Avviso ai naviganti: non ha vinto il Campo Largo – In politica estera il gioco rimane a tre – La questione fondamentale dei rapporti con Israele – Anatra libera – Il futuro è di Vance e Rubio
In politica estera tutto come prima
Cosa cambia con la vittoria dei democratici alle elezioni di Midterm?
Nella politica estera dei grandi giochi nulla. Il gioco della ridefinizione degli assetti mondiali rimane a tre: USA, Russia e Cina.
Il commento cinese è chiaro. La Cina ha dichiarato di essere “disposta a continuare a collaborare” con gli Stati Uniti.
La portavoce del Ministero degli Esteri, Mao Ning, durante un briefing ha detto: “Le elezioni di metà mandato sono una questione interna agli Stati Uniti”.
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha a sua volta detto che i risultati delle elezioni statunitensi di medio termine non avranno ripercussioni sugli sforzi per la pace in Ucraina di Donald Trump.
“Il presidente Trump rimane in carica e speriamo sinceramente che continui i suoi sforzi di pace”, ha dichiarato Peskov a uno dei giornalisti del pool che segue le attività del Cremlino. Il portavoce presidenziale ha inoltre ricordato che le elezioni di medio termine, sono “una questione interna statunitense”.
Portavoce Casa Bianca: “Donald J. Trump è il presidente degli Stati Uniti. È ancora il vostro presidente!”. Lo scrive su X Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca.
Trump a Fox: “Non devo sentirmi in colpa per le midterm, non farò cambi nel governo”.
I dati elettorali
Secondo le ultime proiezioni i Dem hanno preso il controllo del Congresso.
I repubblicani perdono anche in Stati storicamente conservatori come il Texas, l’Iowa e il Kansas, dove non veniva eletto un senatore dem dal 1932. Un importante successo i Dem lo hanno ottenuto anche in Maine.
In Georgia il senatore Jon Ossoff è stato riconfermato e può guardare, se decidesse di correre, con ottimismo alle presidenziali del 2028. Eletto in Michigan Abdul El-Sayed, il medico musulmano sostenuto da Obama.
Donald Trump, in un’intervista al New York Times ha detto: “Sono assolutamente disposto ad accettare i risultati. Collaboreremo con i democratici”.
Tuttavia gli elettori democratici ”non sono molto interessati al compromesso” dopo la vittoria alle elezioni di Midterm negli Stati Uniti e ”due terzi” di loro vorrebbe che “il Congresso fermi il programma di Trump”.
È quanto emerge da un sondaggio condotto da Politico.
Il 65% degli elettori democratici interpellati da Politico ritiene che il Congresso dovrebbe concentrarsi sull’opposizione al programma di Trump, anche a costo di compromettere l’approvazione di nuove leggi. Solo il 26%, infatti, si dice interessato a ”trovare un terreno comune con Trump” e a raggiungere ”un compromesso”.
Cosa accade ora a Trump?
Due immagini rendono, più di ogni chiacchiera, la situazione post elettorale.

La situazione nella quale si trova Trump non è diversa da quella nella quale si sono trovati altri presidenti. Le elezioni di medio termine, quasi sempre, determinano una perdita di voti del campo politico che ha espresso il presidente.

Il presidente può esercitare un potere di veto sulle leggi del congresso.
Trump entra in una condizione di governo diviso (divided government), ma c’è una distinzione fondamentale: il presidente non perde i poteri costituzionali in politica estera.
Perde, invece, una parte importante della capacità di trasformare le proprie decisioni in politiche finanziate, approvate e consolidate dal Congresso.
La conseguenza è particolarmente interessante proprio sul terreno della politica estera, perché la Costituzione americana attribuisce al presidente e al Congresso competenze diverse e, in alcuni casi, concorrenti.
I Democratici hanno conquistato Camera e Senato. Questo significa che Trump dovrà affrontare gli ultimi due anni del mandato con una Camera democratica, che controlla bilancio, iniziative legislative e procedura di impeachment; un Senato democratico, che può bloccare le nomine presidenziali e condizionare trattati e politica estera; commissioni parlamentari controllate dall’opposizione, con poteri di indagine e audizione.
Non a caso Trump ha già annunciato che non farà modifiche all’attuale assetto del suo governo.
Il controllo delle due camere non significa, però, che i Democratici possano sostituirsi al presidente nella conduzione quotidiana della diplomazia.
