Home Politica estera UNA TELEFONATA E LA NATO E’ MORTA, INTESA A DUE

UNA TELEFONATA E LA NATO E’ MORTA, INTESA A DUE

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“Per gli Usa la Russia non è un nemico: perciò va fatta subito la pace in Ucraina, nonostante le prefiche europee. Ed è bastato questo per scardinare tutto l’impianto bellico dell’Alleanza atlantica”
Fabio Minni
 
Forse è ancora presto per considerare finita la guerra in Ucraina. Non basta una telefonata per definirne l’esito, ma forse basta per segnare l’avvio di quella svolta importante, temuta da tutti i sostenitori della guerra e spavaldamente sottovalutata. Si è abusato spesso delle presunte “svolte epocali” che se da un lato aprivano spiragli di speranza.
 
Annunciando la sua conversazione con Putin su Truth Social, la piattaforma social costruita sul modello di Twitter, Trump ha espresso l’auspicio che Stati Uniti e Russia possano tornare ad avere relazioni amichevoli e che la guerra in Ucraina possa concludersi rapidamente. Quasi in contemporanea, Hegseth ha delineato con maggiore chiarezza la posizione dell’amministrazione americana durante un incontro coi ministri della difesa alleati a Bruxelles.
 
Hegseth ha affermato che non è realistico pensare che l’Ucraina possa ripristinare i confini del 1991 (quando ancora includeva la Crimea, che la Russia ha annesso nel 2014). Ha aggiunto che gli Stati Uniti non intendono espandere ulteriormente la NATO. E ha concluso che un eventuale accordo di pace in Ucraina dovrebbe essere garantito da forze europee e non-europee, senza però partecipazione americana e operanti con un mandato extra-Articolo 5 della NATO, risultando così prive della protezione della clausola di difesa collettiva dell’Alleanza. Hegseth ha inoltre ribadito che, pur restando impegnati nell’Alleanza Atlantica, gli Stati Uniti daranno sempre maggiore priorità all’Indo-Pacifico.
 
Uno dei principali motivi di preoccupazione riguarda il modo in cui il negoziato sembra prendere forma, con l’Ucraina tenuta ai margini sin dalle prime fasi. Il fatto che Trump abbia parlato con Putin prima ancora di consultare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky segnala l’apparente volontà del presidente americano di non coordinarsi preventivamente con il governo ucraino e pertanto di ridurre la capacità negoziale di quest’ultimo (Comprese le rimostranze di Zelensky e le battutaccie di Trump nei suoi confronti). A questo si aggiunge il mancato coinvolgimento degli alleati europei nonostante, secondo Hegseth, spetterebbe loro farsi carico della stabilità post-bellica in Ucraina.
 
Altrettanto problematico è il fatto che gli Stati Uniti sembrano disposti a fare concessioni significative alla Russia senza aver prima ottenuto qualcosa in cambio. La fine della politica della “porta aperta” della NATO, il trasferimento agli europei della responsabilità sulla sicurezza ucraina e il ridimensionamento del ruolo americano in Europa sono tutte posizioni che riflettono una disponibilità al compromesso da parte di Washington, senza che da Mosca arrivi alcun segnale di apertura reciproca.
 
Anzi, la Russia ha fatto intendere di vedere un negoziato come un’occasione per continuare a perseguire gli obiettivi fissati all’inizio dell’invasione: ridurre l’influenza della NATO e bloccarne l’allargamento; forzare Kyiv a riconoscere l’annessione alla Russia delle province occupate dalle forze di Mosca; imporre la neutralità e la ‘smilitarizzazione’ dell’Ucraina (ovvero la riduzione delle sue forze armate a un numero tale da essere inadeguate alla difesa del territorio); e favorire un cambio di governo a Kyiv in senso filo-russo.
 
Infine, lascia sconcertati la logica con cui gli Stati Uniti stanno vincolando il continuo sostegno all’Ucraina. L’unica garanzia di aiuti militari sembra legata agli interessi economici delle aziende americane nel settore delle materie prime più che a considerazioni strategiche e normative.In un contesto così incerto, il rischio è che Kyiv si ritrovi più isolata e vulnerabile all’espansionismo imperialista russo.
 
Tuttavia, vi sono elementi che fanno pensare che l’Ucraina non sia per forza destinata a subire passivamente un accordo a lei sfavorevole. Un’intesa che trasferisca interamente agli europei l’onere della sicurezza ucraina appare di difficile attuazione, sia per le limitate capacità militari e finanziarie degli stati europei, sia per la loro riluttanza ad assumere un impegno del genere senza un inequivocabile sostegno americano.
 
Inoltre, un accordo che rifletta in modo marcato gli interessi russi, senza offrire garanzie credibili all’Ucraina contro una nuova invasione e che risulti in una NATO più vulnerabile, potrebbe rivelarsi un boomerang. L’amministrazione Trump potrebbe venire associata nell’opinione pubblica interna a una sconfitta in modo non dissimile da come Joe Biden lo è stato con l’Afghanistan, con pesanti ripercussioni sul prestigio politico del presidente.
 
Infine, e cosa più importante, il carattere massimalista delle richieste russe potrebbe paradossalmente giocare a favore dell’Ucraina. Se Mosca continuerà a esigere una vittoria totale – che implicherebbe non solo il riconoscimento delle annessioni territoriali, ma anche una subordinazione politica di Kyiv – Trump potrebbe trovarsi costretto a mantenere la pressione su Mosca, sia attraverso le sanzioni, sia proseguendo, magari mediante prestiti invece che trasferimenti, la fornitura di armi all’Ucraina. L’intransigenza di Putin potrebbe essere il principale ostacolo a un accordo che trasformi l’Ucraina in un protettorato russo, lasciando aperta la possibilità che Kyiv continui a ricevere da parte dei paesi NATO e dei loro partner il sostegno necessario per resistere e strappare termini più favorevoli.
 
