Gli EAU perseguono il ritorno alla stabilità
Non si conosce la data della nuova tornata negoziale fra Iran e Stati Uniti. Non si conosce il tenore della controproposta iraniana ai punti americani dell’ultima proposta.
Si sa soltanto che il Presidente Trump la considera migliorativa della precedente ma ancora insufficiente a rendere proficuo il prossimo incontro. I negoziatori restano a Washington in attesa.
Nel frattempo, egli aumenta il dispositivo militare nel Golfo, ora sono tre le portaerei a incrociare in quelle acque. Continua il blocco navale a danno dei mercantili iraniani o comunque riconducibili all’Iran. Proclama che la guerra è finita con la vittoria americana.
A guerra finita si riducono gli schieramenti militari, in questo caso avviene il contrario. A guerra finita la controparte dovrebbe riconoscere che è finita davvero, da Teheran invece riecheggiano le minacce di buttare in mare i Marines che si azzardino a sbarcare. A Kharg? Sul territorio interno?
La guerra guerreggiata è conflitto economico-commerciale. Il blocco di Hormuz danneggia gli acquirenti, specie asiatici, di idrocarburi provenienti dal Golfo e, insieme, i paesi produttori che non hanno lo sbocco sul Mar Rosso.
Il blocco danneggia l’Iran che vede decurtati gli introiti dalla vendita di petrolio e costringe la Repubblica Islamica a cercare rotte alternative come quella che passa dal Mar Caspio. Rotta alternativa e meno vantaggiosa della principale, con ulteriore dipendenza, anche logistica, dalla Russia.
La priorità della strategia americana – dichiara Giorgio Starace a Huffington Post – non è la guerra all’Iran ma il contenimento della Cina, mediante il primato petrolifero ed il controllo delle rotte petrolifere. Il primato fu raggiunto già con l’Amministrazione Biden, grazie alla tecnologia della fratturazione idraulica. Il controllo è progressivamente raggiunto con il dominio sul Venezuela e, appunto, con il blocco di Hormuz.
L’uscita dall’OPEC e dall’OPEC+ degli Emirati Arabi Uniti indebolisce il cartello dei produttori. Risponde non tanto alle sollecitazioni americane quanto a esigenze di politica interna. Gli Emirati si ponevano in una condizione di non belligeranza con Teheran, pur considerando la Repubblica Islamica una minaccia alla stabilità regionale. Ospitavano capitalisti e capitali iraniani a Dubai. Commerciavano con l’Iran anche in epoche turbolente, si pensi alla Guerra Iraq-Iran degli Ottanta del XX secolo.
L’essere bombardati pesantemente dall’Iran ha demolito la costruzione della non-ostilità e spinto il Presidente Mohammed bin Zayed Al-Nahyan ad una posizione di fermezza. Maggiore di quella dell’omologo saudita, il Principe Mohammed bin Salman.
L’Iran non è una minaccia potenziale, è una minaccia concreta da disinnescare: che gli americani completino il lavoro. La convergenza inizialmente tattica con Israele diventa strategica.
Israele ha l’obiettivo di annientare tutti i nemici dello Stato valendosi dell’aiuto americano, finché questo c’è. Gli EAU perseguono il ritorno alla stabilità. Il sogno interrotto di essere l’hub del Golfo per turismo e affari va rinverdito.
È questione esistenziale anche per il dopo-petrolio. Uscendo dall’OPEC, gli EAU possono aumentare la produzione e arricchire le casse per le spese di ricostruzione e rilancio. Nonché rendere un favore agli amici americani. L’aumento della produzione dovrebbe calmierare il prezzo e ridurre le entrate di Russia e Iran.
In Israele la situazione si movimenta nella prospettiva delle elezioni legislative. Il Presidente Isaac Herzog ignora l’ennesimo appello di Trump a concedere il perdono a Benjamin Netanyahu. A meno che questi non si ritiri dalla vita politica così rinunciando a correre nella prossima competizione. L’opposizione coltiva la speranza di non averlo come rivale, si attrezza per vincere sul Likud e sui partiti della coalizione di destra.
I due principali leader, già Primi Ministri, Naftali Bennet e Yair Lapid, fondono i rispettivi partiti in una logica di centro. Il terzo leader Benny Gantz preferisce correre da solo, anche se lo si vorrebbe naturale alleato dei due.
Una convergenza sarebbe possibile anche con i Democratici dell’ex Generale Yair Golan. I centristi escludono l’accordo con i partiti arabi (degli israeliani arabi). Il che riduce la portata dell’esperimento e potrebbe danneggiare il cartello alla conta dei voti ed alla riconciliazione nazionale. Le città miste (ebrei e arabi) continuano ad essere le più travagliate del paese.





