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La distopia come isotopo dell’utopia – Parte 1

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La distopia come isotopo dell'utopia

L’UE come perfetta creatura fabiana

L’origine del nome è notoria: il generale romano Quinto Fabio Massimo, detto il Cunctator (il Temporeggiatore), noto per la sua strategia logorante (e alla fine vincente) contro Annibale: evitare lo scontro campale e attendere con pazienza il momento propizio per colpire.

Il Fabianesimo, pur essendo, lato sensu, una forma di socialismo, a differenza del marxismo continentale, rifiuta la lotta di classe violenta e la rivoluzione, proponendo un modello di trasformazione sociale guidato dalla ragione, dalla scienza e dalle istituzioni.

Concepisce la storia positivisticamente come evoluzione e non come lotta di classe e rotture dialettiche. Gli strumenti principali cui si affida sono la regolamentazione – legislazione, la burocrazia, la scienza, l’educazione.

In questo approccio, i fabiani fondano la London School of Economics e contribuiscono alla nascita del Labour Party.

Vediamo in dettaglio.

Il Progetto: Socialismo Democratico e Welfare State

Il progetto politico fabiano mira alla transizione graduale dal capitalismo a una società socialista e solidaristica, fondata sui seguenti pilastri:

– Socializzazione dei monopolî e delle risorse primarie, col trasferimento della proprietà della terra e dei grandi monopolî industriali/infrastrutturali allo Stato o alle amministrazioni locali (socialismo municipale).

– Giustizia distributiva e Stato sociale, con la riduzione delle disuguaglianze economiche attraverso la fiscalità progressiva, la garanzia di un salario minimo, l’accesso universale all’istruzione, alla sanità e alla previdenza sociale.

– Efficienza amministrativa, con la sostituzione dell’anarchia del libero mercato con una pianificazione razionale guidata da esperti, burocrati competenti e tecnocrati.

Il Metodo: Gradualismo, Permeazione e Ricerca

Il metodo fabiano non contempla la lotta di classe e si contrappone direttamente sia al liberismo sia al dogmatismo rivoluzionario, basandosi su quattro direttive fondamentali:

– Il Gradualismo: fabiani (tra cui spiccano Sidney e Beatrice Webb, George Bernard Shaw, H.G. Wells e Graham Wallas) teorizzarono che il socialismo non sarebbe nato da un’esplosione rivoluzionaria, ma dall’accumulo progressivo di riforme legislative e istituzionali.

– La Permeazione: è la tattica politica centrale del fabianismo: invece di creare un partito specifico e identificabile (quindi attaccabile e sconfiggibile), i fabiani cercarono di -infiltrarsi e influenzare dall’interno i partiti esistenti (in origine i Liberals e i Conservatives), i sindacati, la funzione pubblica e l’opinione pubblica, trasmettendo idee socialiste attraverso la persuasione tecnica ed economica.

– La Scienza e la Documentazione: i fabiani si affidano sin dall’esordio alla ricerca e ella verifica scientifica empirico-positiva (ricerche sul campo, verifiche), alla documentazione, alla saggistica, alla formazione culturale (opportunamente indirizzata).

– Iniziare con le Amministrazioni Locali (il Socialismo Municipale o “Gas and Water Socialism”), quali ambiti di minore resistenza da parte della politica centrale. Prima di riformare lo Stato centrale, il metodo fabiano prevedeva la dimostrazione dell’efficacia del socialismo a livello locale: la gestione pubblica dei servizi essenziali (gas, acqua, trasporti urbani, illuminazione) da parte dei comuni. L’eredità del fabianismo è visibile nell’architettura del Welfare State britannico del secondo dopoguerra (con il Rapporto Beveridge) e nel modello delle moderne democrazie sociali europee.

Il Fabianesimo oggi

La Fabian Society, fondata a Londra nel 1884, appare oggi piccola cosa nei confronti dei giganti privati del potere internazionale opaco, le grandi concentrazioni di potere monetario, finanziario e tecnologico.

Eppure, il mondo culturale e morale in cui oggi viviamo, gli ordinamenti giuridici, la rappresentazione della realtà, gran parte dei valori e disvalori, delle mode e delle convenzioni sociali dei nostri giorni, sono stati costruiti col metodo fabiano.

