La strategia è di allargare le contraddizioni interne ai Dem e separare lo scontro ideologico da quello pragmatico in politica estera. Mosca non è più comunista, Pechino sì. L’America può trattare con Russia e Cina pur avversando il comunismo negli USA
Donald Trump ha proclamato la “settimana contro il comunismo” dal primo al 7 novembre, in memoria delle “milioni di persone” che hanno sofferto “povertà, sfruttamento, violenza e miseria”.
“Sotto la mia guida, l’America non cadrà mai vittima di queste ideologie malvagie e gli Stati Uniti non diventeranno mai un Paese comunista”, ha affermato nell’ordine presidenziale, avvertendo che “le ideologie socialiste, comuniste e della sinistra radicale trovano sempre più spazio” nel Paese.
“Esorto tutti gli americani a restare saldi nella difesa contro qualsiasi minaccia allo stile di vita americano e a proteggere la nostra fiamma ardente della libertà dall’oscurità del comunismo”, ha concluso.
L’ordine esecutivo del presidente Usa è arrivato a poche ore dall’arrivo dei primi risultati delle cruciali elezioni di metà mandato.
Trump non sta semplicemente celebrando una ricorrenza anticomunista. Sta cercando di trasformare le divisioni interne al Partito democratico in una linea di conflitto nazionale, proprio nel momento in cui la sinistra democratica ha acquisito maggiore visibilità e rappresentanza.
La scelta della data è significativa: la proclamazione è stata firmata il 3 novembre, giorno delle elezioni di midterm, e riguarda la settimana dal 1° al 7 novembre. Non è quindi soltanto un’iniziativa commemorativa: ha una precisa collocazione politica.
Il bersaglio non è soltanto il comunismo storico
Nel proclama della Casa Bianca Trump mette esplicitamente insieme tre categorie: comunismo; socialismo; sinistra radicale. Trump Afferma che queste ideologie starebbero trovando una crescente espressione negli Stati Uniti e le presenta come una minaccia ai principi fondativi della Repubblica americana.
Questa sovrapposizione è politicamente importante. Il socialismo democratico americano, rappresentato per esempio dal movimento DSA, opera nel sistema elettorale e parlamentare e non coincide con il comunismo dei regimi a partito unico.
Trump, invece, costruisce una continuità retorica fra queste esperienze, rendendo possibile associare alla parola «comunismo» anche proposte come Medicare for All, maggiore tassazione dei redditi elevati, riduzione del potere delle grandi imprese e limitazione dell’influenza finanziaria sulla politica.
Il vantaggio comunicativo è evidente: spostare il confronto dalle singole proposte economiche alla contrapposizione ideologica.
La crescita della sinistra democratica è reale, non è soltanto una rappresentazione propagandistica repubblicana. Le primarie del 2026 hanno registrato successi di candidati socialisti democratici e progressisti.
Il dato politico, quindi, è duplice: la sinistra socialista sta guadagnando influenza nell’identità del Partito democratico e non è ancora riuscita a trasformare questa influenza in un controllo omogeneo del partito.
Ed è precisamente questa distanza fra influenza culturale e unità politica che Trump può cercare di sfruttare.
La posizione di Trump potrebbe anche collocarsi nel tentativo di dialogare con la parte moderata dei Dem, isolando la parte radicale.
La componente musulmana è una frattura ulteriore
Nel Partito democratico sono cresciuti il peso di candidati e rappresentanti musulmani, la mobilitazione di elettori musulmani, il sostegno alla causa palestinese e le posizioni critiche verso il governo Netanyahu e gli aiuti militari americani a Israele, ma queste componenti non costituiscono automaticamente una corrente islamista organizzata.
Un fatto significativo è l’elezione di Abdul El-Sayed, primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti.
La sua campagna ha unito proposte economiche progressiste, Medicare for All e critica agli aiuti militari a Israele. Questo episodio è emblematico: la questione religiosa, quella palestinese e quella economica si sono intrecciate in una stessa competizione elettorale.
La strategia di Trump è dividere la coalizione democratica
Ci sono tre fratture che Trump può tentare di allargare: frattura economica (socialisti contro moderati su tassazione, sanità pubblica, ruolo dello Stato, rapporto con la finanza e con le grandi imprese); frattura culturale (sinistra progressista contro America tradizionale riguardo a identità nazionale, religione, immigrazione, concezione della società e rapporto con la storia americana); frattura geopolitica (sostegno a Israele contro solidarietà palestinese, politica mediorientale, aiuti militari, Iran, rapporti con il mondo arabo e ruolo degli Stati Uniti).
La terza frattura è particolarmente interessante perché attraversa entrambi i partiti, mentre le prime due sono più direttamente utilizzabili contro i Democratici.
La proclamazione anticomunista contribuisce a definire il campo politico sul quale si giocherà la successione.
Se Trump riuscisse a concludere la guerra in Ucraina e quella con l’Iran, potrebbe presentarsi come il presidente che ha ridotto gli impegni militari americani, mentre i Democratici sarebbero chiamati a spiegare quale alternativa strategica propongono.
