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Stranieri e passaporto: la cittadinanza italiana si guadagni a punti

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cittadinanza italiana

L’appartenenza è questione di compatibilità

Regalasi cittadinanza italiana. Bastano 10 anni di residenza per avere il passaporto. Ma sono sufficienti per diventare veramente italiani?

Sembra proprio di no. Una prova tangibile l’ha fornita la cronaca.

A Monfalcone un cittadino italiano di origine pakistana si è presentato in Comune per far registrare il ripudio della moglie secondo la sharia.

Impossibile? No, è un cittadino italiano a tutti gli effetti. Ha superato tutti i requisiti, ha giurato fedeltà alla Repubblica. Ora ha il nostro passaporto in tasca.

La risposta è lì. Il tempo non integra nessuno. Il tempo passa, tutto qui.

La legge, invece, ci crede.

Conta gli anni come se l’appartenenza fosse un deposito che matura interessi. Resti abbastanza a lungo e un giorno ti svegli italiano.

Sulla carta siamo tra i più severi d’Europa: 10 anni di residenza, contro i 5 di Germania e Francia. La sinistra si sgola a ripeterlo in ogni dibattito. È vero.

Poi però si guardano i risultati. 217mila nuovi italiani nel 2024, record di sempre, terzo anno di fila sopra quota 200mila.

Tasso di naturalizzazione al 4,1%, contro una media europea del 2,7%. Davanti a noi solo la Svezia. La legge più severa, il rubinetto più aperto.

Circa 4 su 10 arrivano per residenza. Quasi altri 3 sono i figli minori, che la ricevono in automatico dal genitore appena naturalizzato. Una firma, una famiglia.

Come si spiega?

Con ciò che l’Italia non chiede.

Chiede il tempo, il reddito, la fedina pulita, un attestato di lingua. Non chiede chi sei diventato.

In Germania c’è un esame: 33 domande su leggi, storia, valori. Da noi nessuna domanda. Risponde il calendario.

Sono un romano che ha vissuto 10 anni a Milano. Città generosa, che dà lavoro, ma chiede di integrarti.

Molti trapiantati cercano in tutti i modi di assumerne pure l’accento. Si danno un tono, in un posto dove darsi un tono è la regola.

La prima sera, a una cena, uno sconosciuto mi ha chiesto a freddo che lavoro facessi. Ero direttore in una multinazionale, ma gli ho risposto: “Sono arrivato oggi, qualcosa mi faranno fare”.

Lui ha insistito per dirmi il suo: “Mi occupo della gestione dei flussi di cassa nei rapporti diretti con la clientela per l’ATM”.

Faceva il bigliettaio.

In 10 anni nessuno è riuscito a fare di me un milanese. Anzi. Nella Città eterna gira una vecchia battuta: la cosa più bella di Milano è il treno per Roma.

Si ride, poi si pensi a cosa significa.

Stessa lingua, stessa bandiera, stessa messa la domenica, stesso codice civile. Un decennio non ha spostato la mia appartenenza di un millimetro.

Perché l’appartenenza non è questione di tempo. È questione di compatibilità.

Per lo Stato, invece, lo stesso decennio basta a fare un italiano di chi è partito da Dacca.

Si dirà: pure gli italiani d’America si tennero il santo in processione e il dialetto in cucina. Verissimo. Ma la legge era quella americana, senza discussioni.

E il benvenuto lo ricevevano a Ellis Island: visita medica e 29 domande, una per una. L’America interrogava sul molo. Noi non interroghiamo nemmeno al giuramento.

In Italia nessuno oggi chiede di cambiare fede o ricette. Ci mancherebbe. Andrebbe chiesto di cambiare codice.

Una moglie non si ripudia, una figlia non si promette, la legge dello Stato sta sopra ogni altra.

Perché un tempo 10 anni bastavano e oggi no?

Un tempo chi emigrava tagliava i ponti per forza. Una lettera al mese, un ritorno ogni dieci anni, se andava bene. Per sopravvivere doveva imparare la lingua, i modi, le regole.

L’isolamento faceva il lavoro. E, se non bastava, la spedizione indietro era garantita dallo Stato ospitante.

Oggi si può vivere 10 anni in Italia senza lasciare mai il Bangladesh. La TV satellitare in salotto, il villaggio su WhatsApp ogni sera, il volo low cost, il negozio dei connazionali, la sala di preghiera nel garage, la moglie scelta dalla famiglia al paese.

La residenza è qui. La vita è altrove.

Poi c’è l’altra metà del problema, la nostra.

Gli italiani li producevano quattro macchine: la scuola, la fabbrica, la parrocchia, la caserma. La naja prese calabresi e veneti che non si capivano tra loro. Ne fece dei connazionali.

