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Europa inesistente, opposizione scadente

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Europa inesistente, opposizione scadente

In Iran la periferia può essere la carta vincente

È ormai scontato e, allo stesso tempo, deprimente, constatare l’inesistenza dell’Unione europea e l’inconsistenza chiacchierona dell’opposizione al Governo Meloni.

L’attacco congiunto USA – Israele alla dittatura teocratica che opprime di decenni il popolo iraniano ha visto l’Unione europea balbettare le solite litanie e gli Stati componenti agire in proprio, in modo diverso l’uno dall’altro.

L’inesistenza dell’Unione europea è conclamata, salvo quando la inossidabile Ursula von der Leyen ci invita, nonostante tutto, a proseguire sulla strada del green e del contrasto all’emergenza climatica, distruggendo quel che resta della nostra industria.

L’opposizione italiana al Governo Meloni ha nelle proprie file persone che hanno svolto incarichi di governo e che dovrebbero sapere che notizie classificate non sempre vengono condivise, soprattutto quando la tempistica lo vieta.

L’opposizione, ormai scadente, se non scaduta, ha sollevato un polverone sul fatto che gli USA non hanno avvisato la Meloni dell’intervento in Iran, ricavandone la conclusione che l’Italia non conta nulla. Ovviamente, loro che sono ben addentro agli ambienti che contano, hanno detto che gli altri Paesi europei erano stati informati. Menzogna.

Meloni, coccolina di Trump, tappetino degli USA, non è stata informata e così l’Italia non conta nulla nel consesso delle Nazioni.

“Buuu”, “Buuu”, “Buuu”. Protesta, protesta, protesta.

Peccato che agli scolaretti dell’opposizione sia arrivata a giro di posta la notizia che nessuno era stato avvisato se non a cose iniziate e a Khamenei morto.

Dalle ricostruzioni si acquisisce il dato che la prima ondata è stata israeliana, per accecare l’Iran, poi sono arrivati i missili e gli aerei israeliani che hanno ucciso la Guida Suprema a altri dirigenti iraniani, e, successivamente, è iniziato il bombardamento USA.

L’operazione è stata ben mascherata dalla comunicazione che lunedì Marco Rubio si sarebbe recato a Tel Aviv e che, sempre lunedì, a Vienna doveva tenersi una riunione tecnica dopo le trattative di Ginevra.

L’attacco doveva avvenire di notte, ma a far decidere per l’ora mattutina sono state la Cia e il Mossad, che hanno fatto sapere che Khamenei era arrivato ad una riunione e che se lo si voleva eliminare quello era il momento.

Aerei israeliani, missili e aerei Usa hanno agito, dicono gli esperti, con un sincronismo di secondi.

Che doveva fare Trump? Diffondere alle cancellerie europee che stava per fare un’operazione millimetrica, con una tempistica al secondo, perdendo nel frattempo l’opportunità di colpire?

Si scopre, pertanto, con disdoro di un’opposizione incapace, che nessuno Stato europeo e tanto meno l’Unione europea è stato avvisato prima dell’operazione.

Del resto, anche tecnicamente, avvisare sarebbe stato impossibile.

The Jerusalem Post ci informa che Israele ha hackerato le telecamere del traffico di Teheran e ha utilizzato l’intelligenza artificiale per pianificare l’assassinio di Khamenei.

Un articolo del Financial Times, riportato da The Jerusalem Post, rivela infatti che Israele ha utilizzato telecamere del traffico hackerate e l’intelligenza artificiale per mappare gli spostamenti del leader supremo Ali Khamenei prima del suo assassinio. Nell’attacco di precisione sono stati utilizzati 30 missili.

Secondo l’articolo del Financial Times pubblicato lunedì, Israele ha hackerato le telecamere del traffico di Teheran per sorvegliare la vita quotidiana di importanti personalità iraniane in preparazione dell’operazione Leone Ruggente.

Secondo il rapporto, l’intelligence israeliana ha scoperto uno “schema di vita” di Khamenei e del suo personale di sicurezza, compresi i percorsi di viaggio, gli orari di attività e le identità delle figure di spicco che solitamente accompagnavano il defunto leader iraniano.

