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Una devastante crisi di valori

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crisi di valori

Un disastro dovuto alla globalizzazione e alla finanza

Tanti avvenimenti, successi in questi anni, hanno determinato una crisi devastante di alcuni principi valoriali che, nel Novecento, avevano costituito, almeno nell’Occidente, società plurali, democratiche, civili e dove erano riconosciuti i diritti essenziali della persona.

Tutto è avvenuto a partire dalle trasformazioni imposte dalla globalizzazione e dall’intervento della finanza nell’economia. Si è il tutto aggravato con la pandemia, prima, e, successivamente, con le guerre in Ucraina, nel Medio Oriente e in Iran,

In politica ha prevalso l’arroganza dei vincitori e la distruzione dei partiti, nel sociale si sono aggravate le distanze sempre più gravi fra chi è ricco e chi è povero, sul piano democratico si sta sfilacciando, sempre più vistosamente, il rapporto fra cittadini e istituzioni, anche a causa della eliminazione di quasi tutti gli strumenti di partecipazione.

Di conseguenza, in Italia,  un senso di appartenenza,  si è eclissato, proprio con l’attacco sferrato ai partiti da chi vedeva in tanta partecipazione “reale” e coinvolgimento fattivo una minaccia alle logiche – “virtuali” e “immateriali” – della finanziarizzazione economica globale. Ma non solo!

Oltre al venir meno di quel senso di appartenenza, si è diffuso un sentimento di scoraggiamento anche nella volontà di riconoscersi in quelle che si definivano idealità  che mano a mano hanno perso valore agli occhi delle persone.

Forse perché si sono viste abbandonate da partiti considerati sempre più come lontani e disinteressati ai bisogni giornalieri della gente.

Esigenze quotidiane primarie, finanche costituzionalmente tutelate, come la sanità, la previdenza, la casa, l’occupazione, l’assistenza sociale, un salario ed una pensione adeguate, sono passate in secondo piano in nome del pareggio di bilancio, del debito pubblico, dello spread.

Questo testimonia null’altro che la Politica ha perso ruolo ed è divenuta succube di numeri che nulla più hanno a che fare con quella che è l’economia reale di una società, ossia il suo benessere.

Di fronte tutto ciò, il Paese ha bisogno di ritrovare il confronto dialettico che, nella completa libertà di espressione, pur alla presenza di un completo disaccordo, non fa venir meno il rispetto dell’interlocutore.

Perché la democrazia confermi la concordia civile, la solidarietà, la coesione e la giustizia sociale, valori tutti costituzionali, è necessario che i diritti politici dell’uomo come cittadino, siano accompagnati e sostanziati dai diritti sociali dell’uomo come lavoratore.

La tendenza al rifiuto della politica di confrontarsi e, quindi, di riaffermare più democrazia, rischia di generare sempre più sfiducia e demotivazione da parte dei cittadini che la esprimono nei vari momenti elettorali, con percentuali di votanti sempre meno.

In questa situazione, uno strumento di partecipazione ancora vivo come il Sindacato, nonostante i tanti commentatori che esprimono valutazioni negative sul suo stato, può fare molto perché ha conservato sedi, metodologie e pratiche democratiche, che invece i partiti hanno perso.

Proprio il sindacato, di fronte a tutto quello che è avvenuto ha un ambito di azione e di proposta, in cui deve rivendicare un nuovo modello di sviluppo, fondato sui diritti, sulla giustizia e sull’uguaglianza, su politiche di solidarietà e coesione, e, in tal senso, proprio per la storia di organizzazione pluralista e riformatrice, deve imporre il recupero del confronto democratico e della piena partecipazione del cittadino alla vita politica e sociale.

Così e solo così si rafforza di nuovo il sistema democratico violato da chi ha rifiutato il confronto. Il ruolo del sindacato, in questa fase è essenziale. Si deve prendere atto di ciò sia all’interno che all’esterno del sindacato.

Troppe gratuite sono le voci che si levano a decretare la povertà e il declino del movimento sindacale, e della sua qualità rappresentativa e, poi, sono le stesse che, in questi anni, sono state fautrici di un neo liberismo che ha deregolarizzato l’intero sistema socio-economico.

