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Il Canada volta pagina Pechino torna centrale nella strategia commerciale di Ottawa

Pechino torna centrale nella strategia commerciale di Ottawa

Mentre le tensioni con Washington continuano a pesare sull’economia canadese, i dati del primo semestre 2026 raccontano un riposizionamento commerciale sempre più netto verso l’Asia, con la Cina in prima linea.

Non si tratta soltanto di una variazione congiunturale dei flussi di merci, ma del segnale di una più ampia ricalibratura strategica: Ottawa prova a ridurre la propria esposizione alla domanda statunitense e a costruire margini di autonomia in un ordine economico internazionale segnato da dazi, competizione tecnologica, sicurezza energetica e crescente frammentazione delle catene del valore.

Per il Canada, Paese fortemente integrato con il mercato americano e storicamente dipendente dagli Stati Uniti per gran parte del proprio export, la diversificazione non è più soltanto un obiettivo diplomatico: è diventata una necessità economica.

Le politiche tariffarie statunitensi, l’incertezza sulle relazioni commerciali nordamericane e la competizione industriale sulle tecnologie verdi stanno spingendo Ottawa a cercare sbocchi alternativi per energia, agricoltura, minerali critici e prodotti ad alto valore aggiunto.

Secondo i dati di Statistics Canada analizzati dal Canada – China Business Council e dal China Institute dell’Università di Alberta, le esportazioni canadesi verso la Cina sono cresciute del 30% nella prima metà del 2026, con un interscambio complessivo in aumento del 3,6% su base annua.

Nel dettaglio, le esportazioni sono salite del 30,1% a 21,74 miliardi di dollari, mentre le importazioni dalla Cina sono scese del 5,8% a 44,86 miliardi.

A trainare la crescita sono energia e materie prime: nel semestre, energia e minerali hanno rappresentato il 58,4% di tutte le esportazioni verso la Cina, con il solo comparto energetico – soprattutto greggio e propano liquefatto – in crescita dell’81,8%, mentre le esportazioni di minerali metalliferi e non metalliferi, incluso il minerale di rame, sono aumentate del 29%.

Un analista della China Institute ha sottolineato come, nonostante tensioni politiche tutt’altro che risolte, esista una complementarità di fondo tra le due economie che nessun altro mercato può replicare.

La composizione dell’export è rivelatrice. Il Canada non esporta verso Pechino soltanto volumi crescenti di risorse naturali, ma asset sempre più strategici per l’economia cinese: greggio, gas, rame e minerali essenziali per l’industria manifatturiera, le reti elettriche e la transizione energetica.

In questa prospettiva, la relazione commerciale assume un carattere meno episodico e più strutturale: Pechino cerca forniture stabili e diversificate, mentre Ottawa punta a valorizzare il proprio ruolo di potenza delle risorse in un mercato globale attraversato da instabilità geopolitica e rischi di approvvigionamento.

A incidere è anche il nuovo peso dei minerali critici. Rame, nichel, litio, terre rare e altri materiali sono ormai al centro delle politiche industriali di Stati Uniti, Unione europea e Cina.

Il Canada dispone di giacimenti, capacità estrattive e infrastrutture portuali che lo rendono un interlocutore appetibile, ma il governo deve bilanciare le opportunità commerciali con le preoccupazioni sulla sicurezza nazionale, sugli investimenti esteri e sul controllo delle filiere sensibili.

La svolta ha una data precisa: il 16 gennaio 2026, quando il primo ministro Mark Carney ha raggiunto a Pechino un’intesa preliminare con Xi Jinping.

L’accordo prevede l’ingresso sul mercato canadese di decine di migliaia di veicoli elettrici cinesi, in cambio della sospensione da parte di Pechino di alcuni dazi su canola, aragoste, piselli e granchi canadesi, oltre alla ripresa del dialogo economico-finanziario di alto livello.

Carney ha inoltre annunciato l’intenzione di raddoppiare la rete elettrica canadese nei prossimi quindici anni, aprendo a partnership cinesi anche nell’eolico offshore, e di portare la produzione di GNL a 50 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030, quasi interamente diretta verso i mercati asiatici.

Restano comunque nodi irrisolti: i dazi canadesi sull’acciaio cinese non sono stati rimossi, segno che la normalizzazione resta parziale.

