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Elezioni in Russia non più democratiche da tempo: Putin stravince

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elezioni in Russia

Russia Unita conferma ogni ovvio pronostico alle urne

Il partito di Putin ha preso il 57,83% dei consensi, è una percentuale enorme rispetto ai nostri antichi parametri, non ci piace, puzza di bruciato.

Abbiamo interiorizzato una forma mentis in base a cui una società organica e politicamente coesa può esserlo solo a mezzo della coercizione, giudichiamo ciò che non capiamo in nome di un pluralismo che semplicemente, alle nostre latitudini, non esiste più.

Abbiamo dieci partiti che hanno lo stesso programma, in politica estera, in economia, nel rapporto tra stato e mercato, nelle questioni monetarie, assistenziali, pensionistiche, salariali, in merito a qualsiasi ambito che conti davvero qualcosa per la vita della gente.

I due blocchi identitari si agitano come spettri fantasmatici, rinfacciandosi a vicenda gli incubi totalitari delle loro antiche discendenze, ma ogni cinque anni si mettono insieme sotto l’ombrello di un governo tecnico.

Chiunque voglia proporre un’alternativa reale viene cancellato, non ha liceità nel dibattito, non compare nei media, non è attrattivo per i finanziatori; eppure, l’aria è densa di mugugni e di bisbigli.

Chiunque sia coinvolto in un ingranaggio aziendale o pubblico, a qualsiasi livello, ha imparato, già da un bel po’ di tempo, a dividere le proprie parole pubbliche dai propri pensieri privati.

Il consenso di Putin affonda le sue radici nella storia della Russia degli ultimi trent’anni, in particolare, nell’incubo del decennio yeltziniano, quando c’erano le mafie a sparare per le strade e a milioni morivano di freddo e malnutrizione.

Riguarda un collasso del senso, che ha sconvolto milioni di persone, le quali si sono ritrovate, da un giorno all’altro, private dei mezzi materiali e di qualsiasi riconoscimento sociale. Il 15% all’ex PCUS è ancora più impressionante.

Non rinuncerei alla libertà di opinione, non vedo in virtù di quale spirito di parte dovrei sottrarmi dal dire che mi ritengo un misero e indegno discendente della libertà di dibattito e di argomentazione dei greci antichi rispetto al bene pubblico.

Dopodiché, bisogna pur dire qualcosa anche riguardo al posto buio e tenebroso in cui il sistema è uso infilare le opinioni della maggioranza quando si tratta di scegliere un’opzione suicida come quella che stiamo intraprendendo.

Ergo, la domanda diventa: “in quale modo preferisci che la tua opinione sia abolita? Schiacciata da un qualche Moloch poliziesco (vero o presunto) o cancellata da network giganteschi che hanno già deciso la tua vita? Preferisci essere falciato all’orientale o all’occidentale?”

Solo cinque anni fa, nell’Occidente della libertà, le bacheche erano presidiate, il sottoscritto si è preso quattro mesi di ban per aver postato i tatuaggi dei kantiani di Azov o le asserzioni di virologi muniti di H index enormemente superiori rispetto a quello di Burioni.

E stiamo parlando di un dispositivo già irregimentato a bolle e compartimenti stagni, che ti dà l’illusione di sparare un messaggio alla nazione e, invece, stai solo opprimendo quella cinquantina di tizi che ti sopportano dentro al social network dei vecchi.

Per quello che so, un mio eventuale omonimo impiegato scolastico moscovita Gavril Bustov, puntacazzista e invelenito anch’egli col Presidente della sua onvsta nazione [me lo ha evocato l’ottima Tempestini] ha i suoi canali di sfogo, i suoi social network, le sue chat pubbliche.

Il KGB è chiuso, gli oppositori votano tutti insieme, a mezzogiorno, creando lunghe file, palesando il dissenso.

La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica europea non vuole questa guerra, la sua classe dirigente non si fa remore a nascondere la propria sfacciata disposizione a tirare dritto, a prescindere dai sondaggi, dai mugugni, dalle proteste, dalle elezioni. E questo è pluralismo, e questa è democrazia.

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