Home Opinioni IL CASO MORO, DAGLI ATTI DELLA COMMISSIONE FIORONI – PARTE IV

IL CASO MORO, DAGLI ATTI DELLA COMMISSIONE FIORONI – PARTE IV

0

di Vito Sibilio

Il Caso Moro dagli Atti della Commissione Fioroni: i misteri di Via Giulio Cesare a Roma e il KGB

Valerio Morucci e, in subordine, Adriana Faranda ebbero probabilmente legami con Separat e con l’OLP. Ebbero una linea “umanitaria” e trattativista nella gestione del Sequestro Moro e furono in realtà probabilmente i terminali di una filiera internazionale che voleva servirsi dell’ostaggio per rendere la più instabile possibile la situazione non solo politica, ma anche sociale del nostro Paese.

Di questa filiera, assai composita, nella galassia terroristica italica erano membri le organizzazioni dell’area romana del Partito Armato, ossia Potere Operaio – dove militavano Piperno e Pace – e Comunisti Combattenti di Centocelle, che avevano proprio in Morucci e Faranda i loro referenti nelle BR e che li sostenevano dall’esterno nel dissenso con Mario Moretti e il Comitato Esecutivo a proposito della gestione dell’ostaggio. La coppia brigatista, ben inserita nell’organigramma terroristico controllato dall’HVA, si presentava quindi come punto di coagulo di un mondo eversivo che andava ben oltre una frangia delle BR. A tale funzione essi presumibilmente giunsero con metodi speculari a quelli con cui Moretti ascese al vertice delle BR, ossia fortemente aiutati dall’esterno. Ma ciò che più di tutto attesta l’eminenza oscura di Morucci e Faranda è che essi, e non altri nelle BR, avevano i legami politici per i quali passarono le trattative per la liberazione di Moro. Tali legami erano nel PSI, il partito italiano più infiltrato dal KGB, per cui appare evidente che fu questo servizio a creare la combinazione tra tutte le parti in causa, in quanto esso stesso era l’unico elemento che le connetteva tutte. Non a caso vi furono due filoni di trattativa, aventi ai due estremi sempre Craxi e il duo Morucci-Faranda: il primo si avvaleva delle mediazioni di Tobagi, di Franceschini e di Curcio per arrivare ad una dichiarazione pubblica di una parte delle BR a favore della liberazione di Moro; il secondo si serviva di Signorile, del direttore dell’Espresso Livio Zanetti e del giornalista dell’Unità Mario Scialoja ( uno dei cronisti meglio informati sui retroscena dell’affaire Moro), di Piperno e di Pace, nonché delle testate di Potere Operaio I Volsci e Lotta Continua, per avere, in cambio di concessioni sull’ostaggio, un miglioramento delle condizioni dei detenuti. In entrambi i filoni di trattativa non a caso le figure chiave erano uomini che abbiamo incontrato negli archivi STASI, mentre gli snodi principali passavano per segreterie politiche, redazioni e comitati clandestini dominati dai servizi segreti dell’Est. Ma c’è di più. Autonomia Operaia conobbe molte lettere di Moro prima ancora che fossero pubblicate perché esse le vennero recapitate tramite una libreria milanese che faceva evidentemente da fermo posta per terroristi e servizi segreti e dalla quale giungevano anche al PSI . In quanto a Piperno, aveva a disposizione un Centro Studi, il CERPET, a cui nel PSI erano legati anche Giacomo Mancini, il distruttore del Servizio di Sicurezza del Viminale, e Antonio Landolfi: esso poté senz’altro essere un luogo discreto di contatto. Il tutto ovviamente veniva anche comunicato al PCI, dove presumibilmente i cossuttiani attendevano il momento propizio per spingere Berlinguer verso la crisi di governo, il cui sbocco doveva essere una maggioranza esclusivamente di sinistra. In quest’ottica, ben monitorata dalla Polizia, si saldavano i desideri di rilancio politico del PSI e di egemonia sul Partito Armato da parte di Piperno (supportato dal gruppo di Metropoli e da Potere Operaio): l’uno a scapito dell’asse PCI-DC e l’altro a danno delle BR, le quali, sequestrando Moro, invece di intaccare l’alleanza dei due maggiori partiti, l’avevano rafforzata, così da confermare la valutazione negativa del rapimento formulata proprio da Piperno. Sembra evidente che una parte del mondo politico e una frangia di quello brigatista, sotto la regia dell’HVA, lavorasse per un capovolgimento non solo degli assetti di governo ma anche di quelli del terrorismo. Ma è anche evidente che dietro lo scontro delle fazioni del terrorismo rosso, che spaccava proprio le BR mentre detenevano Moro, c’era quello dei servizi segreti sovietici di riferimento di ognuna di esse. Diversamente non si spiegherebbe perché Morucci e Faranda, tanto influenti ed ammanicati, fossero stati costretti a partecipare ad una impresa di cui intravedevano la pericolosità e non avessero parte alcuna alla gestione del Prigioniero. Evidentemente dietro Moretti vi era qualcosa che valeva tanto e più della sua metà delle BR, dell’area del Partito Armato e della zona grigia tra socialisti e terroristi con tanto di stampa amica al seguito, ossia il KGB, abbastanza forte da imporsi, nel momento finale del Sequestro e come sempre nella storia sovietica, anche al GRU, esattamente come fece Moretti su Morucci e i suoi sostenitori dell’area romana. Al primo fu imposto di fare delle prove della telefonata di annunzio dell’omicidio – a dimostrazione che le BR sapevano che non avrebbero concluso alcun accordo – e ai secondi – che avevano avuto legami di un certo peso con il covo di Via Gradoli, dove del resto Morucci e Faranda avevano vissuto- fu strappata ogni gestione del sequestro, in quanto, stando a Critica Sociale, nell’ultima fase esso passò nelle mani della colonna brigatista genovese, tanto lontana dall’influenza del Partito Armato quanto vicina a quella della Gladio Rossa, legata a Praga.