La questione centrale, dunque, è la competizione fra due diverse identità politiche americane: un’America nazionalista, conservatrice, orientata alla sovranità economica e alla riduzione degli impegni internazionali; un’America progressista, più favorevole all’intervento pubblico nell’economia, culturalmente pluralista e con una componente crescente di opposizione alla tradizionale politica mediorientale.
Trump sta cercando di fare qualcosa di più che attaccare i Democratici: sta cercando di obbligarli a scegliere quale partito vogliono essere.
Una mossa che riguarda anche la politica internazionale
La campagna anticomunista può servire a Trump anche per separare il piano ideologico interno da quello diplomatico internazionale. In altre parole, può combattere il socialismo e il comunismo sul terreno della politica americana e, contemporaneamente, negoziare con Mosca e Pechino senza presentare questa scelta come una contraddizione.
È una distinzione che ha una sua precisa logica strategica.
Mosca non è più comunista, ma l’immagine americana è rimasta quella della Guerra fredda. La Russia contemporanea non è uno Stato comunista; è un sistema autoritario, con potere fortemente concentrato nella presidenza, un’economia capitalistica caratterizzata da un ruolo rilevante dello Stato e delle élite economiche vicine al potere. Il partito dominante è Russia Unita, non il Partito comunista.
Eppure, nell’immaginario politico americano, la Russia continua a essere associata all’Unione Sovietica, alla competizione strategica, alla minaccia nucleare, all’antagonismo con l’Occidente.
Trump deve quindi compiere un’operazione di ridefinizione: Putin non è più il capo di un impero comunista, ma il presidente di una potenza con cui gli Stati Uniti hanno interessi divergenti e interessi potenzialmente convergenti. Questo non significa considerare Mosca un alleato. Significa riconoscerla come interlocutore necessario.
Pechino è un problema diverso. La Cina è effettivamente governata dal Partito comunista cinese, che mantiene il controllo politico dello Stato e delle principali strutture decisionali, ma la sua economia non corrisponde al modello sovietico classico.
La Cina è un sistema nel quale convivono: proprietà privata; grandi imprese pubbliche; mercato e concorrenza; pianificazione strategica; controllo politico del Partito sulle principali direttrici economiche.
Qui la distinzione che Trump può utilizzare è ancora più interessante: si può essere radicalmente contrari al sistema politico cinese e contemporaneamente riconoscere che la cooperazione con la Cina è indispensabile per gli interessi americani.
Il commercio, la tecnologia, la stabilità finanziaria, le materie prime e la sicurezza internazionale non possono essere gestiti esclusivamente attraverso il confronto.
L’opinione pubblica americana: diffidenza, ma anche disponibilità al dialogo
Tra gli americani la Russia rimane particolarmente impopolare: il 51% degli americani esprime un giudizio molto negativo. Anche la Cina continua a suscitare prevalente diffidenza, benché la sua immagine sia migliorata rispetto agli anni precedenti.
Ma c’è un altro dato. Secondo il Chicago Council, il 57% degli americani intervistati nell’ultima rilevazione preferisce una politica di cooperazione e dialogo con Pechino, contro il 40% favorevole a limitarne attivamente la crescita di potenza. La maggioranza dei repubblicani MAGA, tuttavia, continua a preferire il contenimento.
Questa la contraddizione che Trump deve gestire: un americano può non fidarsi della Cina e tuttavia volere che il proprio presidente ci faccia accordi.
La proclamazione dell’Anti-Communism Week del 3 novembre assume, in questa prospettiva, un significato più ampio, direi strategico sia in politica interna, sia in politica internazionale.
Il collegamento con Kissinger
Qui arriviamo al punto teorico fondamentale.
La diplomazia kissingeriana non richiede che le grandi potenze condividano lo stesso sistema politico o gli stessi valori. Richiede che riconoscano reciprocamente l’esistenza di interessi, rapporti di forza e limiti che rendono necessario un equilibrio.
La distensione con l’Unione Sovietica non trasformò gli Stati Uniti in un Paese comunista. Il riconoscimento diplomatico della Cina di Mao non comportò l’adesione americana al maoismo.
La distinzione è semplice, ma fondamentale: l’antagonismo ideologico non deve necessariamente tradursi in antagonismo geopolitico permanente. Trump potrebbe voler recuperare esattamente questo principio.
Trump potrebbe sostenere di non voler esportare la democrazia americana con le armi, ma di voler difendere gli interessi americani attraverso la forza economica, militare e diplomatica.
La differenza rispetto alla concezione unipolare è sostanziale: non pretendere che il mondo diventi americano, ma costruire un ordine nel quale gli Stati Uniti possano continuare a esercitare una funzione centrale senza dover combattere contro tutti.
La vera scommessa sarebbe trasformare l’America First da politica di ripiegamento nazionale in una politica di equilibrio internazionale.
E questo spiegherebbe perché l’anticomunismo interno e la disponibilità a negoziare con Russia e Cina non siano necessariamente due politiche contraddittorie: possono essere due facce della stessa ridefinizione dell’interesse nazionale americano.





