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La vita è un gioco

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La vita è un gioco

Nel mondo causale i principi logici non concernono la verità ma l’azione

Viviamo in un mondo fatto di numeri, senza capirne il perché.

Viviamo un gioco, che è il più antico gioco del perché. Pensiamo che sia un gioco praticato solo nell’età della nostra fanciullezza, e invece è un gioco che dura l’intera vita. La vita intera di ogni uomo.

Ma, cosa significa che non ne capiamo il perché. O il significato. O, meglio ancora, il senso. Perché, è bene chiarire subito, è un gioco e quindi concerne l’azione e quindi un gioco che agisce nello spazio.

Il gioco si serve dei numeri, senza i numeri non è possibile giocare, non è possibile alcun tipo di gioco quale che sia. Pitagora dirà che “Tutte le cose sono numeri” e “la Natura delle cose è il numero”.

La sua intuizione creativa è narrata allo stesso modo di una rivelazione o illuminazione. Il linguaggio algebrico è assimilato al linguaggio degli dèi o di Dio (quale che sia).

E, tuttavia, questo processo di assimilazione è errato: in un mondo causale, i principi logici non concernono più la verità, ma l’azione.

È questo il risultato definitivo a cui giunge il matematico austriaco Kurt Godel con i suoi due teoremi dell’incompletezza (1931): con 2 euro compro un litro di latte, con 2 euro compro anche un litro di benzina, ma non tutti e due.

Il cosmo greco e tutti gli elementi in esso compreso è e sono indecidibili.

E allora non c’è altro modo di vivere che giocare. Così che, per l’appunto, Eraclito dice: “Il tempo (Aión) è un fanciullo che gioca e muove le pedine: il regno è di un fanciullo”. E nella Cina arcaica risuona il più antico detto secondo il quale “per diventare sovrani dello spazio occorre essere signori del tempo”.

È, pertanto, la dimensione temporale che precede quella spaziale.

E il tempo, dicono alla fine anche i greci, si caratterizza in tre modi diversi:

1) Aion, già citato, ovvero L’Eterno o L’Immutabile o Il Medesimo o La Misura creatrice di tutte le misure: quando parliamo di misure, ciò che le procura è sempre una qualche forma di tempo. Breve intermezzo: per ciò che attiene al Mistero e ai misteri grandi e piccoli del cosmo, la Dike di Parmenide ci invita ad ascoltarla senza oltrepassare la soglia (al di là) da cui la voce ri-suona: posero duplice forma a dar nome alle loro impressioni, ma d’una non c’era bisogno: in questo gli uomini si sono ingannati;

2) (al di qua) Kronos, ovvero il tempo del divenire delle cose, che scorre causalmente e segue quindi le regole del gioco;

3) Kairos, ovvero il tempo qualitativo, che agisce al di qua e al di là di ogni spazio, senza regole o misure.

E, allora, la questione fondamentale diventa quella di misurare e agire nello spazio ovvero di giocare e muovere le pedine.

1, 2, 3, 4, 10 … n: la serie divergente e infinita dei numeri interi ci introduce alla sequenza dei numeri che dall’inizio dei tempi, l’inizio di ogni inizio che è, fissa le regole del gioco, di qualsiasi gioco essenzialmente umano, in ordine al quale siamo depositari – a differenza delle macchine (!) – di ogni perché.

Nel linguaggio alfabetico, Prajapati è l’Uno, ma, chiedendosi chi sia e non sapendo dare alcuna risposta a sé stesso, egli diventa Ka e il suo numero è il Quattro.

Egli, cioè, inizia a muoversi nello spazio, in uno spazio che è divisibile e orientato in quattro diverse direzioni di senso. Qui, un significato quale che sia ancora non è presente.

È presente solo un moto: “… l’eternità esclude il moto. Ma da quella vagheggiata dimora immobile, sorgente e foce dei tempi, il sovrano del mondo deve procurare le misure normative valide per la sua età – misure sempre fondate, come s’è detto, sul tempo” (G. de Santillana – Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto).