La caserma è chiusa. La fabbrica è un subappalto. La parrocchia è vuota, perché in troppi casi è diventata, nei fatti, una sezione del partito mondialista. La scuola ha smesso di insegnare cosa siamo per paura di offendere chi arriva.

Integrarsi, d’accordo. Ma che vuol dire?

Da decenni ci vergogniamo di dirlo.

Patria è parola da caserma, identità è addirittura sospetta. Nei salotti chi la pronuncia viene guardato come uno che ha sbagliato secolo.

Chi non sa dire cosa sia l’integrazione non può chiederla a chi bussa. Allora chiede le buste paga.

Il funzionario lo sa. Una domanda sui valori è un ricorso al TAR, un titolo di giornale, un’accusa di razzismo. Una crocetta sul modulo non ha mai rovinato una carriera.

Chi chiede, dal canto suo, fa il proprio interesse. Per molti il passaporto non è un approdo, è un attrezzo: apre un continente, mette al riparo dall’espulsione. Per sempre.

La scena finale è da ufficio. Un giuramento di una riga letto da un foglio, tra un cambio di residenza e una carta d’identità.

Il momento più solenne che una nazione possa offrire, sbrigato su appuntamento come una pratica qualsiasi.

Eppure, proprio lì, all’ultimo sportello, qualcuno ha guardato in faccia il candidato.

A Pescate, alle porte di Lecco, un uomo con 10 anni di residenza e l’attestato di italiano vistato dalla Prefettura non è riuscito a pronunciare una sillaba del giuramento. Rispondevano per lui la moglie e i figli.

La famiglia lo ha spiegato così: parla solo con i colleghi e i parenti kosovari. 10 anni in Italia senza mai entrarci.

A Pontoglio ne erano passati 15. A Vigonovo 21. A Cairate traduceva la figlia. A Casalmaggiore la candidata è stata rimandata a casa a studiare la formula: una riga.

Quei sindaci hanno detto no.

“I sindaci non sono passacarte”, ha detto uno.

“La cittadinanza non si regala”, ha scritto un altro.

Hanno fatto il loro dovere.

La domanda è un’altra: perché gli altri no?

Decine di migliaia di giuramenti l’anno, quasi 8mila Comuni. Possibile che i candidati muti siano capitati tutti in una manciata di municipi?

La risposta sta nella legge. Il sindaco non decide niente: il Ministero concede, il Comune è tenuto a conferire.

L’unico rappresentante dello Stato che vede il candidato in carne e ossa è l’unico che non può dire no.

E l’attestato di lingua? C’era, timbrato. L’Italia non chiede l’italiano. Chiede un certificato.

E i certificati, in Italia, si sa come girano.

A Modena la polizia ha filmato gli esami di lingua di un centro accreditato: risposte già scritte da copiare, commissione compiacente. 6.000 casi, amministratori condannati a 6 anni.

A Ravenna, secondo l’accusa, i certificati erano medici: servivano a fermare i rimpatri. Lì non c’entrava il denaro. C’entrava la militanza.

Dove un timbro vale un diritto, c’è sempre qualcuno pronto a venderlo o a regalarlo.

Con un’aggravante. Un permesso di soggiorno si revoca. La cittadinanza no, salvo condanne definitive per terrorismo.

L’errore sul permesso dura fino al rinnovo. L’errore sulla cittadinanza dura per generazioni: passa ai figli.

Non servono altri anni. Serve smettere di contarli.

Ecco la proposta.

La cittadinanza non si matura. Si guadagna. A punti, come una patente al contrario: si parte da zero, si sale.

Punti per la lingua, verificata a voce e non su carta. Punti per un esame nazionale su storia, leggi, Costituzione. Domande pubbliche, risposte chiuse, uguali da Bolzano a Lampedusa.

Punti pure per chi sceglie di italianizzare nome e cognome. In Francia è una facoltà dal 1972. Nessun obbligo: un segnale. Chi vuole appartenere lo dice così.

Niente commissioni, niente centri accreditati, niente esperti. Si è visto come finisce.

L’ultima parola al sindaco, in seduta pubblica, con la telecamera accesa. Può dire no, motivando. Chi firma un sì ne risponde di persona.

Poi il giuramento. Vero, con conseguenze vere: chi lo tradisce restituisce il passaporto.

A Monfalcone quell’uomo aveva giurato di osservare le leggi dello Stato. Poi ha chiesto allo Stato di registrare la sharia. Oggi non rischia niente.

Il calendario misura quanto sei rimasto. Non dice chi sei diventato.

Un Paese serio, prima di aprire le braccia a un nuovo cittadino, deve essere certo di chi sia.

E se lui resta in silenzio, come a Pescate, deve avere il coraggio di richiuderle.

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