L’Unione europea non è uno Stato; è una nomenclatura senza anima al servizio delle lobby
Partiamo da un fatto di cronaca. Al G7 l’Alto rappresentante (sic!) UE Kaja Kallas, intransigente quando si parla di Russia, ha incalzato il segretario di Stato Marco Rubio per capire se, e quando, gli USA decideranno di applicare pressioni su Mosca (e non solo sull’Ucraina), al fine di indurre il Cremlino a più miti consigli.
Kallas – stando a quanto ha ricostruito Axios – ha ricordato che Rubio aveva affermato, un anno prima, che se la Russia avesse ostacolato gli sforzi per porre fine alla guerra gli Stati Uniti avrebbero esaurito la pazienza e avrebbero adottato ulteriori misure restrittive.
“È passato un anno e la Russia non ha fatto nulla – ha detto Kallas, secondo quanto riferito dalle fonti- Quando finirà la vostra pazienza?”.
Risposta tranciante di Rubio: “Stiamo facendo del nostro meglio per porre fine alla guerra, ma se pensate di poter fare di meglio voi, fate pure, noi ci faremo da parte”.
Altro che Bella ciao. La Kallas deve intonare, in chiave europea, la vecchia canzone del regime: “Suona la tromba”, dove è contenuta la fatidica frase: «L’Europa tira dritto e saprà far da sé: perché lo vuole il Duce e lo comanda il Re!»
Il fatto è che l’Unione europea non è uno Stato e non ha nemmeno un’anima, con buona pace dei tromboni che continuano a invocare più Europa, saltando a piè pari, la questione di fondo: la Costituzione e la trasformazione dell’attuale pateracchio istituzionale in una Confederazione di Stati.
L’Unione Europea, quella uscita da Maastricht, come ha detto in un’intervista a La Verità, Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, è “una nomenclatura che risponde agli interessi di alcune lobby, finanziate dai fondi di investimento americani o cinesi, a seconda delle circostanze”.
Dagli Stati Uniti, con gli interventi di Peter Thiel, ci è arrivata una sfida culturale che non può essere ignorata, in quanto ci rinvia alla necessità di riaccostarci alle radici e ai fondamenti della civiltà occidentale che in Europa si è costituita, formata, radicata, per poi espandersi nel Nuovo Continente che ora ricorda al Vecchio Continente che è affetto da grave oicofobia.
In una recente serie di interventi tenuti a Roma, Peter Thiel ha riportato al centro della riflessione concetti come il Catechon, l’Anticristo, l’Apocalisse. Concetti che appartengono ad una riflessione filosofica di autori europei che rimanda alle radici identitarie.
Non è questo il luogo per entrare nel merito delle teorie di questi autori, cosa che ha fatto ieri con puntuale perizia Vito Sibilio (https://www.nuovogiornalenazionale.com/riflessioni-sullanticristo-e-sul-katechon/).
Proseguiremo, come abbiamo già fatto anche con Elena Tempestini ed altri, l’esame della sfida che ci viene dagli USA, ma ora mi preme riproporre una domanda: “Nei violenti sconvolgimenti del nostro tempo c’è un’identità dell’Europa, che abbia un futuro e per la quale possiamo impegnarci con tutto noi stessi?”.
L’interrogativo, che sembra formulato oggi, è stato posto da Joseph Ratzinger nella lectio magistralis del 13 maggio 2004 presso la Biblioteca del Senato della Repubblica Italiana, nella Sala Capitolare del Convento di Santa Maria sopra Minerva a Roma.
Il titolo completo del discorso fu: “Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani”.
Disse allora Joseph Ratzinger, il futuro Papa Benedetto XVI: “Non sono preparato per entrare in una discussione dettagliata sulla futura Costituzione europea. Vorrei soltanto brevemente indicare gli elementi morali fondanti, che a mio avviso non dovrebbero mancare. Un primo elemento è l'”incondizionatezza” con cui la dignità umana e i diritti umani devono essere presentati come valori che precedono qualsiasi giurisdizione statale. Questi diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, né conferiti ai cittadini, «ma piuttosto esistono per diritto proprio, sono da sempre da rispettare da parte del legislatore, sono a lui previamente dati come valori di ordine superiore»”.
“Che ci siano valori che non sono manipolabili per nessuno – ha detto ancora Ratzinger – è la vera e propria garanzia della nostra libertà e della grandezza umana”, aggiungendo che “oggi quasi nessuno negherà direttamente la precedenza della dignità umana e dei diritti umani fondamentali rispetto ad ogni decisione politica; sono ancora troppo recenti gli orrori del nazismo e della sua teoria razzista”.
