Il confine Pakistan – Afghanistan torna a incendiarsi
È stata una settimana particolare alle Nazioni Unite, una di quelle settimane nelle quali la diplomazia internazionale sembra concentrarsi in un unico luogo mentre, contemporaneamente, le vere linee di frattura del sistema internazionale si spostano altrove.
A New York il Pakistan ha assunto un ruolo diplomatico inatteso nella crisi iraniana, cercando di mantenere aperto un canale tra Washington e Teheran.
Oggi, mentre Donald Trump accoglie Xi Jinping a Washington in un incontro nel quale Iran, commercio, tecnologia e Taiwan fanno parte della stessa grande trattativa tra le due principali potenze mondiali, Islamabad annuncia attacchi contro dieci località in Afghanistan, che considera basi per il lancio e lo stoccaggio di droni diretti contro il proprio territorio.
È difficile considerare questa sequenza una semplice coincidenza cronologica.
Il Pakistan si trova, infatti, in una posizione geopolitica molto più importante di quanto normalmente emerga dalla cronaca internazionale.
È, contemporaneamente, una potenza nucleare dell’Asia meridionale, un interlocutore della Cina, un Paese legato strategicamente all’Arabia Saudita, un vicino diretto dell’Iran, una potenza rivale dell’India e il Paese che controlla una delle principali porte terrestri verso l’Oceano Indiano attraverso il corridoio che conduce al porto di Gwadar.
Negli ultimi giorni Islamabad ha cercato di trasformare questa posizione geografica in una funzione diplomatica.
Il governo pakistano ha insistito sul proprio ruolo nella ricerca di una soluzione alla crisi iraniana e il segretario generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto pubblicamente che gli sforzi della leadership pakistana hanno avuto un ruolo importante nei tentativi di fermare la violenza.
Ma mentre Islamabad cerca di presentarsi come mediatore regionale, il suo stesso territorio è sottoposto a una pressione di sicurezza crescente.
Il 21 settembre il Pakistan aveva già condotto raid nelle province afghane di Paktika e Kunar e, dopo una serie di attacchi contro il proprio territorio, le autorità pakistane avevano dichiarato di aver colpito militanti, mentre le quelle talebane avevano denunciato la violazione della sovranità afghana e le Nazioni Unite avevano confermato la morte di tre civili.
Adesso la dinamica è salita di livello: Islamabad sostiene di aver individuato droni provenienti dal territorio afghano e di averne neutralizzati alcuni prima che raggiungessero gli obiettivi.
La risposta è stata un attacco contro dieci località che il governo pakistano identifica come strutture militari collegate al lancio e alla conservazione dei droni.
Kabul, da parte sua, continua a respingere l’accusa di fornire territorio ai gruppi anti-pakistani.
Ma perché sta succedendo?
La spiegazione non è soltanto nella nuova tecnologia dei droni e nemmeno esclusivamente nella presenza del Tehrik-e-Taliban Pakistan, il TTP, che Islamabad considera responsabile di una parte importante degli attacchi condotti contro il Pakistan.
La questione più profonda riguarda la trasformazione del rapporto tra Islamabad e Kabul dopo il ritorno dei Taliban al potere.
Per anni il Pakistan aveva considerato l’Afghanistan una profondità strategica indispensabile per impedire che l’India potesse acquisire una posizione dominante sul suo fianco occidentale.
L’idea era semplice nella sua struttura, un Afghanistan politicamente amico avrebbe garantito al Pakistan un ambiente strategico più sicuro e avrebbe impedito che il territorio afghano diventasse una piattaforma utilizzabile da una potenza rivale.
I Taliban afghani non sono semplicemente un movimento che Islamabad può controllare attraverso i tradizionali strumenti della pressione regionale.
Dopo essere tornati al potere hanno sviluppato una propria autonomia strategica e, soprattutto, hanno dovuto gestire la presenza sul territorio afghano di organizzazioni militanti che Islamabad considera direttamente responsabili della violenza nel Pakistan. Qui si trova la contraddizione fondamentale.
