La solidarietà dello Stato si fermi dove comincia la scelta consapevole di mettersi nei guai
La Flotilla del piagnisteo. Quando gli attivisti della Global Sumud Flotilla sono sbarcati all’aeroporto di Istanbul, le telecamere turche hanno ripreso due scene.
Nella prima, un gruppo in tuta grigia percorreva il terminal sorridendo. Qualcuno rideva. I braccialetti rosa dell’identificazione oscillavano ai polsi come souvenir di una crociera.
Nella seconda, girata pochi metri più avanti, gli stessi protagonisti giacevano su barelle e sedie a rotelle, il volto contratto dalla sofferenza, collari cervicali al collo, bende alle braccia.
In mezzo non c’era stato alcun pronto soccorso. Solo mistificazione e un cambio di regia.
La Global Sumud Flotilla ha concluso la sua quinta rappresentazione farsesca in meno di un anno. Lo spettacolo ha seguito un copione immutabile: sono salpati sapendo che sarebbero stati fermati.
Hanno denunciato il rapimento, gridato alla tortura e preteso che gli stessi governi ai quali non era stato chiesto alcun permesso attivassero la macchina diplomatica.
L’armata Brancaleone aveva almeno il buonsenso di non chiedere rinforzi al re.
Ma la commedia, stavolta, ha prodotto bastonate e risse. A Bilbao, sei attivisti baschi atterrati dalla Turchia hanno bloccato un gate dell’aeroporto per la foto di rito. I sostenitori hanno scavalcato il cordone.
Risultato a sorpresa per loro, abituati ad essere accolti tra i salamelecchi. La polizia basca, l’Ertzaintza, li ha caricati. Manganellate, trascinamenti, quattro arresti, due agenti feriti.
La stessa scena si è ripetuta in Grecia, dove il ministero degli Esteri israeliano ha diffuso le immagini degli attivisti che seminavano il caos all’arrivo. Due Paesi europei, due forze di polizia diverse, identica reazione.
Il cortocircuito non avrebbe potuto essere più perfetto: la Spagna di Sánchez, che aveva definito “mostruoso e disumano” il trattamento israeliano, si è ritrovata a manganellare gli stessi eroi che pretendeva di difendere.
Israele ha ringraziato con un comunicato che resterà negli annali della diplomazia: “Chiediamo spiegazioni al governo spagnolo sul trattamento riservato agli anarchici della Flotilla”.
Terminata la farsa marittima, il secondo atto si è spostato via terra. Il Global Sumud Land Convoy è partito dalla Mauritania con duecento attivisti, sette ambulanze, venti case mobili.
L’obiettivo avrebbe dovuto far ridere chiunque possedesse un atlante: attraversare il Sahara, le due Libie, l’Egitto e raggiungere il valico di Rafah.
Un piano che presupponeva l’attraversamento del territorio controllato dal generale Haftar, la cooperazione di un Paese che non aveva firmato alcun accordo di transito e il superamento del muro egiziano a Gaza. Una insormontabile barriera che l’Egitto ha costruito proprio per impedire il passaggio di chiunque.
A Sirte, le milizie di Haftar hanno fermato dieci di loro, tra cui un pugliese di trentatré anni e una piemontese di sessantasette. Li hanno trasferiti a Bengasi. Li hanno processati per direttissima con l’accusa di ingresso illegale.
La Libia di Haftar non ha organizzato conferenze stampa con le barelle. Non ha inviato ambulanze sulla pista. Non ha predisposto voli charter di rimpatrio. Li ha sbattuti in cella. È un Paese che non cazzeggia con le regole. Provate a dire che abbia fatto male.
C’è una domanda che nessun giornalista ha voluto porre: chi ha pagato tutto questo?
Cinquanta imbarcazioni, quattrocentotrenta persone da quaranta Paesi, comunicazioni satellitari, infrastrutture mediatiche, team legali, investigatori, organizzatori che hanno viaggiato per il mondo a costruire delegazioni nazionali.
Il sito della Global Sumud Flotilla ha dichiarato tre milioni e duecentomila euro di crowdfunding. Donazioni da cinque a mille euro, qualcuna anonima.
Cifra rispettabile per un banchetto di beneficenza. Ridicola per un’operazione navale con cinquanta navi.
La risposta si nasconde nei membri della coalizione. L’IHH Humanitarian Relief Foundation turca, membro formale della Freedom Flotilla Coalition, è stata designata da Israele come organizzazione terroristica nel 2008 e appartiene all’Union of the Good.
Una rete di charity islamiste che il Tesoro degli Stati Uniti ha identificato come creazione della dirigenza di Hamas per il trasferimento di fondi. Il presidente dell’IHH, Bülent Yıldırım, aveva dichiarato a febbraio che le raccolte fondi per acquistare le navi erano in corso in Europa, Asia, Africa, Turchia e Paesi del Golfo.
Il 19 maggio, lo stesso giorno dell’intercettazione israeliana, il Tesoro statunitense ha sanzionato quattro individui collegati al comitato direttivo della flottiglia. Ma il crowdfunding resta la versione ufficiale. E nessuno ha chiesto di vedere i libri contabili.
A Porta a Porta, la segretaria dei Radicali Italiani ha pronunciato la frase che nessun esponente della maggioranza aveva avuto il coraggio di dire: non si possono compiere azioni di deliberata disobbedienza civile e poi invocare l’intervento del proprio governo.
La disobbedienza civile, quella vera, ha sempre previsto che chi la praticasse ne accettasse le conseguenze. Lo sapeva Gandhi quando finì in carcere. Lo sapeva Martin Luther King quando scrisse la lettera da Birmingham. Lo sapeva Rosa Parks quando si rifiutò di alzarsi.
Questi della banda dei piagnoni no. Sono partiti per sfidare un blocco navale militare, sono stati avvertiti in ogni modo, hanno rifiutato le alternative offerte dai governi e, quando le conseguenze sono arrivate puntuali, hanno preteso Consolati, Unità di crisi e voli charter.
La gente normale, quella che ha pagato le tasse con le quali si finanziano le Unità di crisi della Farnesina, si è stancata.
Si è stancata di vedere professionisti della provocazione accendere crisi diplomatiche a ripetizione e presentare il conto ai contribuenti.
Si è stancata di attivisti che piangono davanti alle telecamere e ridono dietro le quinte.
Si è stancata di una narrazione che trasforma il cercatore di guai in vittima e lo Stato in servizio di soccorso obbligatorio per incoscienti volontari.
Mancava una sola frase e nessun governo europeo ha avuto il fegato di pronunciarla.
Eccola: chi sceglie deliberatamente di violare un blocco navale, di attraversare illegalmente territori ostili, di provocare incidenti internazionali per ottenere visibilità mediatica, lo faccia a proprio rischio e pericolo.
Nessuna Unità di crisi. Nessun volo charter. Nessuna ambulanza sulla pista. La solidarietà dello Stato si fermi dove comincia la scelta consapevole di mettersi nei guai.
Chi accende il fuoco non chiami i pompieri. E non pretenda che la colpa sia della fiamma.