Ratzinger ha poi così riassunto il suo pensiero: “La fissazione per iscritto del valore e della dignità dell’uomo, di libertà, eguaglianza e solidarietà con le affermazioni di fondo della democrazia e dello stato di diritto, implica un’immagine dell’uomo, un’opzione morale e un’idea di diritto niente affatto ovvie, ma che sono di fatto fondamentali fattori di identità dell’Europa, che dovrebbero venir garantiti anche nelle loro conseguenze concrete e che certamente possono venir difesi solamente se si forma sempre nuovamente una corrispondente coscienza morale”.
Senza fissare i valori fondamentali, da tutti condivisi e scritti in una Carta costituzionale, non esiste unione degli europei, non esiste una Confederazione degli Stati europei, non esiste un soggetto istituzionale che abbia la dignità di essere considerato uno Stato confederale.
L’occasione di fare sul serio è stata persa grazie al voto di Francia e Olanda nel 2005.
La proposta di Costituzione per l’Europa (ufficialmente Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, firmato a Roma il 29 ottobre 2004) è stata bocciata dai referendum popolari in due Paesi: Francia e Paesi Bassi (Olanda), entrambi fondatori dell’Unione Europea.
Questi due “No” hanno di fatto bloccato l’intero processo di ratifica, poiché il trattato richiedeva l’approvazione unanime di tutti gli Stati membri dell’UE dell’epoca (allora 25).
Molti altri Paesi avevano già ratificato il testo tramite voto parlamentare (tra cui Italia, Spagna via referendum positivo, Germania, ecc.) o stavano per farlo, ma la bocciatura francese e olandese ha reso impossibile l’entrata in vigore.
Dopo la crisi del 2005, il progetto costituzionale è stato abbandonato. Parte dei suoi contenuti (soprattutto le innovazioni istituzionali) è stata ripresa e “riciclata” nel Trattato di Lisbona (2007 – 2009), che ha modificato i trattati esistenti senza usare il termine “Costituzione” per evitare nuove resistenze.
L’articolo due del Trattato recita: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.
Il Trattato di Lisbona all’articolo tre, definisce gli obiettivi dell’UE.
L’Unione, si legge, si prefigge: di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli; di offrire ai cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne; di instaurare un mercato interno e promuovere lo sviluppo sostenibile dell’Europa (crescita economica equilibrata, economia sociale di mercato competitiva, piena occupazione, progresso sociale, tutela dell’ambiente); di combattere l’esclusione sociale e le discriminazioni, promuovere la giustizia sociale, la parità di genere, la solidarietà tra generazioni e la tutela dei diritti del minore.
L’Unione si prefigge inoltre: di promuovere la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra Stati membri; di rispettare la diversità culturale e linguistica e salvaguardare il patrimonio culturale europeo; di istituire un’unione economica e monetaria (con l’euro) e, nelle relazioni esterne, di affermare e promuovere i suoi valori, contribuire alla pace, sicurezza, sviluppo sostenibile, eliminazione della povertà, tutela dei diritti umani e rispetto del diritto internazionale.
L’insieme di tutti questi proponimenti, non sorretti da una vera e propria Carta costituzionale che non solo li accolga, ma che fissi le competenze istituzionali che li possono attuare, sono stati in gran parte disattesi.
Prova ne sia l’attuale crisi dell’Unione Europea, la quale, frutto della mancanza di una Carta costituzionale e di un impianto istituzionale Confederale, ha partorito l’inesistenza europea sul piano geopolitico e ha dato spazio alla “nomenclatura che risponde agli interessi di alcune lobby, finanziate dai fondi di investimento americani o cinesi, a seconda delle circostanze”.
Al fallimento dell’Unione Europea ha contribuito anche l’aver accolto e promosso, quando non imposto, ideologie demenziali, a cominciare dal green e dal climate change, per arrivare al gender, alla cancel culture, all’eutanasia, al transumanesimo.
Affermava Ratinger, nella sua lectio magistralis del 2004: “C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più sé stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa, per sopravvivere, ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di sé stessa, se essa vuole davvero sopravvivere. La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza costanti in comune, senza punti di orientamento a partire dai valori propri. Essa sicuramente non può sussistere senza rispetto di ciò che è sacro”.
La sintesi è che l’Europa ha perso l’anima e ha costruito un’Unione sulla base di interessi lobbistici.
La Carta dei diritti fondamentali, pertanto, può essere un primo passo, un segno che l’Europa cerca nuovamente in maniera cosciente la sua anima. In questo bisogna dare ragione a Toynbee, che il destino di una società dipende sempre da minoranze creative.