Esso dirige l’architettura generale dell’ingegneria socio-culturale che viene attuata, e guida le grandi trasformazioni socio-culturali e demografiche, parla attraverso capi di stato e di governo, attraverso i mass media e gli entertainment media, attraverso gli atti dei giudici e dei legislatori, le prediche dei politici e dei clerici…

Ai nostri tempi, dismesso ogni progetto di realizzazioni utopistiche, nondimeno il suo metodo viene applicato per la realizzazione di una società quale quella divisata dai primi Fabiani: tecnocratica, regolatoria, pianificata, gestita centralisticamente dall’alto, quindi paternalista – un modello incarnato soprattutto dall’Unione Europea, che appunto ha definito se stessa, recentemente, per bocca del presidente della sua Commissione, Ursula von der Leyen, “una potenza regolatoria” – e tale è, nel senso che essa si realizza con fabiana gradualità, mediante trasferimento a un centro decisionale1 sottratto ai controlli democratici, pezzo dopo pezzo, i poteri sovrani degli stati membri, e anche nel senso che essa riesce a imbrigliare e neutralizzare ogni spinta divergente dalla sua blueprint.

Quello fabiano è pure il metodo con cui si costruisce il pensiero unico: non attacco frontale, ma pressioni convergenti multidirezionali. E censure, oscuramento, esclusione per chi non ne rispetta i canoni.

È basato sulla infiltrazione, permeazione e riforma graduale degli ordinamenti, degli apparati amministrativi, accademici, politici, mediatici e – si noti – anche giudiziari: la classe privilegiata dei magistrati è sempre stata molto collaborativa.

Collocare, uno dopo l’altro, gli uomini giusti nei posti giusti, e bloccare le carriere degli altri.

Prendere la guida della narrazione dal suo stesso formarsi, e uniformarla in tutti gli ambiti della grande comunicazione. Acquisire il monopolio del discorso.

Assumere il controllo dei partiti socialisti, iniziando dal Labour Party, e dei sindacati dei lavoratori. Monopolizzare in essi l’ideale di giustizia, ed “educare” le magistrature.

Aprire, gradualmente, alla sostituzione culturale, religiosa, etnica, e parallelamente costruire uno stato di sorveglianza tecnologica.

Riempire, come si fa da decenni, i programmi di intrattenimento per bambini di contenuti e suggestioni transgender e omosessuali (oggi si lamenta che metà dei programmi di Netflix per la fanciullezza veicoli suggestioni LGBTQX), per gradualmente rendere gradevole e pregevole l’idea di queste cose.

Finanziare determinate narrazioni storiche, scientifiche, economiche, ecologiche, sessuali, fino a renderle ovvie nella percezione popolare e a giustificare il definanziamento, il silenziamento, la criminalizzazione e la punizione delle voci dissenzienti – sicché tutto il ceto intellettuale (dagli insegnanti ai professori ai giornalisti agli scienziati ai politici) si adatti al fatto che, per lavorare, bisogna salire su quel carro.

Obbligare di fatto a inserire quote di personaggi di colore nei film storici che trattano di tempi e luoghi dove c’erano solo bianchi (persino la regina Ginevra è adesso una mulatta), in modo da cambiare e attenuare l’identità storica.

Tabuizzare vocaboli che sono sempre stati usati e intesi inoffensivamente (razza, cieco, sordo, negro, spazzino); impoverire il lessico per limitare l’espressione di idee: la Neolingua e il Bipensiero.

Suscitare e coltivare nei contemporanei sensi di colpa e di obbligo risarcitorio per il passato coloniale delle loro nazioni. Indurli gradualmente ad accettare che l’immigrazione incontrollata distrugga l’ordine pubblico e conquisti intere aree urbane e rurali, dove neanche la polizia entra più, espropriandone la popolazione autoctona.

Incoraggiare l’applicazione di categorie di giudizio odierne al passato storico (abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo, radiazione della Divina Commedia perché mette Maometto all’Inferno, definanziamento delle ricerche e dell’insegnamento del Rinascimento italiano perché non rappresenta la gente di colore).

Il metodo fabiano ha trasformato il sentire, l’etica, i valori, i sensi di colpa seguendo il principio della Finestra di Overton2 , fino a giustificare radicali e violente repressioni della libertà di parola, a imporre direttive conformanti ed escludenti alla scuola e all’accademia; fino a rendere socialmente apprezzate cose prima tabù, come l’omosessualità, e tabù cose che prima erano valori condivisi: patria, famiglia, religione, nazione, bandiera.

Fino a rimodellare la narrazione storiografica e a imporre il pensiero unico già dalle scuole elementari. Le ideologie cancel, woke, LGBTQX, politically correct sono opera del metodo fabiano: apparentemente nate dall’evoluzione dell’uomo, in realtà sintetizzate a tavolino per scopi di radicale trasformazione della società, come la fine delle identità nazionali, l’immigrazionismo e l’accoglientismo.

Così come il potere di etichettare, squalificare ed emarginare come estremisti di destra (cioè, a intendere, neonazisti) tutti coloro che criticano e smascherano le mistificazioni e gli scopi reconditi di queste operazioni – e, paradossalmente, questo potere di criminalizzare come “estrema destra” lo esercita un regime che più a destra non si può, cioè un’oligarchia plutocratica autoreferenziale e totalitaria.

