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Anni di grande speranza: Bernabei e la costruzione dell’Italia moderna

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"Gli anni della grande speranza. 1961-1965"

Pubblicato il terzo volume dei suoi diari: “Gli anni della grande speranza. 1961-1965”

Se Massimo d’Azeglio, dopo l’Unità di Italia, pronunciò la celebre frase “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, Ettore Bernabei appartiene probabilmente a quella rara generazione del dopoguerra che tentò davvero di completare quel processo storico rimasto incompiuto.

L’Italia uscita dalla guerra era sì uno Stato, ma non ancora pienamente una coscienza collettiva. Era un Paese frammentato geograficamente, socialmente e culturalmente, sospeso tra mondo contadino e modernità industriale, tra memoria del conflitto e desiderio di futuro.

Bernabei comprese, prima di molti altri, che la vera ricostruzione nazionale non sarebbe passata soltanto attraverso le fabbriche, le infrastrutture o la crescita economica, ma attraverso la costruzione di un immaginario comune.

Ed è qui che la Rai, sotto la sua guida, smette di essere soltanto una televisione per trasformarsi in uno strumento di alfabetizzazione culturale, civile e persino identitaria.

In fondo, il filo invisibile che lega il Risorgimento al dopoguerra passa proprio da questa domanda: come si costruisce una nazione?

D’Azeglio la poneva nell’Ottocento dopo l’unificazione politica, Bernabei se la ritrova davanti un secolo dopo, nel momento in cui l’Italia entra definitivamente nella modernità di massa.

La storia politica e culturale italiana ha lasciato dietro di sé non soltanto decisioni, strutture o istituzioni, ma un’impronta più profonda, quasi invisibile, che continua ad agire nel tempo anche quando il nome di chi ci ha veramente creduto smette di occupare il centro del dibattito pubblico. Ettore Bernabei appartiene a questa categoria.

Ridurre Bernabei al solo ruolo di storico direttore generale della Rai significherebbe, infatti, comprenderne soltanto la superficie. La sua figura rappresenta molto di più, resta una delle ultime grandi intelligenze sistemiche dell’Italia del Novecento, capace di concepire comunicazione, cultura, politica e modernizzazione nazionale come parti di un unico progetto civile.

In Bernabei convivevano il cattolico sociale formatosi nell’Italia del dopoguerra, il costruttore di istituzioni, l’uomo profondamente consapevole del peso geopolitico dell’informazione e il mediatore culturale che intuì prima di molti altri come il vero potere del secolo non sarebbe stato soltanto economico o industriale, ma narrativo.

È proprio questa dimensione meno conosciuta, quasi antropologica, che emerge con particolare forza nel terzo volume dei suoi diari, “Gli anni della grande speranza. 1961-1965”, curato da Agostino Giovagnoli e pubblicato da Rubbettino Editore.

Un’opera che non rappresenta soltanto una testimonianza personale, ma un vero documento di archeologia politica dell’Italia contemporanea.

A voler mantenere viva questa memoria è oggi soprattutto il figlio Giovanni Bernabei, che, insieme ai fratelli e con un profondo senso di continuità familiare e culturale, ha scelto di custodire e rendere accessibile il patrimonio umano, intellettuale e storico lasciato dal padre.

Un lavoro che assume un valore che va oltre la semplice dimensione editoriale, perché significa preservare il racconto di una stagione italiana in cui le classi dirigenti pensavano ancora il paese come un progetto storico collettivo.

Il periodo raccontato nel volume coincide, infatti, con uno dei momenti più straordinari e irripetibili della storia repubblicana. Tra il 1961 e il 1965 l’Italia vive contemporaneamente espansione industriale, mobilità sociale, crescita culturale e ridefinizione del proprio ruolo internazionale.

È il tempo del boom economico, ma anche della costruzione di un immaginario nazionale condiviso. Un paese ancora attraversato da profonde fragilità riesce improvvisamente a percepirsi come protagonista della modernità occidentale.

Bernabei si trova esattamente al centro di questo passaggio storico.

Nelle pagine dei diari emerge un’Italia che oggi appare quasi inconcepibile per intensità progettuale. La politica, pur nelle sue contraddizioni, conserva ancora una visione lunga; il rapporto tra Stato, industria e cultura non è stato ancora frammentato; le élite dirigenti ragionano in termini di costruzione nazionale e non soltanto di consenso immediato.

In questo quadro la Rai di Bernabei non viene pensata come semplice macchina televisiva, ma come infrastruttura educativa, culturale e persino spirituale della Repubblica. È difficile comprendere oggi cosa abbia significato quel progetto senza ricordare che l’Italia di quegli anni stava formando contemporaneamente cittadini, consumatori e coscienza collettiva.

La televisione entrava nelle case mentre il Paese usciva dalla dimensione ancora contadina del dopoguerra per trasformarsi in una potenza industriale europea. Bernabei intuì che la modernizzazione senza una narrazione comune avrebbe prodotto soltanto disgregazione sociale. Per questo la sua idea di servizio pubblico possedeva una profondità quasi pedagogica.

Ma il valore più importante di questi diari risiede forse in un altro aspetto, mostrano una classe dirigente ancora consapevole del rapporto tra cultura e potere. Oggi viviamo immersi in un ecosistema dominato dalla frammentazione digitale e dalla velocità algoritmica, dove la comunicazione tende spesso a dissolversi nell’istantaneità.

Nei diari di Bernabei riemerge invece un’epoca in cui informazione, formazione culturale e responsabilità istituzionale erano considerate dimensioni inseparabili.

Leggere oggi “Gli anni della grande speranza” significa, quindi, confrontarsi non soltanto con la memoria di un uomo, ma con un’idea di Italia che aveva ancora il coraggio di pensarsi come progetto storico collettivo.

Ed è, forse, proprio questo che rende il libro così attuale. Dietro le pagine dedicate a quegli anni si intravede una domanda che riguarda profondamente anche il nostro presente: può esistere una grande trasformazione nazionale senza una visione culturale capace di darle senso?

Bernabei, probabilmente, avrebbe risposto di no.

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