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Quando anche il cielo diventa una frontiera

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il cielo diventa una frontiera

Il Segretario del Tesoro americano annuncia che dal 23 settembre le compagnie aeree iraniane rischiano il blocco totale delle operazioni globali

Ci sono notizie che sembrano riguardare soltanto l’economia, le banche, le compagnie aeree.
Poi le guardi meglio e ti accorgi che raccontano qualcosa di molto più grande.

Scott Bessent, Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, lunedì 21 settembre ha dichiarato che le compagnie aeree iraniane potrebbero incontrare, nel giro di appena due giorni, enormi difficoltà a operare a livello globale a causa delle sanzioni americane.

La notizia, apparentemente tecnica, contiene, invece, una precisa dimensione geopolitica.

Non è soltanto una questione di aerei che possono o non possono decollare.

È il tentativo di restringere ulteriormente lo spazio internazionale nel quale l’Iran può muoversi.

E quando si restringe lo spazio di un Paese, non si limita soltanto la sua economia.

Si modifica il suo margine di manovra.

Si cerca di rendergli più difficile commerciare, viaggiare, finanziare le proprie attività, mantenere collegamenti con il resto del mondo.

Perché una compagnia aerea non vive soltanto di aeroplani.

Ha bisogno di carburante, manutenzione, assicurazioni, leasing, pezzi di ricambio, banche, sistemi di pagamento, aeroporti, fornitori e accordi internazionali.

Quando colpisci quella rete, non stai semplicemente sanzionando una società.

Stai cercando di interrompere le connessioni di un Paese con il resto del mondo.

Ed è proprio questa la parte che mi inquieta.

Perché l’Iran non è un Paese marginale.

È una delle grandi cerniere geopolitiche del Medio Oriente. È affacciato sul Golfo Persico e sullo Stretto di Hormuz, possiede una profondità strategica enorme e mantiene rapporti, diretti o indiretti, con una pluralità di attori regionali e internazionali.

Quando Washington aumenta la pressione su Teheran, dunque, non dobbiamo guardare soltanto a Washington e Teheran.

Dobbiamo guardare al Golfo.

All’Arabia Saudita.

Agli Houthi.

Al Mar Rosso.

A Israele.

Alla Russia.

Alla Cina.

E, soprattutto, alle rotte attraverso le quali passa una parte essenziale del commercio mondiale.

È questo il punto che considero più importante.

Una sanzione non rimane necessariamente confinata al soggetto contro il quale viene adottata.

Può produrre conseguenze indirette.

Può modificare comportamenti.

Può costringere aziende e Paesi terzi a scegliere quanto esporsi nei rapporti con Teheran.

Può aumentare i costi delle transazioni.

Può rendere più complicato il movimento di persone e merci.

E può contribuire a trasformare una crisi regionale in una questione internazionale ancora più complessa.

Io continuo a pensare che sia questo uno dei punti che l’Italia dovrebbe osservare con particolare attenzione.

Perché noi siamo un Paese mediterraneo.

La distanza geografica può ingannare.

Una crisi che nasce apparentemente lontano da Roma può arrivare sulle nostre coste attraverso il prezzo dell’energia, i trasporti, le assicurazioni, le catene logistiche, l’inflazione e la sicurezza delle rotte commerciali.

L’Italia vive di mare.

Vive di commercio.

Vive di energia.

Vive della possibilità di collegarsi con il mondo.

Per questo ciò che accade tra il Golfo Persico, il Mar Rosso e il Mediterraneo allargato non dovrebbe essere considerato una vicenda lontana.

È una parte del nostro stesso spazio strategico.

E c’è un’altra cosa che mi colpisce.

Quando una grande potenza decide di rendere sempre più difficile a un Paese l’accesso ai circuiti finanziari, commerciali e logistici internazionali, la sanzione diventa una forma di pressione geopolitica molto potente.

Ma ogni pressione ha una conseguenza.