Anche quanto accadde dopo la morte di Moro mostra che la coppia Morucci-Faranda era saldamente inserita in un contesto di supporti gestiti direttamente dal KGB e che perseguì degli obiettivi funzionali ai disegni di quest’ultimo. Dapprima infatti si allontanarono dalle BR, meno per dissidi (uscirono solo nel febbraio 1979) che per la consapevolezza che esse erano un vuoto a perdere dopo la morte di Moro, per fondare un altro movimento armato, che presumibilmente mantenesse vivo quel programma di agitazioni che la morte dello statista sembrava aver congelato. Per fare questo godettero dell’appoggio di  Metropoli, della cooperativa Linea di Condotta, di alcune testate giornalistiche e del supporto ideologico di Piperno e Pace, i quali dapprima li inserirono in un circuito di latitanza loro proprio e poi in quello del KGB incentrato su Giorgio Conforto. 

Indi il duo Morucci-Faranda si ritrovò, probabilmente non senza un tacito consenso, nelle mani delle forze dell’ordine nel quadro di una serie di arresti che smantellò la cellula dei sequestratori di Moro senza toccarne gli alti protettori. Infine cominciarono a collaborare con gli inquirenti per la ricostruzione dei fatti, depurandoli di ogni elemento che portasse ad una crisi politica interna ed internazionale. Sicuramente Morucci e Faranda erano pronti a tutte le evenienze, ma il loro obiettivo principale dovette essere la fondazione di un gruppo terrorista nuovo. Invece credo che chi ne protesse la latitanza puntasse soprattutto al confezionamento di una verità di comodo sul Caso Moro, modulando l’obiettivo di rivelazioni mirate sul gruppo dei sequestratori sulla base della necessità e tenendo lo scopo del nuovo gruppo terrorista come mera opzione. Lo dimostra il fatto che Morucci e Faranda si rifugiarono da Giuliana Conforto, figlia di Giorgio, sin dal novembre 1978 ma uscirono ufficialmente dalle BR solo nel febbraio successivo. Lo attesta anche che il soggiorno della coppia dalla Conforto doveva durare quindici giorni ma si prolungò sei mesi. Il che significa che il progetto di fondare un nuovo gruppo terroristico sotto l’egida del KGB non nacque in dissenso reale con le BR, mentre solo in un secondo momento la separazione fu ufficializzata. Nel corso di quei mesi il duo Morucci-Faranda ebbe contatti poco chiari non solo con gli esponenti di Metropoli ma anche del Partito Radicale, che emerge più volte nella ricostruzione della vicenda Moro quale punto di incontro di personaggi ambigui. I contatti erano probabilmente finalizzati alla creazione del nuovo gruppo terroristico. Presumibilmente in vista di esso i due brigatisti, sempre in casa della Conforto, incontrarono Saverio Tutino, amante della signora, giornalista di Repubblica – anch’essa nella lista delle redazioni infiltrate dal KGB – uomo chiave per le relazioni del PCI con l’America Latina, fervente sostenitore della Rivoluzione in quel subcontinente e del castrismo in Italia, già vicino a Potere Operaio, agente del KGB a Le Monde – anch’esso più che infiltrato dall’onnipresente Lubjanka[1]. Il progetto però si arenò improvvisamente per l’arresto dei due brigatisti il 29 maggio 1979, a dimostrazione che chi li aveva congelati in Via Giulio Cesare aveva per loro altri piani, che la coppia non poteva rifiutare, in quanto oramai era priva della sua libertà.