Il rapporto menziona anche che Israele ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale, insieme ad algoritmi, per esaminare le enormi quantità di informazioni raccolte sulla leadership iraniana e sui suoi movimenti.

Inoltre, la Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti ha fornito un’ulteriore fonte umana per certificare il luogo esatto in cui Khamenei avrebbe dovuto trovarsi il giorno del suo assassinio.

Il rapporto del FT riporta che Israele ha attaccato il complesso in cui Khamenei era sorvegliato utilizzando missili Sparrow, mentre gli aerei erano schierati durante il giorno per ottenere un effetto sorpresa tattico, nonostante l’elevato livello di allerta in Iran.

In totale, sono stati lanciati 30 missili contro il complesso, mentre le torri cellulari della zona erano state interrotte, cosicché i telefoni del personale di sicurezza non potevano ricevere chiamate di avvertimento.

L’operazione comprendeva l’intelligence dei segnali, la penetrazione della rete cellulare e la conferma da parte della fonte americana che l’incontro stava avendo luogo. Il FT ha anche affermato che la pianificazione dell’operazione è iniziata nel 2001, quando l’ex primo ministro Ariel Sharon ordinò al Mossad di fare dell’Iran il suo obiettivo principale.

La domanda che tutti si fanno non riguarda la supremazia USA e Israeliana, ma la possibilità concreta che il regime possa saltare.

C’è chi afferma che siano necessarie truppe sul terreno e chi le dà già in azione. Secondo alcuni formazioni speciali israeliane sarebbero già in azione in Iran. Così, si mormora, che sia anche per truppe speciali Usa.

Inutile aspettarsi che ci possano essere conferme ufficiali. Può anche essere che ci siano truppe speciali di contractor in azione, ma sicuramente nessuno lo dirà alla Meloni ed è inutile che l’opposizione la chiami a riferire alla Camera.

Interessante, invece l’analisi del Jerusalem Post che analizza i punti più deboli del regime, i quali, a parere del quotidiano israeliano, non si trovano nella capitale e non lo sono mai stati.

Si trovano – scrive The Jerusalem Post – a Kermanshah, Sanandaj, Ilam, Sistan-Baluchistan e Khuzestan, le province dominate dalle minoranze etniche che hanno sopportato il peso della repressione della Repubblica Islamica per oltre quattro decenni.

“Le città di Abdanan e Malekshahi – scrive The Jerusalem Post – sono state di fatto abbandonate dalle forze di sicurezza, con i manifestanti che ne hanno preso di fatto il controllo. A Sanandaj, Kermanshah e in tutto il cuore del Kurdistan, i dimostranti hanno dovuto affrontare munizioni vere, arresti di massa e il dispiegamento delle forze di terra dell’IRGC in quelle che il regime ha descritto come “operazioni di sgombero”.

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, gli scontri più intensi e il numero più alto di vittime si sono registrati nelle province occidentali iraniane del Kurdistan e nelle aree circostanti, dove la popolazione curda del Paese è concentrata in modo schiacciante.

Testimoni oculari hanno riferito che le forze di sicurezza operanti nelle aree curde durante i massacri di gennaio parlavano arabo, il che suggerisce l’impiego di mercenari sciiti iracheni, inviati appositamente per reprimere la resistenza curda. Le famiglie sono state costrette a pagare un risarcimento per i proiettili usati per uccidere i propri cari”.

Eppure, nonostante tutto questo, i curdi hanno continuato a combattere. Lo hanno sempre fatto.

Il 22 febbraio 2026, appena sei giorni prima dell’inizio degli attacchi USA-Israele, cinque importanti partiti curdi armati iraniani hanno formalizzato la Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan Iraniano (CPFIK).

La coalizione comprende il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (PDKI), il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), il Partito della Vita Libera del Kurdistan (PJAK), l’Organizzazione Khabat e una branca del Partito Komala.