Così come anche lo spezzettamento del corpo sociale attraverso l’esaltazione artificiale, quando non addirittura la fabbricazione, di innumerevoli minoranze maltrattate e ora insorgenti – minoranze che tolgono il posto alla coscienza di classe e alla possibile lotta di classe.

Fino a far avanzare progetti di riforma totalizzante della vita delle persone, come l’Agenda 2030 e il C 40: non avrete nulla e sarete felici, vivrete col reddito di cittadinanza nella città dei 15 minuti, non possiederete più autovetture private, il volo sarà riservato ai magnati, ai governanti e alle forze armate, etc.

Sembra tutto spontaneo, ma non lo è. Questi sono i frutti del metodo fabiano oggi, al servizio di un disegno preciso di riduzione della gente a una condizione di animali di allevamento.

Frutti che, deviando dall’idea originale fabiana di realizzare una società razionalmente ed equamente organizzata, pendono sempre più verso una maturazione distopica, tecnocratica ed autocratica, autoritaria, elitista, manipolatoria, anche sul piano biologico: un esito lucidamente anticipato da novellisti della stessa Fabian Society, come H.G. Wells e G. Orwell.

Un esito in effetti inevitabile, dati due elementi di realtà oggettivi e insuperabili:

– il popolo è incompetente, immaturo, irrazionale, perciò per il suo bene ha da esser guidato come un bambino da un’élite illuminata tecnocratica;

– questa élite, però, una volta al potere, fa gli interessi propri, non quelli del popolo, e tende ad assicurarsi il totale controllo della massa e a coltivare la sua incompetenza;

– l’esito del socialismo fabiano è pertanto l’antisocialismo, come l’Ing Soc del 1984 di Wells.

Il fabianesimo, nonostante questa evidente contraddizione, o più esattamente, nonostante la sua intrinseca contraddittorietà, è la più “implementata” delle correnti del socialismo ‘democratico’ e riformista occidentale.

La deriva autoritaria

Sebbene la Società Fabiana sia nata con l’obiettivo formale di estendere la democrazia all’ambito economico, la sua matrice ideologica conteneva elementi strutturali che diversi critici (sia da destra, sia da sinistra libertaria) hanno individuato come premesse per una vera e propria deriva autoritaria e paternalistica.

– La tentazione tecnocratica e la sfiducia nella democrazia di massa: il cuore del metodo fabiano è l’affidamento della gestione della società agli “esperti” (social engineers), alla burocrazia illuminata e ai pianificatori centrali. Quindi non alla base né al mercato, né a qualche dogmatismo filosofico.

– Paternalismo statalista: secondo figure chiave come Sidney e Beatrice Webb, la massa dei lavoratori non era in grado di autogovernarsi o di comprendere le complesse dinamiche economiche. Il socialismo non doveva essere il prodotto dell’autogestione dal basso, ma un’amministrazione dall’alto esercitata da una classe dirigente altamente istruita.

– Ingegneria sociale: riducendo la politica a un problema di efficienza amministrativa e statistica, e aziendalizzando la società, il fabianismo tende a trattare l’individuo come un’unità di calcolo all’interno di un piano razionale, sacrificando la libertà individuale in nome dell’ottimizzazione sociale.

– La fascinazione per Stalin: l’episodio più emblematico della deriva autoritaria del fabianismo riguarda l’atteggiamento assunto dai suoi massimi teorici, Sidney e Beatrice Webb, nei confronti dell’Unione Sovietica negli anni 30. La fascinazione per lo stalinismo: Nel 1935 i Webb pubblicarono il volume Soviet Communism: A New Civilisation? (nelle edizioni successive rimossero persino il punto interrogativo). Nel testo difesero l’organizzazione sovietica, celebrando la pianificazione quinquennale e l’assenza di “anarchia capitalista”. Ammaliati dall’efficienza burocratica e dall’ingegneria sociale del regime stalinista, i Webb ignorarono o minimizzarono le repressioni di massa, la collettivizzazione forzata e il terrore di Stato, vedendoli come “costi necessari” o inevitabili correttivi per la costruzione di una società perfettamente ordinata.

– L’eugenetica e il controllo sociale vide, neo primi decenni del novecento, diversi importanti esponenti fabiani – tra cui George Bernard Shaw, H.G. Wells e i stessi Webb – quali sostenitori dell’eugenetica, considerata all’epoca una disciplina scientifica atta a migliorare la “qualità” della popolazione. L’idea di pianificare l’economia si estese alla pianificazione della demografia. Shaw e Wells teorizzarono apertamente interventi statali per incoraggiare la riproduzione dei “migliori” e restringere quella degli “inediti” o “inefficienti”. H.G. Wells: Wells, in opere come The Open Conspiracy e A Modern Utopia, tratteggiò modelli per un governo mondiale retto da un’élite di “samurai” tecnocratici, dove il controllo dell’informazione e della condotta individuale era totale.