Sul piano interno, l’accordo non è privo di costi politici. L’apertura, seppur contingentata, ai veicoli elettrici cinesi può favorire i consumatori e accelerare la transizione verso una mobilità meno emissiva, ma alimenta le preoccupazioni dell’industria automobilistica canadese, concentrata soprattutto in Ontario e strettamente connessa alle catene produttive statunitensi.

Al contrario, le province occidentali – in particolare Alberta, Saskatchewan e British Columbia – vedono nella distensione con Pechino un’occasione per rilanciare esportazioni agricole, energetiche e minerarie penalizzate negli anni precedenti da dazi e restrizioni.

La linea di Carney appare quindi costruita su un equilibrio delicato: mantenere salda l’appartenenza del Canada al blocco occidentale e al sistema di sicurezza nordamericano, senza rinunciare a una politica commerciale più pragmatica verso la seconda economia mondiale.

È una forma di realismo economico che non cancella le divergenze su diritti umani, sicurezza tecnologica e influenza geopolitica, ma prova a separare i dossier più sensibili dagli ambiti nei quali la cooperazione può produrre benefici immediati.

Il riorientamento passa anche dalle infrastrutture: il porto di Vancouver, il più grande del Canada, gestisce circa il 16% del commercio di merci del Paese, e un terzo di questo volume è legato alla Cina, quota che secondo i funzionari è in aumento.

Non a caso Alberta e British Columbia sono le province che hanno beneficiato di più dell’incremento dell’export, grazie a energia, minerali, foreste e agricoltura.

La centralità di Vancouver conferma che la svolta asiatica non può prescindere dalla logistica. Oleodotti, terminal portuali, infrastrutture ferroviarie e capacità di stoccaggio diventano fattori decisivi per trasformare l’orientamento politico in risultati commerciali concreti.

In assenza di colli di bottiglia infrastrutturali, il Canada può intercettare una quota più ampia della domanda asiatica di energia e materie prime; al contrario, ritardi autorizzativi, tensioni ambientali e opposizioni locali rischiano di rallentare la proiezione verso il Pacifico.

Sullo sfondo si muove un’ipotesi ancora da confermare ma politicamente rilevante: una possibile tappa canadese di Xi Jinping nell’ambito di un viaggio nordamericano a settembre, che rappresenterebbe la prima visita di un capo di Stato cinese in Canada da circa 16 anni.

Il tempismo non sarebbe casuale, arrivando a ridosso delle elezioni di midterm statunitensi del 3 novembre, in un contesto di crescenti attriti commerciali tra Ottawa e Washington.

Una visita di Xi avrebbe anche un valore simbolico: segnalerebbe che Pechino considera Ottawa un interlocutore utile nel rapporto con il mondo occidentale, soprattutto in una fase in cui molti Paesi cercano di evitare una scelta binaria tra Stati Uniti e Cina.

Per il Canada sarebbe invece l’occasione di presentarsi come attore capace di difendere i propri interessi nazionali senza appiattirsi completamente sulla linea di Washington, pur restando ancorato alle alleanze tradizionali.

Il messaggio che emerge da Ottawa è chiaro: di fronte a un’alleanza economica con gli Stati Uniti sempre più instabile, il Canada sta diversificando con decisione verso l’Asia – non solo la Cina, ma il Pacifico nel suo complesso – ridisegnando equilibri commerciali che fino a pochi anni fa sembravano scontati.

La scommessa, tuttavia, non è priva di rischi: più il Canada si apre alla Cina, più dovrà gestire le pressioni americane, le divisioni interne tra province e settori industriali e le delicate questioni di sicurezza legate alle tecnologie, ai dati e alle infrastrutture strategiche.

In questo senso, il riavvicinamento a Pechino non va letto come una rottura con l’Occidente, ma come il tentativo di adattare la politica commerciale canadese a un mondo più multipolare e meno prevedibile.

Energia, minerali critici, agricoltura e veicoli elettrici diventano così i tasselli di una strategia più ampia: trasformare la vulnerabilità geografica di un’economia troppo dipendente dagli Stati Uniti in una maggiore capacità di scelta sui mercati globali.

Autore

  • Carlo Marino

    Carlo MarinoCarlo Marino, Ph.D., Journalist Stampa Estera. Direttore Scientifico della Collana di linguistica, Storia e Antropologia Eurasiatica - De Frede Editore Napoli. Il Faro di Roma, Sala Stampa Santa Sede. Correspondent of European News Agency. Reporters.de. AgoraVox.fr, Nuovo Giornale Nazionale, Eurasiaticanews.eu, La Maschera di Tespi, De Regimine Litterarum. Scrittore.

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