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L’Istat e gli indici della povertà

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L'Istat e gli indici della povertà

Le due Italie con contraddizioni tra territori e tra ceti sociali

Sono certo che l’edizione 2026 del BES dell’Istat, che non è certamente un bollettino di propaganda di chi governa eppure presenta indicazioni di progressi importanti compiuti, avrà il triste epilogo di essere arma per strumentalizzazioni reciproche anziché un fondamentale momento di analisi della realtà.
Quella che dovrebbe portare a immaginare politiche serie.

Quel rapporto smentisce sia l’autolatria della maggioranza e sia il catastrofismo dell’opposizione.

Non è vero che si sia fatto tantissimo, non è vero che non si sia fatto niente in questi ultimi anni.

Non esiste l’Italia senza pensieri e né l’Italia che affonda: esistono due Italie con contraddizioni tra territori e tra ceti sociali, con aree di necessario intervento, che si affiancano a importanti progressi realizzati.

Il rapporto BES analizza 148 indicatori di benessere, 132 dei quali confrontabili con l’anno precedente. Nell’ultima rilevazione, gli indicatori che migliorano rispetto all’anno precedente sono 54, quelli che restano stabili sono 55, quelli che peggiorano sono 23.

Accanto all’Italia che protesta ce n’è una che migliora e che meriterebbe di essere considerata come immagine del nostro Paese non meno veritiera di quella messa in campo dall’Italia che protesta.

C’è la fila per un pasto caldo presso associazioni umanitarie, c’è la fila per prestazioni sanitarie (però qui il discorso si allarga)… ma c’è la fila anche per prenotare una cena, o un viaggio, o una vacanza, o un ingresso per ascoltare il cantante preferito, o il nuovo cellulare….

Con questi dati si può fare polemiche, il più delle volte pretestuose, o riflessioni per capire cosa cambiare delle politiche attuali e cosa confermare.

E cosa aggiungere. Distinguere ciò che peggiora da ciò che migliora forse sarà elettoralmente poco utile ma è la base per politiche serie.

E qui una piccola riflessione sussidiaria. Per farlo, la base dei dati di analisi deve essere corretta. L’utilizzo strumentale di dati, addensati a secondo di come fa comodo in modo da prospettare statistiche favorevoli alle proprie tesi, è ormai una norma.

Landini e il suo “recupero del fiscal drag”, in realtà inesistente o quasi, ne è un esempio. Le condizioni di alcuni elementi riguardanti la scuola anche. Idem per la Sanità.

Ma anche su questioni più generali, il gioco è al massacro.

L’Istat presenta due indici relativi alla povertà. Secondo uno, negli ultimi dieci anni la povertà è aumentata. Secondo l’altro, al contrario, è diminuita.

Il motivo è che metodo di calcolo è diverso: andrebbero perciò integrati i due risultati.

E, forse, andrebbe anche scelta una metodologia più corretta. E, invece, si gioca a scegliere quello che può giustificare le manifestazioni ovvero, al contrario, la soddisfazione del Governo.

Credo toccherà la stessa sorte al BES: altra occasione perduta.

A proposito: Riformisti, se ci siete battete un colpo. Perché questo dovrebbe essere il vostro – anzi nostro – terreno.

Autore

  • Giuseppe Augieri

    Giuseppe Augieri, laureato in Economia e Commercio, Master alla SdA Bocconi, ha seguito corsi di alta formazione in statistica ed econometria. Progettista impianti, impiegato tecnico ENEL, Segretario Generale UIL – Energia, proprietario ed editore del giornale della Federazione, team leader dello start-up della società ENEL di formazione. Già Responsabile di analisi e controllo gestione di un'importante azienda e amministratore delegato di una sua costola internazionale.

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