La Turchia è pronta a ospitare una conferenza di pace sul conflitto israelo-palestinese in qualità di Stato garante, se c’è una volontà reale di raggiungere la pace”. Israele, ha proseguito, “pagherà un prezzo elevato se oserà colpire i membri di Hamas in Turchia”.
Anche in questo caso, è necessario andare oltre le apparenze. A Erdogan di Hamas importa assolutamente nulla, ma rendersi paladino dell’organizzazione palestinese che opera nella striscia di Gaza gli serve per togliere l’organizzazione terroristica dall’influenza dell’Iran, da sempre nemico della Turchia. Non è improbabile, considerato che la Turchia è nella Nato, che Erdogan stia facendo un servizio agli Usa, depotenziando il rapporto Hamas-Iran.
Il gioco, come si può constatare, è assai complesso, ma una cosa è chiara, visibile e certa: Netanyahu in questo momento sta facendo il lavoro sporco per conto di molti.