In effetti, Morucci e Faranda furono prigionieri senza saperlo da quando si recarono in Via Giulio Cesare, al sicuro da Moretti e senza potergli dare fastidio, ma sotto l’egida dei suoi stessi controllori. A giudizio di Andreassi la Conforto fece ben più di un favoreggiamento. Il SISMI ben conosceva l’identità di Giorgio Conforto e il SISDE i nessi tra Via Gradoli e Via Giulio Cesare ma, proprio per evitare che le indagini mettessero in luce il legame tra le spie russe e le BR e soprattutto gli interessi nel Sequestro Moro della fazione cossuttiana del PCI, il tutto fu insabbiato per ricambiare il favore fatto dallo stesso Conforto nel denunciare la latitanza di Morucci e Faranda in casa di sua figlia. Così la spia russa e la sua famiglia uscirono indenni dall’inchiesta, protetti dal silenzio sia degli inquirenti che degli arrestati. Per coprire la soffiata dell’Agente Dario fu creata la pista di AutoCia, impresa di servizi automobilistici legata alle BR e a Moretti, che diede alla DIGOS una notizia che essa già aveva, in cambio di alcuni benefici giudiziari. Consapevole dell’esito che avrebbero avuto le indagini, Giorgio Conforto non fece nemmeno sparire dalla casa della figlia la Skorpion 7.65 con cui Moro era stato ucciso e che Morucci e Faranda si erano portati dietro, a dimostrazione che non erano affatto in rottura con Moretti, perché diversamente non gli avrebbero fatto un simile piacere. In quell’appartamento rimasero anche i testi ideologici di Piperno e Pace – sacrificati anch’essi temporaneamente alla giustizia italica ma poi destinati ad uscire indenni dall’inchiesta su Moro – e l’elenco dei potenziali membri del nuovo gruppo terroristico da erigersi, comprendente novantaquattro nomi, dei quali molti erano noti alle forze dell’ordine, alcuni già in galera e altri del tutto incensurati. Tra essi spicca quello di Franco Moreno, l’uomo che spiava Moro prima del Sequestro –  e che quindi non può più essere considerato, come fa la vulgata storiografica, un esponente della destra estrema autentico – e che era noto all’anonimo consigliere di Fanfani che, con lo pseudonimo di Nemets, è contenuto nella lista degli agenti russi del Rapporto Impedian. Questo documento, di capitale importanza, venne attribuito dalla Faranda al Fronte della Contro, ma sembra essere stato redatto frettolosamente da altri, quasi a voler bruciare tutta una serie di persone i cui nominativi si sapeva sarebbero finiti nelle mani della polizia. A quel punto, non è da escludere che anche Morucci e Faranda fossero già stati resi edotti del nuovo compito che li attendeva: farsi arrestare per confezionare, al momento opportuno, una verità di comodo per tutti, con un sacrificio che alla frangia dei fedelissimi come Moretti non si poteva chiedere, ma a due dissidenti sì[2].