Che cosa resta nelle mani di Trump

La ripartizione dei poteri deriva dalla Costituzione e dalla prassi istituzionale americana.
Il punto centrale è questo: Trump conserva la capacità di aprire un negoziato con Putin, Xi o altri leader, ma può trovare un Congresso che impedisce di trasformare quell’intesa in una politica americana stabile.
Tuttavia un’intesa di fondo non necessita di passaggi formali.
In primo luogo, è probabile che il terreno di scontro più immediato, anche perché è tra i motivi della sconfitta elettorale, sia la guerra con l’Iran.
Qui non c’è solo la posizione dei democratici, ma anche quelle di una parte consistente di Maga, che non condivide il fatto che gli USA abbiano seguito Israele in un’avventura che era stata venduta come rapida, con la caduta del regime, e che si è dimostrata disastrosa, con le conseguenze relative al costo della benzina alla pompa: uno dei fattori di maggiore impatto sull’elettorato.
La questione israeliana va affrontata in tutta la sua portata.
Il Congresso, in relazione alla guerra con l’Iran, può rifiutare nuovi stanziamenti per le operazioni militari; imporre condizioni all’utilizzo dei fondi; chiedere autorizzazioni specifiche per proseguire determinate operazioni; approvare risoluzioni che contestino l’impiego delle forze armate.
La War Powers Resolution prevede obblighi di consultazione e comunicazione al Congresso e, in determinate circostanze, il ritiro delle forze entro 60 giorni, con una possibile proroga di 30 giorni per il loro disimpegno. La sua applicazione concreta è però oggetto di controversie costituzionali.
Sia pure tardivamente Trump ha dovuto dire che gli aiuti a Israele verranno interrotti alla fine dell’anno.
“Israele è un Paese prospero ha detto Donald Trump in un’intervista a Fox – non ha bisogno di 4 miliardi in aiuti. Abbiamo già concordato che, entro la fine di quest’anno, non effettueremo più versamenti a favore di Israele. Naturalmente, continueremo ad aiutare Israele qualora ne avesse bisogno. Possono comprare quello che vogliono”, ha messo in evidenza, precisando di aver raggiunto un accordo con Benjamin Netanyahu per interrompere gli aiuti militari a Israele.
Il Congresso potrebbe intervenire sulle forniture militari a Israele, sugli aiuti finanziari e sulle condizioni di utilizzo degli armamenti, ma attenzione: la maggioranza democratica non è omogenea, in quanto in essa convivono orientamenti tradizionalmente favorevoli alla sicurezza israeliana e una componente progressista che chiede restrizioni più incisive agli aiuti militari.
L’altro dossier bollente è quello dell’Ucraina
Qui l’effetto potrebbe essere particolarmente rilevante rispetto alla diplomazia di Trump.
Il presidente potrebbe continuare a incontrare Putin, negoziare un accordo con Mosca e Kiev, proporre un cessate il fuoco, discutere garanzie di sicurezza, modificare alcune decisioni diplomatiche e militari di competenza esecutiva.
I Democratici potrebbero condizionare gli aiuti militari all’Ucraina, i finanziamenti alla ricostruzione, le forniture di armamenti, le sanzioni contro la Russia, gli eventuali finanziamenti per un accordo di sicurezza.
C’è un punto importante: una maggioranza democratica non significa necessariamente una posizione univoca sull’Ucraina. Ci sono democratici favorevoli a un sostegno militare consistente a Kiev e altri più critici verso l’impegno militare americano all’estero.
Il dossier cinese
Riguardo alla Cina, il presidente conserva ampi margini di iniziativa, soprattutto attraverso poteri attribuiti dalla legislazione esistente, ma il Congresso può intervenire su commercio estero, dazi, stanziamenti e regole economiche.
Una politica di confronto con Pechino potrebbe quindi diventare oggetto di un conflitto istituzionale, specialmente se comportasse nuove spese o modifiche legislative.
Il controllo democratico del Senato ha tre conseguenze specifiche
Il Senato può bloccare ambasciatori, dirigenti e funzionari di alto livello, compresi quelli della sicurezza nazionale, quando è richiesta la sua conferma.
Inoltre, un trattato internazionale formale necessita del consenso dei due terzi dei senatori presenti. Con un Senato democratico, Trump avrebbe enormi difficoltà a ottenere questo risultato senza un accordo bipartisan.