I loro leader, Mostafa Hijri, Hussein Yazdanpanah, Viyan Peyman, Baba Sheikh Hosseini e Reza Kaabi, si sono riuniti in una conferenza stampa congiunta per annunciare una piattaforma politica e militare unificata.

Si tratta di una coalizione con un centro di comando congiunto per le forze peshmerga e guerrigliere, un comitato diplomatico congiunto per le relazioni esterne e un piano dettagliato per l’amministrazione delle aree a maggioranza curda durante un periodo di transizione.

Il leader del PDKI, Mostafa Hijri, ha dichiarato pubblicamente che la coalizione ha creato un “piano congiunto per l’amministrazione” delle aree a maggioranza curda in caso di crollo del regime.

Dopo gli attacchi del 28 febbraio, i rappresentanti della coalizione hanno dichiarato che le loro forze locali si trovavano “nel profondo dell’Iran” e lungo le regioni di confine, pronte a rispondere all’evolversi della situazione.

Nel dicembre 2025, i gruppi militanti beluci si sono fusi nel Fronte dei Combattenti del Popolo (Jebhe-ye Mobaarezin-e Mardomi), rifiutando esplicitamente il governo clericale sciita. Nel Khuzestan, la popolazione araba Ahwazi si oppone da tempo allo sfruttamento da parte di Teheran delle vaste risorse petrolifere della provincia, mentre la popolazione locale vive in povertà.

Tuttavia sono i curdi ad avere l’infrastruttura politica più sviluppata, le forze di combattimento più esperte e la più consolidata esperienza di governance e di allineamento con i valori dell’Occidente, grazie in parte a decenni di sviluppo istituzionale nella vicina regione del Kurdistan iracheno.

Se c’è un gruppo in grado di colmare un vuoto di potere alla periferia dell’Iran, questi sono i curdi. È una realtà strategica che i pianificatori di Washington, Gerusalemme e delle capitali alleate devono riconoscere e adottare.

Le forze curde peshmerga e guerrigliere stanno segnalando la loro prontezza ad agire. I combattenti beluci nel sud-est sono mobilitati. Ma queste comunità non si impegneranno pienamente, né dovrebbero farlo, senza la garanzia di non essere massacrate dall’aria nel momento in cui l’attenzione internazionale si sposterà o il ciclo delle notizie cambierà.

Distruggere ogni possibilità iraniana di usare i cieli è, pertanto, fondamentale.

Senza mobilità aerea, la capacità del regime di proiettare la forza da Teheran alla sua periferia è fondamentalmente compromessa.

“Un modello federale – suggerisce The Jerusalem Post – che rafforzi l’autogoverno curdo, beluci e ahwazi non rappresenta una minaccia per la stabilità regionale. È la risposta”.

“Il CPFIK – sostiene The Jerusalem Post – è una coalizione con forze armate, piani amministrativi e presenza territoriale. I peshmerga curdi hanno decenni di esperienza nella difesa e nel governo del territorio. Il Fronte Combattente Popolare del Balochistan, pur essendo più recente, ha dimostrato la capacità di coordinamento e azione. Questi sono i mattoni di un ordine post-regime che non richiede la presenza americana sul campo per essere sostenuto. Ciò di cui hanno bisogno è logistica e supporto. Attrezzature per le comunicazioni, corridoi umanitari, riconoscimento diplomatico della loro legittimità amministrativa e, soprattutto, una no-fly zone che garantisca loro di poter operare senza essere annientati dal cielo”.

Se le cose stanno come ci informa il Jerusalem Post, è chiaro che l’operazione più importante che devono fare israeliani e americani è di distruggere ogni possibilità del regime iraniano di utilizzare il cielo con qualsiasi mezzo. I bombardamenti devono eliminare aerei, missili, elicotteri, droni, ossia tutto quanto può levarsi in volo.

Per le truppe di terra di curdi e baluci e di altri servono poi logistica, comunicazioni, armi.

Cosa non difficile da fornire una volta fiaccata la possibilità del regime di avere in mano la situazione del Paese.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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