Home Politica I NUMERI SONO NUMERI, NON STRUMENTI DI PROPAGANDA

I NUMERI SONO NUMERI, NON STRUMENTI DI PROPAGANDA

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di Giuseppe Augieri 

I numeri si studiano per fare Politica e non strumentalizzazioni.

«Nel complesso, le modifiche al sistema di tasse e benefici introdotte nel corso del 2023 aumentano in lieve misura l’equità della distribuzione dei redditi disponibili. La diseguaglianza, valutata attraverso l’indice di Gini, (misura la concentrazione della ricchezza n.d.r.) passa dal 31,9% al 31,7% (cioè migliora del-0,2%). Più marcato è l’effetto sul rischio di povertà che diminuisce di oltre un punto percentuale, dal 20% al 18,8%…..Nel complesso, l’effetto redistributivo dei trasferimenti e del prelievo è significativamente più importante nel Mezzogiorno, dove si rileva una riduzione della diseguaglianza nel passaggio dal reddito primario al reddito disponibile di 16,9 punti percentuali». Lo dice l’ISTAT nelle sue tabelle di Marzo/Maggio 2024. Per precisione: l’Italia ha un coefficiente di Gini (32,9) superiore alla media europea (30,1), come anche Germania (31,2) e Spagna (33).
Da EUROSTAT, si nota che questa “maggiore equità” rappresenta una inversione di tendenza rispetto al passato. «Nel decennio 2011/2021, l’indice di Gini nell’Ue è sceso in media di 0,4 punti. In Italia è aumentato (e cioè la diseguaglianza si è aggravata) di 0,4 punti». Poco l’ aggravio del passato, poco il recente recupero: ma è significativa l’inversione di tendenza. Sottolineo la conclusione a chi pensa che per capire le tendenze non ci sia bisogno di studiarle.
E poi. Nel 2023, la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è in calo rispetto al 2022 a fronte di una riduzione della quota di popolazione a rischio di povertà: è ancora ISTAT a dirlo.
Lo so: leggere i numeri è arido. Ma essere dirigente – politico, sindacale – chiede che lo si faccia per capire le cose come stanno. E, ovviamente, cosa fare. Dunque i numeri vanno valutati per quelli che sono, senza paraocchi. Vale per il Governo, vale per l’opposizione. Se la si smettesse di fare le “zite cuntignose” al Governo e si smettesse di dichiarare, da parte degli altri, guerre su alcuni temi che da questi numeri risultano infondati, si affronterebbe meglio il problema della falcidie dei redditi, che i numeri, e non le sensazioni, indicano come obiettivo.
«Nel 2022, il reddito medio delle famiglie (35.995 euro) aumenta in termini nominali (+6,5%), mentre segna una netta flessione in termini reali (-2,1%) tenuto conto della forte accelerazione dell’inflazione registrata nell’anno». Il confronto col mondo è un bollettino di guerra: «il potere d’acquisto degli italiani da tempo non fa che restare indietro. Il reddito medio per abitante negli Stati Uniti era del 58% sopra a quello dell’Italia nel 1980, ma nel 2023 la distanza è quasi raddoppiata al 116%. Il reddito medio in Germania era del 7% superiore nel 1980 e nel 2023 aveva allungato a un più 26%». Ed è chiara anche la batosta sulla classe media: «nel 2022, il reddito totale delle famiglie più abbienti è 5,3 volte quello delle famiglie più povere (era 5,6 nel 2021).»
Dati tratti da “Il Corriere della Sera”, dove può leggersi l’allarme per un piano del Governo che prevede poca crescita per gli anni a venire. La crescita è stimata in calo anno dopo anno, dall’1,2% del 2025 allo 0,6% del 2029. Cito ancora testualmente: «i rendimenti dei titoli di Stato italiani a dieci anni si sono ridotti di 141 punti (1,41%), recuperando 31 punti sulla Spagna, 61 sulla Germania e 84 sulla Francia». Tutto bene? No. « gli italiani si sono impoveriti e ora hanno un disperato bisogno di recuperare potere d’acquisto.» Il governo Meloni, come nel passato Renzi, «ha reagito dando un po’ di sollievo ai redditi medio – bassi con circa 16 miliardi del bilancio pubblico. Ora deve trovare chi paga, perché sono tornate le regole europee».
Infine, e questo è il punto: «Meno attenzione attira invece la ragione di fondo di quella perdita di potere d’acquisto: secondo Penn World Database, dal 1980 l’Italia ha perso 45 punti percentuali di produttività totale sulla Germania, 35 sugli Stati Uniti e 34 sulla Francia. L’arretramento relativo di salari, stipendi e pensioni è il frutto della difficoltà delle imprese nel generare ricchezza allo stesso ritmo delle concorrenti estere, in un’era di transizioni tecnologiche. Nient’altro.». Ed anche qui numeri di una chiarezza incredibile.
“Il Corriere della Sera”, che certo non può essere considerato “stampa amica” verso il Governo, conferma una tesi: che mi è cara e da me espressa più volte.
1) non è vero che ci sia assenza di politica economica; 2) a fronte di una “buona” politica finanziaria vi è carenza (ma non assenza) di politica redistributiva, con riflessi pesanti sul welfare 3) la ripresa dei livelli di reddito non è più sostituibile con “mancette“ e comunque con provvedimenti assistenziali ed è condizione irrinunciabile per far ripartire i consumi 4) i redditi potranno crescere solo se alla competitività fondata sui bassi salari si sostituirà quella sulla qualità del prodotto e sulla produttività.
Il ruolo del Governo deve essere quello di favorire incontri e accordi tra le Parti Sociali; quello di facilitare e incentivare gli investimenti produttivi ed il cambio di mentalità gestionale delle imprese; e di realizzare una legislazione di sostegno. Ma tutto questo viene dopo e solo dopo che le parti sociali abbiano deciso di esistere: oggi sono ectoplasma evanescenti nelle politiche e nelle contestazioni ad essa. Analisi non ne vedo in giro; delle proposte meglio non parlarne.
Riconosco che scrivo troppo, troppo a lungo, che faccio trattati: ma provo a leggere quello che non è propaganda di Governo e di opposizione. Accetto ogni accusa. Ma gradirei anche un confronto.

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  • Redazione

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