Un accordo politico con Putin, per fare un esempio, non diventerebbe automaticamente un trattato ratificato dagli Stati Uniti: potrebbe tuttavia assumere la forma di un accordo esecutivo, se ne ricorressero i presupposti giuridici.
Trump potrebbe governare aggirando il Congresso?
In parte sì. Ed è un aspetto da non sottovalutare.
Trump potrebbe utilizzare gli ordini esecutivi, ricorrere ai poteri presidenziali già previsti dalle leggi, negoziare direttamente con gli altri governi, utilizzare gli stanziamenti già autorizzati, adottare decisioni amministrative senza attendere nuove leggi.
Trump non potrebbe utilizzare un ordine esecutivo per annullare una legge del Congresso, ma se il Congresso introducesse nuove limitazioni, il presidente potrebbe opporre il veto, che può essere superato soltanto con una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere.
La questione non è soltanto se Trump possa continuare a fare politica estera: certamente può farla. La questione è se possa garantirne la continuità istituzionale e finanziaria.
Questo diventa importante per Mosca e Pechino. Putin potrebbe trovarsi davanti a un interlocutore americano che ha ancora il potere di negoziare, ma non necessariamente quello di garantire che un’intesa sopravviva al conflitto con il Congresso.
Per gli europei, il problema potrebbe essere analogo: un’intesa tra Trump e Putin potrebbe non trovare automaticamente il sostegno dell’intero sistema politico americano.
Il precedente più interessante è il secondo mandato di Obama, quando i Repubblicani conquistarono entrambe le Camere nel 2014. Obama mantenne i poteri presidenziali, ma dovette confrontarsi con un Congresso che ostacolava numerose iniziative legislative e condizionava la sua politica estera.
Con Trump potrebbe accadere qualcosa di simile, ma con una differenza: la sua politica estera è fortemente caratterizzata dalla diplomazia personale e dalla negoziazione diretta.
Il vero confronto di Trump non è con i Dem, ma con la base MAGA
Trump può avere ancora i poteri presidenziali per condurre una politica estera autonoma, ma rischia di perdere il consenso politico che gli consente di esercitarli.
Il Congresso democratico può bloccare finanziamenti, nomine e provvedimenti, ma è la base MAGA che può mettere in discussione la legittimità politica delle sue scelte all’interno del movimento che lo ha portato alla Casa Bianca.
Sono due ostacoli diversi. Il secondo, in certe circostanze, può essere più insidioso.
Dentro il movimento convivono almeno tre orientamenti.

La contraddizione è evidente: tutti possono riconoscersi nello slogan America First, ma attribuirgli significati molto diversi.
Il Council on Foreign Relations, in una ricerca sulla coalizione di Trump, rileva che gli elettori MAGA non sono necessariamente isolazionisti: sostengono la superiorità militare americana e una leadership internazionale forte, ma sono più diffidenti verso le alleanze e la promozione della democrazia all’estero.
La guerra con l’Iran è un esempio significativo. Tucker Carlson, Jack Posobiec, Marjorie Taylor Greene e altri esponenti dell’area MAGA hanno contestato l’intervento, richiamando le promesse elettorali di Trump. Altri ambienti conservatori hanno invece sostenuto l’operazione.
Secondo un’analisi di Brookings del giugno 2026, un sondaggio Economist/YouGov condotto tra metà marzo e metà aprile rilevava l’83% di consenso alla guerra tra gli elettori MAGA, contro il 43% tra i repubblicani non MAGA.
Questo mostra che la protesta di alcuni commentatori molto influenti non coincide necessariamente con quella della maggioranza della base elettorale.
Perché la base può essere più pericolosa del Congresso
Il Congresso può impedire a Trump di approvare una legge. La base può metterlo in difficoltà nel suo stesso partito. Le conseguenze possibili sono quattro: perdita di mobilitazione (gli elettori MAGA potrebbero non sentirsi più rappresentati e disertare le elezioni); ribellione dei media conservatori (commentatori e influencer possono costruire una contestazione interna molto più incisiva di quella democratica); frattura parlamentare repubblicana (deputati e senatori repubblicani possono prendere le distanze per non perdere il proprio elettorato).
Con tutta probabilità già in queste elezioni la base ha penalizzato il Gop proprio sui temi della guerra.