Ma sono le stesse che in questi anni, con una sorta di recrudescenza ostracistica, hanno investito partiti, istituzioni e anche personaggi singoli. Si tratta di un qualunquismo esasperato, che si è celato dietro grida iconoclastiche e allarmistiche, del quale sono espressione alcune autorevoli figure che hanno padronanza dei mezzi d’informazione e della politica del Paese.

Vi è questa riviviscenza distorta della pratica dell’ostracismo, un’autocompiacenza nel sentirsi tutori di una pretesa morale pubblica che da altri sarebbe stata dimenticata. Per cui ecco l’abuso falsamente ingenuo di importanti canali di pensiero della società, attraverso i quali si offre una generalizzazione di tutto e di tutti e di conseguenza si crea sfiducia in tutti e in tutto.

È fondamentale, proprio per sviluppare il contenuto di democrazia della società, che la critica, il confronto e quindi la conoscenza vengano affrancati da quelli accenti così massimalistici e manichei che ci ricordano lontane epoche di inquisizione, dove chi esercitava il dominio della conoscenza, ben poco giudicava giudicandosi, ma piuttosto perpetrava un’intolleranza che aveva le vesti della soppressione del vero.

Anche nei confronti del sindacato, con regolarità impressionante, qualche commentatore dei fatti economici e del lavoro, sui mass media, non fa altro che parlare, con compiacenza, della presunta fine del sindacato confederale.

La inconsistenza della politica che ha influito sui governi e sulle scelte economiche. Scelte tutte regressive e penalizzanti per i lavoratori e i cittadini che non hanno certo dato una mano a risolvere le questioni sociali e con discutibili interventi, in qualche caso addirittura con decisioni simili ad un colpo di stato, hanno sostituito la politica rimasta con tecnici e governi eletti con persone dell’establishment economico.

Intellettuali che si sono caratterizzati per essere in un assordante silenzio. Economisti che vantavano la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia e la politica di austerity come le uniche panacee per rilanciare l’economia.

E allora si sono determinate condizioni di crisi profonda; destabilizzazione del lavoro a tempo determinato; morti sul lavoro; licenziamenti e interventi economici assurdi, come l’inserimento del fiscal compact nella Costituzione, oppure i tagli allo stato sociale che hanno allargato di più la povertà in Italia.

Dove erano questi commentatori pronti a vedere la pagliuzza del sindacato e non vedere la loro trave di un tacere o assecondare ricette deleterie e dirompenti?

Allora addosso al sindacato.

Ma a chi giova?

Chi ne usufruirà del declino sindacale?

Non certo i lavoratori.

Il sindacato italiano, oggi più di ieri, deve continuare ad affrontare i temi che riguardano l’intera comunità: da quello della rappresentanza politica e sociale, i cui connotati sono quelli della piena partecipazione, del pluralismo del pensiero, del diritto alla contrattazione, a quello della costruzione di una società più giusta, più equa e più rappresentativa di tutte le realtà.

Inoltre, deve rivendicare spazi istituzionali di partecipazione dell’intera società, per ridare ai cittadini la consapevolezza che la politica può ancora essere mediazione fra interessi e non il prevalere di uno su gli altri.

Il sindacato è uno dei pochi luoghi dove ancora gli uomini e le donne possono dialogare, senza barriere virtuali, ma dal vivo, anche scontrandosi verbalmente e crescendo collettivamente e il pensiero politico, la cultura e le idee caratterizzanti, sono parte importante del suo essere attore sociale.

Il sindacato deve affermare la sua funzione squisitamente politica e sociale, volta a determinare i valori, le equità e la democrazia nella società.

Com’è la sua storia, deve contribuire a cambiare questa realtà di inaccettabile regresso della democrazia, del sociale e del politico.

In momenti come questi, di fronte alla drammaticità della situazione, c’è bisogno di ritrovare il gusto di una battaglia ideale e politica per ripristinare le condizioni in cui il cittadino si senta realmente cittadino e non suddito.

E questo lo può fare il sindacato, come quando, in passato, ha sostenuto la battaglia per vincere il terrorismo; quando ha surrogato i partiti per far entrare il nostro Paese in Europa; quando si è battuto per i diritti civili; quando ha sostenuto la politica dei redditi in modo da avere una società più equa; quando si è battuto per le riforme che fossero in grado di dare risposte a tutti i cittadini; quando si è confrontato nei luoghi di lavoro in momenti difficili e ha preteso il voto dei lavoratori sulle sue piattaforme.

Lo ha fatto in passato lo può fare ancora oggi!

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