Muoversi non basta, per agire nello spazio servono anche le misure.
La storia di Prajapati-Ka assume allora coordinate precise, nel suo spazio, che possiamo dire originario, egli è al centro di ciò che il poeta Paul Valéry chiama un “implesso”: in sequenza nel cielo, e dal punto di vista dell’Osservatore, da sinistra verso destra e viceversa appaiono le figure di Rudra-Il Cacciatore, Prajapati-Ka-Il Cavallo (o Cervo e tante altre icone similari), e Rohini-La Stella.

Tutti intenti all’arte della fuga o il gioco del moto che inizia così ad assumere quelli che diventeranno gli innumerevoli significati.

Tilak ci dice, comunque, che, originariamente, due sono le versioni che la storia narra. In entrambe le versioni, tuttavia, il significato è unico e riconducibile al termine Yajña, la cui identità linguistica esprime, tuttavia, sia il significato di “sacrificio” che di “anno”.

Breve intermezzo: direbbe ancora Pitagora: perché l’Uno genera il Due, il Due genera il Tre, e il Tre genera tutte le cose.

Ma seguiamo ancora Tilak: “… Ciò che è ancora più interessante, però, è che le principali caratteristiche dell’arcaico sacrificio sono le medesime di quelle dell’anno (… dall’Aitareya Brahmana emerge che) ‘i satra, i quali erano della durata di un anno, non eran altro se non un’imitazione del corso annuale del sole.

Essi erano divisi in due parti distinte e ciascuna consisteva di sei mesi, di trenta giorni l’uno’. A mezzo tra le due stava il Vishuvan, vale a dire l’equatore od il giorno centrale, separante l’intero satra in due metà (cit. dott. Haug).” (Orione).

È possibile che la misura del gioco sia una sola oppure vi sono diverse misure che pre-ludono al gioco?

Il giorno e la notte seguono lo stesso moto o moti diversi, e impiegano nel loro rito (rta) lo stesso tempo o tempi diversi?

La luna e il sole, gli astri più luminosi e quindi più facilmente e ovunque visibili, seguono la stessa direzione o direzioni diverse, e impiegano nel loro rito annuale lo stesso tempo o tempi diversi? Infine, le stagioni; ma qui il sistema di calcolo si complica.

Limitiamoci pertanto all’analisi dei moti quotidiani e annuali dei due maggiori astri, e, in particolare, di quella che verrà definita la Misura Aurea, originariamente la misura del moto solare o eliaco, oggi la formula che esprime il rapporto costante φ = (1 + √5) / 2 ≈ 1,6180339887 (regola di Fibonacci) indicativa, in generale e quindi nell’intero spazio fisico postulato, di un rapporto costante tra il tutto e la parte, tra la parte più grande e quella più piccola che si ripete all’infinito attraverso infinite suddivisioni.

Come si diceva, una teoria. Nient’altro che una teoria dei giochi.

Ma, torniamo ora ai tempi arcaici della tradizione hindu

È ancora un’ipotesi, tuttavia suffragata anche da fatti, dire che gli antichi Arya abbiano vissuto così vicino al Polo Nord da sperimentare o comunque essere a conoscenza dell’esistenza di un giorno della durata di due, tre o sei mesi all’anno.

E, comunque, molte sono le fonti in cui si dice questo: persino Erodoto, nel 400 e.a., dice di un popolo che dorme sei mesi all’anno.

Che sia nato così il più antico sistema sessagesimale?

Sviluppato dai Babilonesi oltre 4.000 anni fa e formalizzato da Tolomeo nella sua Geografia.

Questi alcuni degli Elementa caratterizzanti lo spazio geometrico pitagorico e quindi euclideo, elementi basati sempre su una qualche forma del tempo, e nello specifico misure innanzitutto utili per agire e giocare nello spazio: misure di tempo (1 minuto = 60 secondi, 1 ora = 60 minuti = 3600 secondi), d’angolazione (1 grado (°) = 60 primi (′), 1 primo = 60 secondi (″)), di navigazione (Latitudine e longitudine sono espresse in gradi, primi e secondi, 1 primo di latitudine ≈ 1 miglio nautico). Sessanta è il numero del dio Anu.

