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Oman – Pechino, la rotta invisibile del potere

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Oman - Pechino, la rotta invisibile del potere

La Cina entra nella partita di Hormuz

Il 2 novembre 2026, mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sulla guerra con l’Iran e sulle elezioni americane, Pechino mette in movimento una sequenza diplomatica che merita di essere osservata nella sua interezza.

Il sultano dell’Oman Haitham bin Tariq incontra Xi Jinping; nelle stesse ore, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi riceve Ali Bagheri Kani, esponente della sicurezza nazionale iraniana.

La Cina annuncia, inoltre, una missione del proprio inviato speciale per il Medio Oriente, Zhai Jun, in Iran, Oman e Arabia Saudita.

Non si tratta di tre episodi separati, ma di una sequenza diplomatica che consente a Pechino di parlare contemporaneamente con interlocutori collocati in posizioni differenti rispetto alla crisi del Golfo.

L’Oman, tradizionale canale di mediazione tra Washington e Teheran; l’Iran, direttamente coinvolto nel conflitto e nella crisi dello Stretto di Hormuz; l’Arabia Saudita, potenza energetica e attore centrale negli equilibri della penisola arabica.

La visita del sultano a Pechino, annunciata il 30 ottobre e svolta il 1° e 2 novembre, era programmata prima dell’incontro. La sua coincidenza con l’annuncio della missione cinese e con l’incontro tra Wang Yi e il rappresentante iraniano non dimostra, da sola, l’esistenza di una regia unitaria.

Ma la convergenza degli appuntamenti e il contenuto delle dichiarazioni ufficiali consentono di individuare una direzione strategica precisa, la Cina sta cercando di consolidare la propria capacità di incidere sul negoziato regionale.

La scelta di Muscat è tutt’altro che marginale, l’Oman si affaccia sul Golfo dell’Oman e sul Mar Arabico, lungo la rotta che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano.

La penisola di Musandam, parte del territorio omanita ma separata dal resto del Paese dagli Emirati Arabi Uniti, si protende verso lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per i traffici energetici.

La posizione colloca l’Oman tra il Golfo e l’Oceano Indiano; sul piano diplomatico, Muscat mantiene relazioni con l’Iran e con le monarchie arabe, conservando una capacità di interlocuzione che lo rende particolarmente rilevante nei momenti di tensione.

Il suo ruolo non deriva soltanto dalla geografia, nel corso degli anni Muscat ha costruito una diplomazia fondata sulla discrezione, sulla continuità dei rapporti e sulla disponibilità a mantenere aperti canali negoziali anche quando gli altri interlocutori interrompono il dialogo.

È precisamente questa capacità che rende l’Oman un interlocutore utile per Pechino. Non perché possa garantire un accordo, ma perché può contribuire a rendere praticabile una mediazione.

Il comunicato congiunto sino-omanita del 2 novembre contiene un elemento particolarmente significativo, le due parti chiedono la ripresa della navigazione sicura nello Stretto di Hormuz e sollecitano Stati Uniti e Iran a tornare al dialogo, richiamando l’intesa di giugno.

Muscat dichiara, inoltre, di guardare con favore a un ruolo più incisivo della Cina nella stabilità regionale.

La dichiarazione non equivale a un accordo di pace. Ma colloca Pechino all’interno di una cornice diplomatica che collega la sicurezza della navigazione, la de-escalation militare e la ripresa del negoziato. Il dato strategico più importante è la differenza tra capacità militare e influenza diplomatica.

Gli Stati Uniti mantengono una superiorità militare nella regione che la Cina non è in grado di replicare, Pechino, tuttavia, dispone di altre leve perché è il principale partner commerciale dell’Oman, un grande acquirente di energia del Golfo e un interlocutore economico rilevante per le monarchie arabe.

La visita ha prodotto anche un’intesa per approfondire la cooperazione in petrolio e gas, energie rinnovabili, infrastrutture elettriche e investimenti.

La Cina cerca quindi di trasformare la propria interdipendenza economica con la regione in una capacità di influenza politica.

Non è una strategia nuova, ma la crisi di Hormuz ne accresce il valore, se una rotta essenziale per il commercio energetico mondiale viene compromessa, la sicurezza marittima diventa un problema che coinvolge non soltanto le potenze militari, ma anche i Paesi che dipendono dalla continuità dei flussi commerciali.

Pechino ha un interesse diretto alla riapertura dello Stretto, alla riduzione dei costi energetici e alla stabilizzazione dei rapporti con i Paesi del Golfo. La sua iniziativa diplomatica è dunque sostenuta da una necessità economica concreta.

La distinzione è fondamentale: la Cina non deve necessariamente sostituire gli Stati Uniti come garante militare della regione per accrescere la propria influenza.

Può cercare di diventare un interlocutore indispensabile nella definizione delle condizioni politiche che rendono possibile la sicurezza.

La visita del sultano si conclude il 2 novembre, alla vigilia delle elezioni di midterm americane. È una coincidenza temporale che merita di essere osservata, ma non può essere trasformata in una prova di coordinamento tra la diplomazia cinese e l’appuntamento elettorale statunitense.

La cronologia documentata indica che la visita era stata annunciata il 30 ottobre. Non abbiamo elementi sufficienti per sostenere che Pechino abbia programmato l’iniziativa allo scopo di sfruttare le elezioni americane.

La lettura strategica più solida è un’altra, la Cina sta consolidando la propria posizione diplomatica in una fase in cui Washington deve gestire contemporaneamente una crisi militare regionale e una scadenza politica interna di grande rilevanza.

Il vantaggio che Pechino può cercare non è necessariamente quello di interferire nella competizione elettorale americana, ma quello di accrescere il proprio margine di manovra in una regione dove gli Stati Uniti restano militarmente centrali e dove la Cina possiede interessi energetici e commerciali di primaria importanza.

La missione di Zhai Jun in Iran, Oman e Arabia Saudita sarà il banco di prova dell’iniziativa cinese. Occorrerà verificare se Pechino riuscirà a tradurre la propria rete di relazioni in risultati negoziali concreti, soprattutto sulla sicurezza della navigazione a Hormuz e sulla ripresa del dialogo tra Washington e Teheran.

La questione non riguarda soltanto chi controlla lo Stretto, ma chi sarà in grado di contribuire alla definizione delle condizioni politiche della sua riapertura. La Cina non si presenta come una potenza in grado di garantire da sola la sicurezza del Golfo.

Cerca piuttosto di costruire una posizione dalla quale possa influenzare il comportamento degli attori regionali, favorire la ripresa del negoziato e accrescere il proprio peso nella definizione dell’ordine futuro.

Il movimento dell’Oman verso Pechino, il dialogo cinese con Teheran e l’annunciata missione in Arabia Saudita delineano una strategia che combina diplomazia, interdipendenza economica e sicurezza energetica.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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