La questione diventa chi rappresenta autenticamente il movimento MAGA dopo Trump. Il caso di Tucker Carlson è interessante proprio perché dimostra che una personalità molto vicina al mondo trumpiano può contestare apertamente il presidente su una questione strategica.
Il problema vero: la politica kissingeriana di Trump
Qui arriviamo al punto più importante: una politica di equilibrio tra grandi potenze richiede alcune scelte che possono apparire contraddittorie rispetto alla retorica nazionalista: riconoscere che Russia e Cina hanno interessi strategici che non possono essere ignorati; accettare che la sicurezza internazionale richieda compromessi; rinunciare alla pretesa di risolvere militarmente ogni conflitto; distinguere gli interessi vitali americani dagli interessi di alleati e partner; evitare che gli Stati Uniti siano coinvolti contemporaneamente in più conflitti.
La diplomazia con Putin, per esempio, può essere coerente con una strategia di equilibrio: ridurre il confronto con Mosca per concentrare risorse e attenzione sulla competizione con Pechino.
Questa impostazione può entrare in conflitto con componenti MAGA che considerano la Russia un avversario da contenere, oppure con quelle che vedono nel sostegno a Israele un elemento irrinunciabile.
Trump ha costruito il proprio consenso anche sulla promessa di non sacrificare gli interessi americani per quelli degli alleati. Se però utilizza la forza militare americana per obiettivi che una parte della base non considera direttamente americani, rischia di contraddire proprio quella promessa.
Trump potrebbe essere più libero di quanto sembri nei confronti del Congresso, ma meno libero di quanto sembri nei confronti della propria base.
C’è una domanda politica ancora più importante: il movimento MAGA è una coalizione costruita intorno alla persona di Trump oppure è ormai diventato un soggetto politico autonomo, con una propria visione della politica estera?
Se prevale la prima possibilità, Trump può ancora modificare la linea e trascinare con sé il movimento. Se prevale la seconda, la sua politica di distensione con Mosca e di riequilibrio globale potrebbe incontrare resistenze anche all’interno della sua stessa maggioranza politica.
La questione del rapporto con Israele
La questione del rapporto con Israele riguarda la base Maga, ma anche i democratici che non sono uniti. Israele spacca le basi elettorali trasversalmente.

La questione israeliana sta producendo una trasformazione significativa della politica americana: l’atteggiamento verso Israele non coincide più con la tradizionale appartenenza partitica e sta diventando una linea di frattura trasversale, generazionale e ideologica.
I dati del 2026 rendono questa osservazione particolarmente evidente, in quanto la frattura attraversa entrambi i partiti. Un’indagine del Chicago Council on Global Affairs rileva che il giudizio favorevole su Israele è sceso: tra i Repubblicani, da 69 a 62 punti dal 2022; tra gli Indipendenti, da 56 a 41; tra i Democratici, da 52 a 30.
La distanza tra Repubblicani e Democratici è arrivata a 32 punti. Ma il dato più interessante riguarda le differenze interne ai partiti.
La divisione dentro il Partito Repubblicano
Qui bisogna distinguere MAGA dai Repubblicani tradizionali.
Il Chicago Council rileva che i MAGA hanno un giudizio medio su Israele di 67 punti; i Repubblicani non MAGA si fermano a 55; il 73% dei MAGA sostiene il mantenimento o l’aumento degli aiuti militari a Israele; tra i Repubblicani non MAGA la percentuale è del 59%.
Quindi la base MAGA, nel suo complesso, rimane più favorevole a Israele rispetto ad altre componenti repubblicane. Tuttavia, non è affatto unanime. Il conflitto riguarda soprattutto i giovani conservatori, gli ambienti America First e una parte dell’area libertaria.
La domanda che pongono è: perché gli Stati Uniti dovrebbero assumersi costi militari ed economici per una strategia israeliana che non coincide necessariamente con le priorità americane?
La divisione dentro il Partito Democratico
Qui la frattura è ancora più evidente.

Secondo AP-NORC, nel luglio 2026 il 58% dei Democratici riteneva che gli Stati Uniti sostenessero troppo Israele, mentre il 62% riteneva insufficiente il sostegno americano ai palestinesi.
Questo significa che la leadership democratica deve gestire una contraddizione: mantenere la tradizionale relazione strategica con Israele e contemporaneamente rispondere a una base elettorale sempre più critica.
