di Antonio Foccillo
Il futuro, come si sa, passa dai giovani. Purtroppo, oggi vivono fra mille difficoltà e chiusi molte volte nel loro isolamento. Spesso per mancanza di lavoro o con contratti a tempo determinato e con stipendi ridicoli sono costretti a scappare all’estero.
Quello che, però, vorrei affrontare è la loro mancanza di impegno nella politica e della conseguente necessità di rimotivarli all’impegno nel sociale e nella comuntà.
L’educazione alla cittadinanza delle nuove generazioni dovrebbe essere un momento prezioso di discussione e riflessione, per cogliere le lacune più profonde di una società odierna che soffre sempre più quello che sarebbe il fisiologico scambio infragenerazionale.
Una sofferenza che si traduce in un ancora più dannoso conflitto generazionale. Del resto, si tratta, purtroppo, solo di uno dei tanti conflitti che pervadono una società tesa all’individualismo estremo.
Ecco perché è prezioso parlare di cittadinanza, e aggiungo, cittadinanza “attiva”, “consapevole”, perché uno dei tanti mali che le politiche neoliberiste sfrenate hanno calato nel nostro contesto sociale è stata l’induzione all’apatia delle coscienze. Null’altro, insomma, che il risultato dell’abbandono dell’ideale di comunità, a favore dei mantra della competizione e dell’uomo solo al comando.
I tempi che viviamo hanno smarrito gli stessi capi saldi della nostra Carta costituzionale: solidarietà, coesione, laicità. Principi che mano a mano ritengo non sono più stati sufficientemente spiegati e raccontati ai giovani, lasciandoli navigare in un mare magnum di informazioni, veicolate da un pensiero unico che ha ambito sempre più ad allontanare le persone, a lasciarle chiudere in sé stesse, a non credere più nel valore dello stare insieme, convinti di esser autonomi con un device qualsiasi tra le mani.
Il rischio che si corre è che dal considerarsi autonomi si passi, nei fatti, ad esser tutti automi. Forse, potrebbe sembrare una definizione azzardata ma invito a riflettere sul fatto che l’immensa quantità di informazioni che ogni minuto ci vengono fornite sui nostri strumenti social, il più delle volte sono sommarie, erronee e soprattutto veicolate.
Il rapporto con l’informazione si sta riducendo allo scorrere il dito su uno schermo, senza nemmeno fermarsi a leggere oltre un semplice titolo, di solito sensazionalistico per attirare un like.
Questa quantità di sapere così facilmente accessibile, cosa inimmaginabile fino a pochi decenni fa, più che creare crescita suscita regresso nelle menti e nelle capacità. In primo luogo, perché la forma di espressione di chi legge si circostanzia – non potendo 280 caratteri permettere chi sa quali dissertazioni – al solo consenso o dissenso con un like o dislike. I social sono diventati le nuove arene in cui il popolo assiste ai giochi gladiatori e giudica con un pollice.
Un individualismo indotto da una corrente macroeconomica che per raggiungere i suoi obiettivi ha, goccia a goccia, corroso le fondamenta di tutto ciò che veramente è socialità, tutto ciò che è rapporto con l’altro al netto di intermediazioni tecnologiche di qualsiasi natura.
I giovani, in particolar modo, non si trovano più a proprio agio in un confronto, perché hanno perso l’abitudine al dialogo e questo non ha fatto altro che far avanzare in loro diffidenza, paura nei confronti dell’altro, sempre più spesso, e per i più disparati motivi, classificato come diverso. Tutto è stato aggravato dai due anni della Pandemia che ha isolato acora di più i giovani.
Così si sta creando una società di diversi, il che, paradossalmente, sarebbe l’ottimo da raggiungere in una società accogliente e plurale, ma che in questo contesto, invece, isola tutti gli individui indebolendoli.
Così quelle politiche hanno fatto breccia negli Stati, minando passo dopo passo tutte le conquiste del dopoguerra raggiunte nel mondo del lavoro, dei diritti civili e della sicurezza sociale.
La funzione dello Stato è arretrata e così inevitabilmente il benessere dei suoi consociati, che non trovando più risposta nelle articolazioni della cosa pubblica ne hanno perso la fiducia e la voglia di riconoscersi in qualcosa di più grande. Proprio dalla delimitazione del perimetro dello Stato, è scaturito anche lo sciagurato momento del mercato del lavoro odierno.
Si perché in questa divisione si sono insediate le trame delle politiche monetarie del mercato finanziario, che in barba alla spesa per beni e servizi, hanno drenato sempre più risorse dallo stato sociale per approvvigionarsene nei mercati finanziari. Gradualmente il pubblico è indietreggiato di fronte alle regole di un mercato immateriale cieco all’economia reale che vivono le persone comuni.