1 Cioè alla Commissione e al Consiglio dei Ministri. Il Parlamento ha poteri scarsi; tra essi c’è quello di esigere dalla commissione il rendiconto della sua gestione economica; l’ha esercitato una sola volta, verso la Commissione Santer, ed è saltato fuori tutto un insieme di abusi e ruberie; da allora, non si è più parlato di esercitarlo, la Commissione procede senza vincoli di rendiconto.

2 Finestra di Overton (dal suo ideatore, Joseph Overton), o più correttamente dello spostamento della Finestra di Overton. Dicesi “Finestra di Overton”, per ogni dato tema, la gamma di diverse opinioni che un dato pubblico accetta come legittime in un dato tempo. Ad esempio, in tema di omosessualità, in passato l’opinione pubblica accet­tava come legittime tesi che sostenevano che la sua pratica fosse un delitto, e le tesi che fosse invece giuridicamente lecita, questi erano i limiti entro cui ci si doveva tenere. Non accettava come legittimamente sostenibili tesi che la definissero una forma di sessualità normale, o peggio equivalente all’eterosessualità, e ancor meno poteva accettare l’idea che lo Stato dovesse riconoscere il matrimonio omosessuale e permettere a coppie omosessuali di adottare bambini.
Questa modificazione, similmente a molte altre grandi modificazioni del costume e della cultura, non è, come invece sostiene la propaganda ufficiale, il portato di una trasformazione spontanea del sentire popolare, dovuta al progresso e al miglioramento dell’uomo, ma è stata prodotta da un lavoro intenzionale di lobby attraverso tecniche di comunicazione sia dirette alla massa, che mirate ad ambienti scientifici e politici. Lavoro ampiamente e visibilmente sovvenzionato. Lavoro facilitato dal fatto che la quasi totalità dell’informazione di massa e dell’intrattenimento di massa è nelle mani di pochissimi grandi gruppi finanziari, i quali anche finanziano i ricercatori scientifici e le loro pubblicazioni.

Vediamo ora le sei (o sette) possibili posizioni di una tesi rispetto alla Finestra di Overton. Useremo termini italiani non letteralmente corrispondenti a quelli inglesi, ma più corrispondenti ai concetti.

1. Impensabile: l’idea o l’atto non arrivano nemmeno a essere presi in esame, vengono sentiti come impossibili o inconcepibili. Non se ne parla, perlomeno pubblicamente. Pensiamo, oggi, al cannibalismo

2. Estremista: se ne parla, ma è condannato dal sentire morale e dalle leggi; chi lo pratica o propugna viene emarginato; pensiamo, oggi, alla pedofilia, che inizia a venir sdoganata da parafilia e perversione criminale a “orientamento sessuale” (normale quanto gli altri). I ricercatori però lo fanno oggetto di indagine scientifica. Dall’indagine e dai suoi risultati nascono posizioni diversificate: radicali pro, radicali contro, moderati e possibilisti. Si apre la discussione nel merito, quindi si supera la posizione dogmatica, aprioristica, religiosa, che preclude a priori il dibattito.

3. Lecita: l’opinione pubblica sente come moralmente o scientificamente legittimo, anche se criticabile, che si sostenga o esegua quella certa cosa, soprattutto se vi sono precedenti storici, pur riconoscendola come posizione discutibile.

4. Sensata: la cosa viene a essere considerata come oggetto di un diritto, sicché chi la riconosce e difende è buono, aperto, democratico; mentre chi la avversa appare reazionario e oscurantista.

5. Comune: parlare e presentare la cosa diviene popolare, di moda, simpatico, anche nell’intrattenimento popolare e persino nelle scuole. Nella gente si dissolve il ricordo che in passato la cosa era impensabile o indicibile.

6. Legalizzata: parte qualche iniziativa politico-legislativa per legittimare la cosa, che alla fine viene recepita dal diritto.

7. Tutelata – imposta (questa settima fase la aggiungiamo noi): la cosa non è più solo un diritto o una verità di legge, ma il contestarla, o addirittura il semplice porla in dubbio, viene punito con sanzioni sociali, amministrative o penali; quindi è scoraggiata o proibita la ricerca della verità di fatto che potrebbe mettere in dubbio quella di legge; campagne di propaganda mediatica aiutano a spingere le opinioni contrarie fuori dalla Finestra di Overton, nella posizione di “Estremista” descritta sopra.

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