
di Vito Schepisi
Una riflessione ad urne aperte e in attesa degli eventuali ballottaggi
Se dovessi votare in Francia e scegliere, se sostenere (da liberale) la parte del “campo centrista” di Macron, o quello del Rassemblement National della Le Pen, escludendo la sinistra massimalista, negazione dei principi di democrazia e libertà, avrei i crampi allo stomaco.
Il mio, penso, che più che una scelta diverrebbe un voto di protesta, perché l’Europa senza una vocazione centrista, liberale, riformista e pluralista, non avrebbe un futuro.
Il pluralismo, però, funziona se c’è il rispetto per tutti, soprattutto per i cittadini che vanno a votare.
Si chiama “sovranità popolare” che, purtroppo, funziona solo quando fa comodo alla classe dominante (in inglese si direbbe al “mainstream”).
Il limite della democrazia, pur essendo, come sosteneva Churchill, il miglior sistema che si conosca, è che non sempre le istituzioni consentono che il giudizio del popolo conti.
In Francia, come in Italia, se si facesse un sondaggio su cosa gradirebbe il popolo, potendo scegliere, con lo scopo d’ottenere una condizione di maggior serenità della vita, tra i temi che sono di costante attualità e che sono avvertiti come questioni d’ampia priorità sociale, in maggioranza indicherebbero: la famiglia, il lavoro, la casa, la sicurezza, la libertà, i diritti, la civiltà e la legalità.
E se entrassimo nei particolari:
– un lavoro che consentisse alle famiglie di disporre dei beni necessari per vivere in modo dignitoso;
– minor presenza di migranti;
– meno vessazioni (fiscali e burocratiche);
– più equità sociale (diritti e bisogni);
– più sicurezza, più legalità e più senso dello Stato.
Ed è ciò su cui avrebbe dovuto muoversi il “campo centrista” di Macron, invece d’arrivare ad ipotizzare di mandare i suoi giovani in guerra contro la Russia.
Ma non è stato così.
In Francia, come e forse più che in Italia, le contraddizioni e la poca attenzione alle questioni di sicurezza e a quelle dell’emarginazione sociale sono come un campo minato pronto ad esplodere.
Non servono le politiche populiste e né quelle dei divieti, come quelle (vieppiù ideologiche che opportune) delle regole imposte dall’Europa.
Anche in Francia (come in Italia) ci sarebbe da recuperare la centralità della Comunità, rispetto alle mode e alle missioni salvifiche d’una Europa a trazione ambientalista, taffazianamente virtuosa rispetto ad un mondo che invece non ha regole.
Il “Centro”, da che mondo è mondo, dalla fisica, all’astrologia, dai sistemi produttivi, alle visioni etiche e sociali, dall’economia alla politica è un fulcro di sostegno per tutto.
Anche della ragione e del buon senso.
Il centro stempera le estremità e compensa il merito delle lotte di coloro che si muovono per occupare più spazi, o che si affrontano in modo ideologico con la violenza e senza il dovuto rispetto delle idee, dei progetti e delle scelte democratiche degli altri.
In Francia, però, il Centro ha perso al sua natura moderata e riflessiva, e per l’interesse del suo leader e Presidente della Nazione, protagonista borioso e capriccioso della vita politica transalpina, si sta appiattendo (fino alla ipotizzabile resa) ad una sinistra che, populista e massimalista, è tutt’altro che riformista e democratica.
Per fortuna che non voto in Francia, perché le riflessioni sopra riportate, unite alla prepotenza dei francesi di sentirsi, assieme ai tedeschi, piloti esclusivi della macchina europea, sono le ragioni che m’avrebbero spinto verso una tormentata e motivata crisi di coscienza, perché, contrario per principio all’astensione dal voto, m’avrebbero indotto a votare per la destra di Marine Le Pen.
Penso che i risultati francesi, rendendo ingovernabile quel Paese, con il consenso popolare che va a destra e con il Presidente che guarda invece a sinistra e che (come già ha fatto sapere) non ha nella sua agenda l’ipotesi delle dimissioni, creeranno caos e ingovernabilità in Francia.
E’ questa l’ultima chance che il Presidente si riserva per restare ancora a galla.





