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Oltre le polemiche: il malessere profondo della politica italiana

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malessere profondo della politica

Cambiano i governi, si scambiano le accuse, si recitano le parti. Ma il copione del potere resta sempre lo stesso

Il dibattito politico italiano sembra ormai essersi trasformato in una contrapposizione permanente, nella quale il confronto sui problemi reali del Paese viene sistematicamente soffocato da polemiche, accuse reciproche, personalismi e campagne di delegittimazione.

Si discute incessantemente di chi abbia ragione, di chi abbia sbagliato e di chi debba prendere il posto di chi, mentre restano sullo sfondo le questioni strutturali che condizionano il presente e, soprattutto, il futuro dell’Italia.

Ogni avvicendamento politico viene presentato come una possibile svolta epocale, alimentando aspettative che troppo spesso finiscono per tradursi nell’ennesima delusione.

Eppure, il problema è assai più profondo di quanto il quotidiano teatrino della politica voglia far credere.

Il problema, infatti, non è tanto ciò che un governo ha fatto, ha voluto fare, ha saputo fare o ha compreso di dover fare, né ciò che avrebbe dovuto o non dovuto fare.

Il problema è che, alla fine, negli pseudo-Stati sovrani come quello italiano, ma non solo, occorre che tutto cambi per dare l’impressione che qualcosa possa realmente mutare.

Lo sostengo perché Giorgia Meloni, esattamente come già accaduto a suo tempo con «Giuseppi» Conte e con altri prima di loro, sembra aver ormai esaurito la propria ragion d’essere politica: quella di diventare, ciclicamente e per un determinato lasso di tempo che per lei sembra essersi concluso anche grazie alla palese ricusazione di Trump, il punto di raccolta del malcontento popolare, intercettando nel contempo la speranza che le cause di quello stesso malcontento possano finalmente trovare una fattiva risposta.

Pensare che Conte e i suoi possano fare qualcosa di sostanzialmente diverso da ciò che ha fatto Giorgia Meloni è, a mio avviso, una pura illusione. Ci troviamo in un Paese nel quale la politica vera, quella che potrebbe essere portata avanti da chi saprebbe realmente cosa fare, ha le mani legate.

E questo innanzitutto perché si fonda su proposte e strategie che la maggioranza dei cittadini non è neppure in grado di comprendere e, di conseguenza, di sostenere con cognizione di causa.

Del resto, parlare di sovranità in un contesto caratterizzato dall’assenza di una vera politica energetica, dalla mancanza di adeguate fonti domestiche e da una struttura economica fortemente sbilanciata sul terziario, dunque strutturalmente dipendente dal debito, significa coltivare un sogno che lentamente, ma non troppo, non potrà che mutarsi in uno dei peggiori incubi della storia nazionale e comunitaria.

Non è, quindi, nello specifico del Belpaese, una questione di Conte o di Meloni. Esecutivi nei quali, per ragioni riconducibili a giochi di potere e convenienze politiche contingenti, troviamo agli Esteri il Tajani di turno, così come alla Difesa il Crosetto e al Dicastero della Cultura il Giuli estratto dal cilindro magico del Gatto e della Volpe del momento, difficilmente possono rappresentare la premessa per una reale seria inversione di rotta.

E solo Iddio sa cosa potrebbe riservarci un futuro caratterizzato, a mio avviso per certo, dalle scelte di quello che si potrebbe definire il quadrunvirato Schlein, Conte, e ahimè Bonelli con Fratoianni.

In ogni caso, non sembrano esserci le condizioni per risolvere alcuno dei problemi strutturali del Paese.

Al massimo, si potrà ottenere quell’abbassamento della tensione politica e sociale che, nella mente dei più semplici, finisce per coincidere con la speranza di una svolta salvifica, anche se l’aver assunto come vessillo la bandiera dei pro-pal apre a qualcosa che è impossibile non riporti alla mente ciò che è accaduto agli Iraniani allorché, per gettare alle ortiche la brutta padella dello Scià, finirono per cadere tra le braci di Khomeini e dei suoi successori.

D’altro canto al momento ciò che oltreoceano più preme che accada è proprio quell’abbassamento della tensione che i quadrunviri sembrano in grado di guadagnare a chi ne necessita per continuare a utilizzare a proprio piacimento ed al meglio la portaerei Italia.

Illazioni? Qualunquismo? Affatto!

La Meloni è stata la beniamina di Biden e il gioiello di Trump finché determinate contraddizioni strutturali italiane non hanno acuito le difficoltà del Paese, rendendola progressivamente impopolare e, quindi, meno idonea a garantire quella tranquillità operativa di cui si diceva.

E come già a suo tempo «Giuseppi» Conte fu l’asso nella manica di Trump – anche con la complicità di Mattarella e il via libera interessato di Macron e Merkel, desiderosi di far ingoiare oltreoceano il rospo rappresentato dalla firma del Trattato di Aquisgrana – ecco che lo stesso «Giuseppi» torna oggi di moda.

All’epoca, Trump aveva anche interesse a disfarsi di un Salvini troppo incline a mantenere ottimi rapporti con Mosca; oggi, il ritorno di Conte potrebbe invece rappresentare una soluzione utile a pacificare temporaneamente le piazze italiane, evitando al contempo che nel Belpaese un elemento dissonante come Vannacci possa in qualche modo alterare determinati equilibri.

Resta, naturalmente, da capire come potrebbe riuscirci, considerata la squadra che sembra essere in procinto di comporre.

Tutto qui. Né più né meno di questo.

E non lo affermo perché disponga di una sfera di cristallo, ma perché, a mio avviso, sono proprio i fatti a suggerire in modo oggettivo questa lettura.

Autore

  • Silverio Allocca

    Silverio Allocca, Senior Global Affairs & Intelligence Analyst with international experience in geopolitical analysis, intelligence, and strategic research.

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