Un esempio su tutti: il Fiscal Compact e la sua cristallizzazione in Costituzione all’art. 81. Se lo Stato, in sostanza, ha perso la sua funzione di garante dei suoi consociati, è inutile domandarsi perché le persone hanno perso fiducia nelle sue istituzioni.
I continui tagli lineari alle strutture, al personale, alle risorse delle amministrazioni pubbliche hanno reso sempre più complicato fornire beni e servizi equamente sui territori, aumentando così le diseguaglianze già esistenti e creandone di nuove. Come un cane che si morde la coda, ai tagli alla sicurezza sociale, operati per pareggiare i bilanci, è seguito l’aumento della domanda di stato di bisogno, cui gli enti non sono stati più in grado di fronteggiare.
Venuta meno la rete di protezione sociale sono entrate in gioco le famiglie, i genitori o i nonni, in una sorta di welfare a conduzione familiare. Non potendo più confidare nello Stato, si è fatto ricorso a chi un reddito stabile ce l’ha.
Quelle politiche economico finanziarie immateriali, calate dall’alto e non democraticamente delegate, cavalcando l’onda delle degenerazioni della globalizzazione e della Finanziarizzazione dell’economia hanno spinto i mercati, quelli veri o meglio quelli che hanno riflesso sulla vita delle persone, a una aggressiva lotta al ribasso.
Quella che doveva essere una scalata verso la modernità, si è tradotta in una serie di scivoloni rovinosi nei confronti delle maggiori conquiste sociali nel diritto del lavoro del movimento operaio e non solo.
Si è inculcato che la flessibilità fosse la via per brillanti carriere, che le tutele dai licenziamenti fossero inutili costi sulle spalle della collettività, che il mercato libero dai vincoli pubblici garantisse servizi migliori e più vantaggiosi. Queste ricette sono state vincenti? Tutte le rilevazioni sembrano dimostrare il contrario. Queste linee hanno scatenato fenomeni di dumping sociale che hanno depotenziato oltre che il diritto anche la contrattazione collettiva.
I giovani in questo contesto si sono trovati a dover “ringraziare” per collaborazioni stagionali, se non giornaliere a volte, e ad “accettare” impieghi gratuiti nella speranza di futuri approdi contrattuali. Si sono fatti diventare contratti tipici quelli atipici.
Si è creata una incredibile situazione di disagio sociale di un’intera generazione che, il più delle volte, non è compresa o rimane sotto silenzio. Un disagio coltivato solo ed esclusivamente da chi lo vive, isolato in quella condizione di cui parlavo prima, non essendovi più la forza della comunione di intenti per risolvere una difficoltà. Si è soli, e in questa cornice fanno buon gioco quelle lobby che hanno il solo interesse del profitto. Proprio per questi motivi, i corpi sociali sono stati continuamente attaccati, prima i partiti poi le organizzazioni sindacali.
L’obiettivo che bisogna porsi, infatti, è quello di “rieducare” e “riabituare” i giovani a stare insieme, a farsi forza l’un l’altro e non a prevalere sull’altro, a camminare fianco a fianco e non a sgomitare. La forza della comunità sta nella pluralità e nella convergenza degli interessi che insieme riescono a imporsi.
L’interesse individuale da solo è debole e costringe ad accettare qualsiasi condizione, anche quella di lavorare gratis. La sfiducia e l’apatia non sono utili ed abili a risollevare una situazione di difficoltà, nella loro natura, infatti, vi è l’abbandono alla contingenza.
Con questo, però, non voglio assolutamente provocare il conflitto tra generazioni, anzi, tutt’altro, vi deve esser sì uno scambio ma che sia di idee. Solo nel confronto con chi ha più esperienza vi è crescita e solo nell’ascolto delle preoccupazioni e delle esigenze di chi ne ha meno si ha comprensione dei problemi della società. Ed è così che si arricchiscono entrambe le parti.
Molta della classe dirigente del Paese non è stata in grado di ascoltare i giovani, cosa che, invece, sarebbe stata fondamentale non avendo il più delle volte vissuto sulla propria pelle cosa significasse “precarietà” oppure studiare per anni per poi non sentirsi realizzati nel mondo del lavoro o ancor peggio non riuscire proprio ad entrarci, vedendosi così denigrati i propri studi.
Mi riferisco a chi con sufficienza definiva bamboccioni, mammoni e via dicendo i giovani, senza fermarsi a pensare che forse anche, e soprattutto, a causa loro si era creata questa situazione di impasse del fisiologico ricambio generazionale.
Per questo, torno a dirlo ancora una volta, è essenziale ripristinare il senso di comunità attraverso una cittadinanza attiva, e con attiva intendo partecipe delle decisioni sociali del Paese.