Vale per i cristiani credenti, i quali dovrebbero concepire se stessi come una tale minoranza creativa e contribuire a che l’Europa riacquisti nuovamente il meglio della sua eredità e sia così a servizio dell’intera umanità.
Vale per i laici non materialisti che sono da troppo tempo afoni. Vale per tutti coloro che, ritrovata la voglia di essere dignitosamente esseri umani e non elementi di una massa inerte e manipolabile, hanno la voglia di provare a costruire un futuro europeo che non sia preda di interessi finanziari e neo coloniali.
Riguardo alle forme, possiamo attingere anche alla storia italiana, a cominciare dal neoguelfismo di Gioberti, progetto moderato di unità italiana.
Nel suo “Del primato morale e civile degli Italiani” (1843, scritto in esilio a Bruxelles) scriveva che l’Italia ha un primato morale e civile nella civiltà europea grazie alla sua eredità romana e cattolica e che l’unità italiana doveva realizzarsi in una confederazione degli stati preunitari.
Gioberti proponeva una cosa impossibile, ossia che a capo di questa confederazione ci dovesse essere il Papa (come guida morale e spirituale), mentre il Regno di Sardegna (Piemonte) avrebbe avuto un ruolo militare di protezione.
Successivamente Gioberti nel suo: “Del rinnovamento civile d’Italia” (1851) abbandonò in buona parte il neoguelfismo e affidò la guida dell’unificazione al Regno di Sardegna (Casa Savoia), con Roma futura capitale e sostenne un liberalismo moderato, costituzionale, anti-demagogico e anti-gesuitico (fu molto critico verso i Gesuiti nel suo: “Il Gesuita moderno”).
Interessante anche rivisitare il pensiero politico di Carlo Cattaneo (1801 – 1869), che rappresenta una delle elaborazioni più originali e moderne del Risorgimento italiano.
Cattaneo, intellettuale poliedrico (filosofo, economista, patriota), è considerato uno dei principali teorici del federalismo in Italia, con una visione repubblicana, liberale, laica e profondamente democratica.
I principali pilastri del suo pensiero politico sono il federalismo come “teoria della libertà”.
Cattaneo riteneva che l’unità italiana non potesse realizzarsi attraverso uno Stato centralizzato e monarchico (come quello piemontese-sabaudo che si impose dopo il 1861), ma solo mediante una federazione o confederazione di stati-regioni autonome”.
Guardava come modelli ideali alla Confederazione Svizzera (democrazia diretta, cantoni autonomi, efficienza economica) e agli Stati Uniti d’America.
Per lui il federalismo era l’unica forma capace di coniugare unità nazionale e libertà concreta, rispettando le profonde diversità storiche, linguistiche, economiche e sociali delle varie parti d’Italia.
Il centralismo era sinonimo di oppressione e uniformità forzata.
Repubblicano convinto, Cattaneo, era contrario alla monarchia sabauda e a ogni forma di cesarismo o di dittatura.
Per Cattaneo la vera cellula della libertà e della civiltà italiana era il comune medievale e moderno, espressione di autogoverno cittadino.
Nella sua opera: “La città considerata come principio ideale delle istorie italiane (1858)” esalta i comuni come sorgente storica di libertà, dignità e progresso.
Il federalismo doveva quindi partire dal basso: autonomia comunale, autonomia regionale/cantonale, federazione nazionale.
Cattaneo sognava gli Stati Uniti d’Europa come naturale sbocco di un federalismo applicato su scala continentale: pace duratura e cooperazione tra popoli liberi.
Il suo pensiero è stato rivalutato nel secondo Novecento (da Norberto Bobbio in particolare) come anticipazione di temi moderni: sussidiarietà, democrazia partecipativa, pluralismo istituzionale, federalismo europeo.
Non mancano, soprattutto agli italiani, gli strumenti storici e culturali per pensare ad un’Europa unita che abbia un’anima, che sia basata su dei valori e che possa essere federalista e democratica.
Sono lontani da queste impostazioni quelli che vogliono rafforzare l’attuale Unione Europea, che non è altro che, come dice magistralmente Gaiani “una nomenclatura che risponde agli interessi di alcune lobby, finanziate dai fondi di investimento americani o cinesi, a seconda delle circostanze”.
Sostenere più Europa intendendo questa Europa della nomenclatura significa essere parte della nomenclatura o, peggio, al servizio della nomenclatura.
Guardare all’Europa di Ratzinger, di Gioberti e di Cattaneo, significa avere la schiena dritta, ossia non piegata all’inchino di finanza e di mire neocoloniali globaliste.