In effetti in carcere Morucci aveva un atteggiamento che anticipava quello relativamente tranquillo dell’Alì Agča della Terza Inchiesta, in cui avrebbe distrutto la Pista Bulgara. Infatti era allegro nonostante avesse avuto quell’ergastolo che non ha mai finito di scontare. Già dal 1979, ossia da quando il Compromesso Storico finì e all’Andreotti IV subentrò il Cossiga I, saggiamente bilanciato a destra (DC PSDI PLI), Morucci cominciò a proporre il superamento della lotta armata con una soluzione politica valida per lo Stato e le BR, quasi che queste rappresentassero una potenza sovrana. Nel 1980 un singolare agente segreto italiano, suor Teresilla Barillà (1943-2005), cominciò a frequentarlo. Nello stesso anno Morucci scrisse per Controinformazione un articolo in cui sosteneva la soluzione politica del terrorismo brigatista. Al governo c’era ancora Francesco Cossiga, con il rassicurante – per Mosca – tripartito DC PSI PRI del suo secondo esecutivo.

Fu nel 1982 che Morucci cominciò ad affermare che la lotta armata si era esaurita e che bisognava negoziare la fine del terrorismo brigatista concedendo dichiarazioni spontanee alla magistratura in cambio di benefici, senza chiarificazioni giudiziarie. Il suo atteggiamento è quello di chi sa di poter negoziare, sebbene gli amici di Autonomia Operaia fossero sbalorditi e preoccupati per il suo comportamento. Evidentemente l’uomo di Separat sapeva di rappresentare interessi diversi e ben più solidi. Erano quelli dei servizi segreti dell’Est, che avevano forti strumenti per fare pressione sull’Italia, affinché accettasse la trattativa: gli originali delle carte di Moro. Non a caso nel 1983 Morucci scelse due interlocutori, Ugo Pecchioli e Francesco Cossiga (divenuto Presidente del Senato), che rappresentavano la linea della fermezza temperata di intelligenza, per offrire rivelazioni in cambio di una soluzione politica della questione, soluzione che contemplasse la cancellazione del ruolo degli elementi stranieri intervenuti nel Caso Moro. Per accreditarsi, Morucci e Faranda dichiararono che non si erano associati alla decisione degli altri brigatisti di ammazzare Moro. Il mediatore scelto era Ferdinando Imposimato. Morucci sapeva che il PCI e la DC avevano interesse in tal senso, ma i due politici rifiutarono, subodorando una trappola.

Nel 1984 Morucci tornò alla carica, facendosi garante della dissociazione di molti terroristi di spicco davanti allo Stato e chiedendo a quelli di esercitare il loro ascendente sui propri “soldati” per indurli a fare lo stesso, in cambio di sconti di pena. Assieme a lui, la Faranda dichiarò che essi volevano raccontare tutto quel che sapevano su Moro, senza però fare i  nomi. In quello stesso anno, sempre Morucci forse cominciò a mettere per iscritto il suo memoriale, sulla base anche di indicazioni di Peci e di Savasta.

L’approccio con le istituzioni si ripeté nel 1985, tramite  suor Teresilla Barillà, la quale doveva offrire a Cossiga, oramai Presidente della Repubblica, la verità di Morucci sul Caso Moro. In quell’anno Morucci e Faranda negarono la presenza di segreti nel Caso Moro tranquillizzando molti in Italia e all’estero. In ragione di ciò il terrorista cominciò a dare al SISDE consigli su come differenziare la detenzione dei terroristi dissociati e non. Una prima stesura del memoriale di Morucci viene mandata da Cossiga al ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro. Nel 1986 Morucci stese il suo memoriale in una forma definitiva, usando documenti che la giustizia già conosceva. Il testo arrivò a Cossiga e conteneva già nomi che solo in seguito la giustizia avrebbe conosciuto. Morucci in quell’anno asserì che le BR erano una parte integrante della storia del comunismo internazionale ma che non avevano avuto contatti volontari o consapevoli con servizi segreti stranieri ed altre organizzazioni terroristiche estere. Tra il 1986 e il 1987, negli anni in cui si va anche demolendo la Pista Bulgara, Morucci fece da consulente al SISDE sulla storia delle BR e rese le sue più importanti deposizioni nel Processo Moro-Ter. Le sue istanze furono recepite nelle sentenze. A lui e alla Faranda furono negati benefici di pena apparentemente per proteggere la loro vita ma in realtà perché c’erano cose che ancora non avevano raccontato e inserito in una verità ufficiale. I due ex brigatisti vennero invitati a pazientare dalla Barillà, anche a nome di Franco Piperno e, presumibilmente, dell’HVA. Tuttavia solo nel 1990 la faccenda si chiuse, quando Cossiga ricevette il Memoriale Morucci, tramite la Barillà e il democristiano Remigio Cavedon (1940-1999), avviando il processo che avrebbe portato agli sconti di pena per i brigatisti coinvolti. Fu la stessa religiosa a rielaborare criticamente il testo, corredandolo di lettere di Moro ancora non note al pubblico. Sempre nel 1990, Morucci disse al SISDE che le lettere di Moro affidate a suo tempo a lui e alla Faranda erano trentasei e che tutte quelle che non erano state spedite loro non le avevano mai avute. Chi decideva era Moretti. Si tirò pertanto fuori dalla spinosa questione dell’esistenza o meno di originali delle missive e del Memoriale di Moro, pur credendo che quest’ultimo fosse stato nelle mani di Moretti stesso e del capo della colonna genovese delle BR, Rocco Micaletto. Il che praticamente significava dire che era andato a Praga.

