
“di Giorgio Cattaneo
DOVEVA MORIRE, TUTTO ERA CONTRO DI LUI. IN VIA FANI, DUE KILLER-FANTASMA MAI INDIVIDUATI, LE BR MANIPOLATE, DI KISSINGER LA REGIA DEL PIANO”
Le minacce di Kissinger: guai, se il Pci arriva al governo e accede ai segreti della Nato. E le intimidazioni del Kgb: un camion lanciato contro l’auto su cui viaggiava Berlinguer, in Bulgaria. Guai, se un partito comunista fosse arrivato al potere bypassando Mosca. Poi, via Fani: i colpi sparati dal lato sinistro, sulla scorta di Moro. Da chi? Da due sconosciuti, non brigatisti e mai citati dalle Bierre: due tiratori esperti, con preparazione militare. Svaniti nel nulla, insieme alla Honda con a bordo due esponenti dei servizi italiani (per ammissione di uno di loro, in punto di morte). E poi il tamponamento fantasma: secondo Moretti, una loro Fiat 128 avrebbe inchiodato, facendosi tamponare dalla prima vettura della scorta di Moro, a sua volta tamponata dalla seconda. Ma le auto erano intatte: neppure un faro rotto.
Fa venire le vertigini, la ricostruzione sul caso Moro fornita da Renzo Martinelli, regista del film “Piazza delle cinque lune”, uscito nel 2003 ma rimasto nelle sale per soli tre giorni. E costato carissimo al suo autore: «Per sei mesi, ogni notte, telefonate mute: dall’altra parte sentivo respirare qualcuno, che restava in silenzio. Infine, una notte mi sono entrati in casa e mi hanno devastato lo studio. Chiaro avvertimento: datti una calmata, perché di te possiamo fare quello che vogliamo». Lo fecero con Moro, a quanto pare. Quello che più sconcerta – sottolinea Francesco Toscano – è che la verità sia ormai sotto gli occhi di tutti, ma nessuno riesca a muovere un dito per far riaprire il caso, a partire dalla palese incongruenza di tante testimonianze decisive.
Sintetizza Martinelli: la direzione delle Brigate Rosse che condusse l’operazione-Moro dopo l’arresto dei fondatori Curcio e Franceschini (che non si erano mai macchiati di simili delitti) sta sostanzialmente rispettando un patto. Ovvero: il silenzio, sulla verità dei fatti, in cambio del loro ritorno in libertà. «Lo stesso Moretti, insofferente per il protrarsi della detenzione, accennò a diventare loquace. E nel penitenziario di Cuneo fu ferito alla mano da un noto killer delle carceri, pluri-omicida, che avrebbe potuto facilmente ucciderlo. Messaggio chiarissimo: tieni la bocca chiusa, o finisci male pure tu». Poteva essere salvato, Moro? «Forse sì: da un’informativa dei servizi tedeschi. Furono loro a far sapere che lo statista era detenuto in via Gradoli. E invece, anziché a Roma fu cercato nel paesino di Gradoli. Lo stesso Prodi, sfidando il ridicolo, riuscì a dire che quel nome – Gradoli – era emerso nel corso di una seduta spiritica».
Secondo Martinelli, Moro “doveva” morire: tutto era contro di lui. Anche il patto segreto stipulato con i palestinesi: niente attentati, in Italia, in cambio della “distrazione” italiana sui loro traffici di armi. Il Pci fu irremovibile nella linea della fermezza: nessuna trattativa con le Br per la liberazione dell’ostaggio. E così anche la Dc, capitanata da Andreotti. Quanto a Cossiga, imbottì di piduisti i comitati di crisi sul caso Moro: tutti uomini di Gelli. Mancava invece il colonnello Stefano Giovannone, del Sismi, vicinissimo a Moro. In compenso, la Cia rifilò a Cossiga un certo Steve Pieczenik, per depistare le indagini. Arrivò a far produrre il falso comunicato delle Br che annunciava la morte di Moro nel Lago della Duchessa. Era il messaggio in codice ai terroristi, perché lo uccidessero davvero. Il Vaticano provò a muoversi, mettendo da parte i soldi per un eventuale riscatto. L’unico politico che tentò davvero di far liberare Moro fu Bettino Craxi. E si è visto poi com’è finito.