Il Pakistan ha contribuito, per decenni, a costruire una relazione privilegiata con il mondo talebano afghano nella convinzione che un governo amico a Kabul avrebbe aumentato la sicurezza nazionale pakistana.
Oggi si trova invece nella situazione opposta: il governo di Kabul è accusato da Islamabad di non impedire che il proprio territorio venga utilizzato contro il Pakistan.
La frontiera tra Pakistan e Afghanistan attraversa uno spazio montuoso e difficilissimo da controllare, per decenni la profondità geografica ha rappresentato un ostacolo naturale alle operazioni militari.
Il Pakistan sta cercando contemporaneamente di acquisire un peso diplomatico sulla crisi iraniana e di contenere una minaccia lungo il proprio confine occidentale, sono due questioni che sembrano separate, ma che la geografia rende profondamente connessi.
A ovest del Pakistan c’è l’Iran. A nord-ovest c’è l’Afghanistan. A nord la Cina. A est l’India. A sud l’Oceano Indiano.
Questa posizione rende Islamabad una delle poche capitali asiatiche che possono dialogare, con livelli differenti di intensità, con quasi tutti gli attori coinvolti nella grande riconfigurazione strategica dell’Asia.
Pechino ha bisogno della stabilità pakistana perché il Pakistan è un elemento fondamentale della sua proiezione verso l’Oceano Indiano attraverso il China-Pakistan Economic Corridor e il porto di Gwadar.
Allo stesso tempo, la Cina non può ignorare l’Afghanistan, perché l’instabilità afghana può propagarsi verso l’Asia centrale e creare problemi alla sicurezza delle proprie regioni occidentali.
La Cina si trova davanti a una situazione nella quale stabilità del Pakistan e stabilità dell’Afghanistan sono diventate due facce dello stesso problema.
La crisi si sta acuendo nel momento che Xi Jinping incontra Donald Trump a Washington.
Il vertice americano-cinese non riguarda soltanto il commercio; Iran, Taiwan, tecnologia, terre rare e sicurezza regionale sono ormai elementi della stessa competizione strategica.
Reuters segnala che il dossier iraniano è tra quelli che accompagnano il confronto tra Washington e Pechino, mentre la Cina sta cercando di mantenere aperti i propri canali con Teheran e di evitare che la guerra destabilizzi ulteriormente il Golfo e il Mar Rosso.
In questo quadro il Pakistan diventa interessante proprio perché non è una grande potenza globale, ma occupa una posizione geografica che gli permette di intersecare diverse crisi contemporaneamente.
È mediatore sul dossier iraniano e contemporaneamente parte del conflitto afghano. È partner strategico della Cina e interlocutore dell’Arabia Saudita, una potenza nucleare e, contemporaneamente, un Paese esposto a una forte pressione terroristica interna, è affacciato sull’Oceano Indiano e, allo stesso tempo, proiettato verso l’Asia centrale attraverso una frontiera terrestre estremamente instabile.
Questa sovrapposizione di funzioni spiega perché ciò che sta accadendo sul confine afghano-pakistano meriti molta più attenzione di quella che sta ricevendo.
L’Asia non sta costruendo una sola linea di conflitto. Sta costruendo una serie di intersezioni.
Hormuz collega il Golfo all’Oceano Indiano. Bab el-Mandeb collega l’Oceano Indiano al Mar Rosso. Il Pakistan collega il subcontinente indiano alla profondità continentale dell’Asia. Gwadar collega la Cina al mare.
L’Afghanistan costituisce una delle principali cerniere terrestri tra Asia meridionale, Iran e Asia centrale.
La crisi che oggi appare come una disputa di frontiera è quindi inserita dentro una geografia molto più grande, ed è forse proprio questa la notizia meno raccontata.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