Così nacque la versione ufficiale del Sequestro Moro, senza terroristi stranieri, senza servizi segreti, con pochi covi e senza luoghi imbarazzanti, per la salvezza degli equilibri politici italiani e mondiali, ancora oggi immodificabile, tanto che i suoi due artefici, Morucci e Faranda, sono stati definiti testi reticenti dalla Commissione Fioroni, rea di aver intuito il retroterra delle loro “confessioni”.

Dal canto suo, l’andamento della trattativa ha delle concomitanze politiche precise, al netto della legislazione sul pentitismo terrorista – datata al 1982 – che diede un contributo formidabile alla disgregazione dell’eversione rossa: dal 1981 al 1988  la formula di governo fu il Pentapartito; nel 1982  i servizi di sicurezza italiani vennero devastati dallo scandalo P2, mentre in URSS, morto Breznev, il grande architetto del terrorismo internazionale, ossia Yuri Andropov, era diventato Presidente dell’URSS, per cui vi erano tutti i presupposti e tutti gli interessi per chiudere la vicenda Moro con una verità precostituita e tutta italiana. Nel 1985 Berlinguer morì portandosi nella tomba la possibilità di un ritorno del Compromesso Storico, Cossiga divenne Capo dello Stato e in Unione Sovietica Mikhail Serghevitch Gorbacev prese il posto di Kostantin Ustinovitch Černenko ([1911] 1984-1985) come Segretario del PCUS. Sintomaticamente, alle istanze neomorotee di un’alleanza DC col PCI avanzate dal segretario politico Ciriaco De Mita si oppose, oltre che Bettino Craxi, proprio quell’Andreotti che le aveva realizzate in prima battuta e che per questo poté tornare per l’ultima volta al governo alla testa di un Pentapartito ben orientato a destra, nel 1989, lo stesso anno in cui il PCI, senza rinunciare alla sua nomenklatura, divenne PDS.  Tutte circostanze che resero ancora più opportuno e facile suggellare il Caso Moro con una pista italica. La frana del socialismo reale rese poi improvvisamente inutili e imbarazzanti molti dettagli ed omissioni, anche se il peso di essi cadde non sulla vecchia nomenklatura comunista, contigua ai servizi dell’Est e ai terroristi, ma sui partiti che dalle istituzioni avevano gestito la trattativa, in primis la DC.

 

[1] Tutino ha sempre negato di aver riconosciuto la coppia di terroristi, ma la Commissione Fioroni non dà credito a questa sua smentita né a quelle della Faranda, anche per le contraddizioni delle rispettive versioni.

[2]Un poco puerile appare il tentativo di alcuni commissari della Fioroni di presentare Giorgio Conforto come agente doppio al servizio dell’OVRA e poi delle agenzie di sicurezza italiane. Il fatto che per un certo periodo Conforto potesse essere stato noto ai servizi nostrani non basta a fare di lui un agente italiano, come dimostrano i fatti già ampiamente sintetizzati nelle pagine precedenti e relativi alla rete alle sue dipendenze.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui