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Israele e un possibile ritorno di Bennet

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Israele

Le elezioni israeliane non sono trendy

Eppure riguardano tutti, in modo diretto.

La permanenza o meno di Netanyahu alla guida di Israele sarà determinante per stabilire la magnitudo dei conflitti prossimi venturi in Medio Oriente.

Le ripercussioni globali riguarderanno il mondo intero, ignorare sistematicamente la politica interna israeliana non fa che rinforzare la contemplazione del proprio ombelico da parte dei media generalisti italiani.

C’è un partito, Bennett 2026, che nei sondaggi israeliani risulta stabilmente il secondo per consensi, tallonando il Likud di Netanyahu con una forbice che oscilla tra uno e tre seggi. In Italia nessuno ne parla. Il motivo è cogente nella sua banalità.

Naftali Bennett non è inseribile negli schemi narrativi dominanti. Non è il campione della destra messianica, non è il paladino della sinistra progressista.

Chi è Naftali Bennet

Ex primo ministro (2021 – 2022), ex comandante delle forze speciali Sayeret Matkal, imprenditore tecnologico. Ha progressivamente virato verso il centro.

Nel 2021 fece cadere Netanyahu dopo dodici anni consecutivi al potere, costruendo una coalizione che includeva, per la prima volta nella storia di Israele, un partito arabo.

Il governo collassò nel 2022 per frammentazione interna e Bennett si ritirò dalla politica, poi arrivò il 7 ottobre 2023, e con esso la necessità di tornare.

I sondaggi

Nelle rilevazioni di aprile 2026, Bennett 2026 oscilla tra 19 e 24 seggi secondo i diversi istituti, contro i 22 – 25 del Likud.

In un testa a testa diretto, un sondaggio Channel 12 ha registrato un pareggio secco: 40% contro 40%.

Il blocco dell’opposizione sionista supera i 60 seggi complessivi ma, senza l’apporto dei partiti arabi, non raggiunge la soglia dei 61 necessari a governare.

Bennett ha dichiarato che non intende governare con i partiti arabi, scelta che circoscrive il suo margine aritmetico e rende inevitabili accordi o fusioni con gli altri leader dell’opposizione, a partire dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot (Yashar) e da Avigdor Lieberman (Yisrael Beiteinu).

Il programma

Quattro i pilastri:

• approvazione di una costituzione israeliana (il Paese ne è ancora privo, supplita da leggi fondamentali);

• limiti di mandato per il premier;

•  commissione statale d’inchiesta sul 7 ottobre, che Netanyahu continua a bloccare;

• fine delle esenzioni militari per gli ultraortodossi Haredi, questione dirimente che ha già fatto saltare Shas e UTJ dalla coalizione.

È stata presentata la Legge dei Servitori per tutelare i veterani IDF e ha promesso di smantellare cartelli e monopoli per abbattere il costo della vita.

Chi guiderà Israele dopo le elezioni di ottobre 2026 deciderà la postura dello Stato ebraico rispetto all’Iran, alla questione palestinese, all’asse con Washington e alla tenuta degli accordi di Abramo.

Non è una questione regionale: è una variabile sistemica del nuovo ordine geopolitico che si sta formando. Ignorare questa partita perché non è abbastanza trendy è, nella migliore delle ipotesi, accidia giornalistica. Nella peggiore, è disinformazione per omissione.

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