Queste considerazioni restano del tutto preliminari. Saranno i dettagli che emergeranno nelle prossime settimane a confermare o smentire i timori delineati, così come la plausibilità di un accordo lungo le linee tracciate da Hegseth. Tuttavia il più volte annunciato disimpegno americano dalla sicurezza europea sembra prendere forma. Di fronte a questa realtà, la risposta migliore per gli europei non è né un allineamento acritico agli Stati Uniti né una politica di appeasement nei confronti della Russia, ma un rafforzamento coordinato delle proprie capacità militari, finanziarie e diplomatiche per acquisire maggiore controllo sulle sorti del continente.
 
Il 18 febbraio è iniziato a Riad, in Arabia Saudita, l’incontro tra delegati americani e russi sull’Ucraina. Una svolta diplomatica, a tre anni ormai dall’invasione russa del 24 febbraio 2022. I colloqui, che si svolgono nel palazzo Diriyah di proprietà della famiglia reale saudita, non sono stati preceduti dalle abituali strette di mano a beneficio di fotografi e telecamere.
 
Più che direttamente delle condizioni per porre fine alla guerra in Ucraina, oggi si parla del rilancio delle relazioni tra Mosca e Washington. Tra i principali obiettivi dell’incontro c’è la preparazione del faccia a faccia fra il presidente americano Donald Trump e l’omologo russo Vladimir Putin. Trump ha già annunciato che il vertice si terrà “presto in Arabia”.
 
Più che direttamente delle condizioni per porre fine alla guerra in Ucraina, oggi si parla del rilancio delle relazioni tra Mosca e Washington. Tra i principali obiettivi dell’incontro c’è la preparazione del faccia a faccia fra il presidente americano Donald Trump e l’omologo russo Vladimir Putin. Trump ha già annunciato che il vertice si terrà “presto in Arabia”.
 
La scelta della capitale saudita è un riconoscimento dello status di potenza non solo regionale acquisito dalla monarchia del Golfo, sempre più attore chiave anche nella crisi a Gaza. Forte di un rapporto più che solido con Trump, che nel 2017 scelse il regno del Golfo per la prima visita ufficiale all’estero, il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) mantiene legami privilegiati con la Russia (tanto da aver agevolato il rilascio dell’americano Fogel) e con la Cina, ma al tempo stesso non ha rotto con Kiev. Domani proprio il presidente ucraino Zelensky sarà a Riad, per una visita programmata da tempo come tappa del suo viaggio in Medio Oriente (sarà anche negli Emirati Arabi Uniti). Da tempo MbS è impegnato ad accreditarsi come un giocatore essenziale nella diplomazia globale: appare ormai superato l’isolamento internazionale seguito alla barbara uccisione del giornalista d’opposizione Jamal Khashoggi avvenuta nel consolato saudita a Istanbul. Trump conta su Riad anche per rilanciare gli Accordi di Abramo siglati durante il suo primo mandato e che avrebbero dovuto portare alla normalizzazione dei rapporti fra Israele e Paesi arabi.
 
Sia Kiev che Bruxelles, esclusi dai colloqui di Riad avviati unilateralmente dagli Usa, hanno sottolineato che non implementeranno un accordo negoziato senza di loro. Sullo sfondo, l’annunciato ridimensionamento dell’investimento statunitense nella sicurezza dell’Europa.
 
Martedì il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha ribadito che Putin è pronto a incontrare Zelensky anche se “la realtà lascia spazio a dispute sulla legittimità dello stesso Zelensky”. Il riferimento è al fatto che il mandato presidenziale è scaduto nel maggio del 2024, ma non è stato possibile indire le elezioni a causa della legge marziale per il conflitto in corso. Lo stesso Peskov ha detto che la Russia riconosce il diritto dell’Ucraina di aderire all’Unione Europea ma “la situazione è completamente diversa quando si tratta di questioni di sicurezza e di alleanze militari”. Ovvero: Mosca non potrebbe accettare l’ingresso di Kiev nella Nato.
 
Russia e Stati Uniti hanno discusso anche di una possibile cooperazione sui progetti energetici nell’Artico nell’incontro di oggi a Riad: lo ha riferito a Politico l’oligarca russo Kirill Dmitriev, ceo del fondo sovrano di investimento russo (Rdif) e membro della delegazione di Mosca ai colloqui.  Dmitriev ha detto che le conversazioni economiche hanno riguardato linee generali ma che le due parti hanno discusso di alcune “aree specifiche di cooperazione”. “È stata più una discussione generale, forse progetti congiunti nell’Artico. Abbiamo discusso specificamente dell’Artico”, ha dichiarato. 
 
Dmitriev ha detto anche di aver presentato una stima del Rdif secondo cui le aziende statunitensi hanno perso circa 300 miliardi di dollari a seguito dell’abbandono della Russia per l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. “C’è la consapevolezza che i cattivi rapporti tra Russia e Stati Uniti in realtà costano molto alle aziende americane e ci sono modi per far sì che una cooperazione produttiva vada a vantaggio sia della Russia che degli Stati Uniti”, ha sottolineato. 

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