È necessario tornare a sentirsi protagonisti di un qualcosa di molto più grande, della semplice condivisione di un post su facebook. È importante ripristinare i luoghi “fisici” per una vera condivisione delle esperienze e del vissuto.
Per farlo bisogna riabituare le persone a confrontarsi e a dialogare non più dietro uno schermo e i primi a dare l’esempio dovrebbero essere gli esponenti della classe politica dirigente.
Basta tweet e slogan campanilistici, bisogna tornare ad argomentare e a fermarsi un momento per pensare. I ritmi frenetici, i mille imput della tecnologia tendono a trattenerci dalle riflessioni ma credo che sia quanto mai opportuno che le persone tornino a ragionare qualche tempo sulle notizie senza limitarsi a immagazzinarle passivamente. Perché se così è, nessuno più sarà in grado di farsi una opinione propria ma si lascerà trainare dagli eventi.
Alle certezze bisogna contrapporre la cultura e, infatti, in un contesto simile, è strategico il ruolo della scuola pubblica e pertanto va tutelata con tutte le risorse possibili. Sì perché, dopo anni, dove si è tagliato tutto quello che era possibile della spesa pubblica, non deve assolutamente e categoricamente mettersi la scuola nel mirino. Qualche tentativo già c’è stato e ha sortito l’effetto di far deviare la mission degli istituti dalla formazione alla gestione di molteplici incombenze burocratiche.
Non possono esser di certo le scadenze amministrative a preoccupare una comunità “educante”, che tutt’al contrario deve avere la sola missione istituzionale di formare la nuova cittadinanza del Paese. Soprattutto in determinate aree geografiche non sono possibili deviazioni, perché il ruolo del corpo docente, in alcuni casi, assume una funzione decisiva per le scelte di vita di alcuni studenti.
La Scuola crea coscienze civili e, il più delle volte, costituisce l’unico momento di socialità e condivisione per i ragazzi, rimasti privi di spazi comuni in cui incontrarsi oppure perché più attratti dai luoghi virtuali. Per questi motivi, la scuola pubblica va salvaguardata come necessaria garanzia di qualsiasi stato civile e democratico.
Chi non ha ricordo di qualche proprio maestro o professore che in qualche modo ci ha indicato la via o saputo instradarci verso le nostre attitudini e aspirazioni? Eppure la società che viviamo non esita a puntare il dito anche contro i docenti, sminuendone la funzione sociale che ricoprono.
Non è concepibile, perché, nonostante le difficoltà di accesso al mondo del lavoro, l’istruzione, a tutti i livelli, rimane comunque il volano per il futuro di ognuno. È assurdo, però, che ancora oggi questi due mondi, istruzione e lavoro, sembrino non incrociarsi mai. Qui vi deve essere la ricerca della modernità, nel connettere le esperienze formative alle realtà lavorative dei territori, dando forma a quello che si studia e al contempo agevolando l’ingresso di nuova forza lavoro.
Quindi alla volontà di chi giustamente non sostiene più i ritmi di una vita di lavoro deve, per forza di cose, corrispondere la voglia di chi vuole iniziare il suo cammino nel mondo del lavoro. Di certo non credo che ci si potrà riuscire con il precariato o in totale assenza di politiche attive del lavoro che, in alcun modo, possono essere sostituite da misure assistenzialiste che non aiutano a trovare un lavoro e non aiutano il Pil del Paese.
Oggi, infatti, il tutto è condizionato da una visione neoliberista e da una politica di ‘austerità’, secondo le quali si ritiene che, ferma restando la “flessibilità” del lavoro, l’alto tasso di disoccupazione sia imputabile al modesto tasso di crescita delle economie dei Paesi industrializzati, e che, per far fronte al problema, sia necessario ridurre la spesa pubblica e riformare il “mercato del lavoro”.
L’affermazione di questo modello, tuttavia, ha amplificato l’emarginazione e aumentato la povertà. Occorre, pertanto, trovare una formula alternativa affinché si ripristini, non dico un equilibrio ‘perfetto’ ma un ‘giusto’ equilibrio nella società, fra quelli che sono i forti e quelli che sono i più deboli.
Al riguardo non sembra superfluo dire che il nostro modello di civiltà – quello dell’Europa occidentale, che ha sempre cercato di tenere insieme la parte più forte con la più debole del Paese, mediante interventi diretti dello Stato attraverso il welfare – è ancora valido. Una caratteristica questa che dobbiamo preservare. La persona con i suoi bisogni e la sua dignità devono continuare ad essere al centro di ogni iniziativa. Proprio per questo vanno studiate linee alternative a questo modello sociale dominante.