E, quanto ai diversi e opposti moti della luna e del sole: due diversi cicli, un ciclo di lunazione (29,5 giorni in quattro fasi – luna nuova, luna crescente, luna gibbosa crescente, luna piena – della durata in media di ciascuna di 7 giorni; e tuttavia il mese siderale conta esattamente 27 giorni, 7 ore, 43 minuti e 11 secondi – originariamente, corrispondenti ai 27-28 nakshatra o case lunari indiane), due diversi e opposti cicli annuali (luna 354 giorni; sole 365,25 giorni), una differenza di cicli annuali di 12 giorni intercalari e di relative feste annuali intercorrenti tra la fine dell’anno vecchio e l’inizio dell’anno nuovo.

Ovvero la morte e la resurrezione di Prajapati-Ka. Dal giorno dell’Avvento al giorno dell’Epifania

E se, invece, il sistema di calcolo più antico fosse il sistema decimale?

In fondo, si tratta di un sistema posizionale ovvero lo stesso simbolo assume valori diversi a seconda dello spazio che occupa e i numeri possono essere interi o non interi.

Siamo continuamente al centro di un implesso: toute vue des choses qui n’est pas étrange est fausse. Anche se è più che lecito attendersi che la misura aurea, la misura del Sole, assurga più agevolmente al vertice della storia e delle storie degli uomini.

Sono i pianeti, “i cani di Persefone”, gli strumenti del tempo che muovono il cosmo e, con il tempo che passa, assumono nelle storie degli uomini la figura di astri, dei, semidei e eroi: Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere, Saturno e il Sole.

È il gioco della campana o della settimana, che si svolge su una gamba sola, segnando gli spazi numerici in sequenza occupati gettando una piccola pietra, magari cubica o a forma di dado.

E, infatti, lo strumento di misurazione dello spazio è originariamente rappresentato dal sorgere eliaco degli astri. Personaggi mitici come Fetonte, figlio del dio del Sole Apollo, e lo stesso Efesto, che racchiude in sé entrambe le caratteristiche dell’architetto e del fabbro, finiscono per essere zoppi o azzoppati, rappresentanti anch’essi il pesante Canopo, sito alla confluenza dei fiumi, filo a piombo “vivente”.

Perché gli antichissimi popoli protoindoeuropei misuravano ovvero credevano che tutte le cose ovvero gli dèi si muovessero secondo un sistema circolare di acque superiori e inferiori, secondo la storia narrata del dio vedico Agni – un epiteto – asceso dalle acque inferiori alle acque superiori seguendo un moto costante ed eterno nel tempo e nello spazio.

Prima, tuttavia, che Gilgamesh sperimentasse l’inesistenza di almeno un passaggio sotterraneo, nei fondali marini del maelstrom o gurges mirabilis, che consentisse l’attraversamento dal basso verso l’alto, dall’ade all’olimpo degli dèi.

È il mare l’origine di tutte le cose, l’acqua l’elemento primordiale, anche per gli Egiziani, da cui nacque il mondo.

E allora, anche questo gioco finisce ora qui; ma, non prima di accennare e rinviarvi alla storia  del processo a Galileo, condannato dalla Chiesa di Roma, perché, in contrasto con essa, aveva sostenuto, nel trascorrere del tempo e quindi degli anni, la nuova teoria copernicana eliocentrica sul moto dei corpi celesti in opposizione alla vecchia teoria geocentrica.

Anche se, occorre dire, che la teoria eliocentrica aveva già fatto la sua comparsa almeno nel III secolo e.a. con Aristarco di Samo.

Personalmente, non dubito affatto che essa stessa, con meno numeri e immagini, sia invece già apparsa nel cielo di Prajapati-Ka; e, progressivamente, nell’arco dei tempi e degli spazi seguenti, si sia arricchita di nuovi e sempre maggiori elementi.

La storia continua.

Autore

  • Angelo Giubileo

    Angelo Giubileo, filosofo, giurista, giornalista e scrittore. Si è occupato e si occupa principalmente della divulgazione e comprensione del pensiero di Parmenide.

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