Il diritto alla verità sulle stragi di mafia
La Sicilia è sempre stata un laboratorio politico e sociale che ha anticipato il resto del continente.
E aveva ragione Sciascia, che la descriveva come un microcosmo “tribale”, un luogo dove le dinamiche di potere, le amicizie e le conoscenze – intese come raccomandazioni e reti di influenza – definiscono le relazioni umane e la struttura sociale.
Non mi meraviglia, quindi, che ex magistrati, magistrati in servizio e altre persone influenti, come emerge dalle intercettazioni, si siano messi in moto per contrastare l’avvocato Fabio Trizzino e i figli di Borsellino.
“Non ci possiamo far buttare merda addosso così senza far nulla”, e via le relazioni, i mass media, i convegni, i politici “utili idioti”, gli interventi in commissione antimafia, la preparazione.
Un sistema di potere, di relazioni, radicato da decenni, già prima delle stragi. Falcone e Borsellino, così come i giudici assassinati prima di loro, avevano il problema di essere dei corpi estranei.
Non mi meraviglia che si mettano in moto tutti, pronti ad attaccare, maledire, proiettare.
Arriveranno interventi di giuristi pronti a trovare motivazioni pseudo garantiste per attaccare la Commissione attuale che per la prima volta non mette in mostra teoremi fantasiosi che colpiscono persone perbene, senza un minimo di appiglio documentale (i documenti, non le memorie dove si creano collegamenti suggestivi).
Quel sistema tribale siciliano si è riversato da tempo anche nei palazzi romani e altrove. Anche questa è la linea della palma, intesa stavolta come espansione di quella mentalità tribale, che si è spostata sempre più a nord.
Esprimo solidarietà in primis ai figli di Borsellino, all’avvocato Trizzino, alla presidente Chiara Colosimo, e non per ultimo alla Procura di Caltanissetta, compresa la Polizia Giudiziaria per il suo immenso lavoro di ricerca documentale, che in questo frangente ha osato andare a rovistare nel cuore del potere occulto – e poi diventato chiaramente visibile agli occhi di chi vuol vedere – che si trovava dentro il palazzo di giustizia palermitano.
Si trovava lì, poi è salito su, nel continente, tra Procure, Superprocure e palazzi romani, nel corso di questi trent’anni.
Anni dove, attraverso il potere giudiziario, hanno teorizzato, processato, inquisito persone che si sono rivelate completamente innocenti. Ma, oramai, macchiate per sempre e, nell’immaginario collettivo, considerate coinvolte in storie torbide e stragiste.
In questi decenni, i pochi giornalisti fuori dal circuito militante e dall’apparato mediatico politico, che hanno osato avanzare critiche, perplessità, storture, l’hanno pagata cara. Alcuni di loro nella solitudine, senza testimoni e senza il premio di un consenso.
Non ci saranno altri passi avanti su questa storia racchiusa nell’atto giudiziario da poco depositato.
Si andrà verso altre teorie (peccato che sull’agenda rossa ci si perda e la si separi dal nucleo centrale affrontato) che potranno placare gli animi di chi oggi si sente colpito. Però, è bastata questa parentesi difficile, coraggiosa, irripetibile, per averli fatti tremare per un po’.
E non era affatto scontato. Forse, tra 30 anni, esaurita la sbornia complottista e funzionale a coprire gli scheletri dell’armadio, altri potranno raccogliere il materiale odierno e fare altri concreti e non fantasiosi, passi in avanti.