Può costringere l’avversario a negoziare.

Oppure può spingerlo a cercare altre strade.

E quando le strade ufficiali si restringono, aumentano spesso quelle parallele: nuovi intermediari, nuove alleanze, nuove rotte, nuovi sistemi finanziari.

È una dinamica che la storia conosce bene.

Un Paese isolato non necessariamente scompare.

Può cercare nuovi interlocutori.

Può spostare i propri rapporti verso altre potenze.

Può rafforzare le relazioni con chi è disposto a sostenerlo.

E così una politica nata per esercitare pressione su un singolo Stato può finire per modificare gli equilibri internazionali.

È qui che la questione iraniana smette definitivamente di essere soltanto iraniana.

Perché l’Iran non è solo Teheran.

È Hormuz.

È il Golfo.

È il rapporto con l’Arabia Saudita.

È il rapporto con la Cina.

È il rapporto con la Russia.

È la questione degli Houthi e del Mar Rosso.

È il problema della sicurezza energetica.

È il problema delle rotte commerciali.

Ed è, inevitabilmente, anche un problema europeo.

E, quindi, italiano.

Io non so quale sarà la prossima mossa di Teheran.

E proprio per questo non mi interessa fare profezie.

Preferisco osservare.

Perché nella geopolitica le cose più pericolose non sono sempre quelle che esplodono.

A volte sono quelle che lentamente si chiudono.

Una rotta.

Un mercato.

Un conto bancario.

Un aeroporto.

Un accordo.

Una porta diplomatica.

Fino a quando qualcuno si accorge che sono rimaste pochissime porte aperte.

Ed è proprio allora che aumenta il rischio.

Perché quando il dialogo si restringe, la diffidenza cresce.

Quando gli scambi diminuiscono, aumentano le alternative clandestine.

Quando le vie normali vengono chiuse, qualcuno cerca altre vie.

E quando anche quelle vie diventano impraticabili, resta la forza.

È per questo che guardo a questa notizia con una certa inquietudine.

Non perché ritenga inevitabile una nuova escalation.

Ma perché so che la storia internazionale raramente procede secondo una linea retta.

Una decisione economica può produrre una reazione politica.

Una reazione politica può provocare una scelta militare.

Una scelta militare può modificare il prezzo dell’energia.

E il prezzo dell’energia può entrare nella vita quotidiana di milioni di persone che non hanno mai sentito parlare dello Stretto di Hormuz.

Questa è la stranezza della geopolitica.

Ci sono luoghi che sembrano lontanissimi e che improvvisamente diventano vicinissimi.

Un aeroporto di Teheran può sembrare distante da Napoli, da Roma, da Milano.

Ma se quella distanza passa attraverso il petrolio, il gas, le navi, i porti, le assicurazioni, le merci e i prezzi, allora quella distanza non esiste più.

Esiste soltanto un’unica rete.

E dentro quella rete siamo tutti collegati.

Forse è proprio questo che dovremmo comprendere.

Il mondo contemporaneo non è fatto soltanto di territori.

È fatto di connessioni.

E la potenza, oggi, consiste anche nella capacità di aprire o chiudere quelle connessioni.

Per questo anche un aereo fermo a terra può raccontare una storia molto più grande.

Può raccontare un Paese che viene progressivamente isolato.

Può raccontare una potenza che esercita pressione.

Può raccontare alleanze che cambiano.

Può raccontare un Medio Oriente sempre più interconnesso.

E può ricordarci che, in geopolitica, anche il cielo può diventare una frontiera.

Autore

  • Sergio Restelli

    Sergio Restelli non è solo un consulente politico o un autore: è una voce che invita alla riflessione, alla comprensione e alla ricerca di soluzioni in un mondo spesso concentrato sulle divisioni. La sua carriera dimostra come politica, diplomazia e impegno intellettuale possano contribuire a costruire ponti e delineare un futuro migliore.

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