Israele non è più un elemento di unità bipartisan
Per decenni il sostegno a Israele è stato uno dei pochi punti di convergenza tra Democratici e Repubblicani. Oggi non è più così. La nuova geografia politica americana.
Il 72% dei democratici è favorevoli a ridurre o interrompere gli aiuti militari, mentre il 68% dei repubblicani è favorevole a mantenere o aumentare gli aiuti.
Questo dato aggregato, però, nasconde le divisioni interne a entrambi gli schieramenti.
La conseguenza per Trump è Israele può diventare un vincolo strategico
Il rapporto con Israele condiziona anche la possibilità di una distensione regionale con l’Arabia Saudita, gli Stati del Golfo e, indirettamente, il rapporto con l’Iran.
La questione più profonda: chi determina gli interessi americani?
Qui si apre una questione che va oltre Trump. La tradizionale politica americana ha considerato Israele un alleato strategico fondamentale, ma oggi una parte crescente dell’opinione pubblica si domanda se il costo di questa relazione, soprattutto sul piano militare e diplomatico, sia ancora giustificato.
La questione non è necessariamente diventare contrari a Israele. È distinguere fra sicurezza di Israele, interessi del governo israeliano, interessi strategici degli Stati Uniti, interessi delle diverse componenti politiche americane.
Questi interessi non sono necessariamente coincidenti.
L’impressione è che Israele sia diventato uno dei luoghi (se non il luogo) nei quali si manifesta la crisi del vecchio consenso americano sulla politica estera.
La domanda decisiva per il 2028 potrebbe dunque non essere soltanto chi sarà il candidato democratico o repubblicano, ma quale delle due coalizioni riuscirà a elaborare una posizione coerente sul rapporto fra Israele e gli interessi nazionali americani.
Trump anatra libera
La mia ipotesi finale ha una sua logica strategica molto precisa: Trump potrebbe entrare nella fase più libera della sua presidenza proprio quando, sul piano parlamentare, diventa più debole.
È il paradosso di un presidente al secondo mandato che non deve più conquistare voti per sé, ma può concentrarsi sulla propria eredità storica.
Trump non può essere rieletto per un terzo mandato, in base al XXII emendamento della Costituzione americana. Non deve quindi più preparare una campagna presidenziale personale.
La conquista democratica di entrambe le Camere, peraltro, entrerà pienamente in vigore il 3 gennaio 2027. Fino ad allora il Congresso conserva la composizione precedente.
Questo potrebbe produrre un cambiamento nelle sue priorità: meno attenzione alla disciplina elettorale quotidiana; maggiore attenzione ai risultati internazionali; possibilità di assumere decisioni impopolari presso alcune componenti della sua coalizione; costruzione di un’eredità politica da lasciare al successore.
Non significa che Trump non debba più preoccuparsi del consenso: deve ancora mantenere influenza sul Partito repubblicano e sulla scelta del suo successore.
Ucraina: la finestra diplomatica esiste già
Il 10 e 11 novembre sono previsti ad Abu Dhabi nuovi colloqui trilaterali fra Stati Uniti, Russia e Ucraina, con la mediazione americana. La delegazione statunitense sarà guidata da Witkoff e Kushner; quella russa da Vladimir Medinsky. Questo formato offre a Trump la possibilità di perseguire un accordo direttamente con Putin e Zelensky.
Il punto decisivo sarà la disponibilità americana a riconoscere che la questione territoriale non può essere elusa, a costruire garanzie di sicurezza realistiche, a trovare una formula che consenta a Mosca di accettare un accordo e a impedire che Kiev e Mosca utilizzino il negoziato soltanto per guadagnare tempo.
Iran: con ruolo di Vance è già significativo
Questo dossier è forse ancora più interessante.
Secondo Axios del 2 novembre, nell’amministrazione americana si confrontano tre orientamenti:

Trump ha dichiarato ad Axios di non avere fretta di riprendere i bombardamenti e di voler lasciare spazio ai negoziati. I mediatori qatarioti stavano lavorando a una bozza per riaprire il dialogo diretto fra Washington e Teheran. Vance sta già svolgendo una funzione negoziale di primo piano, mentre Rubio rappresenta una linea più vicina alla pressione strategica.
Trump potrebbe utilizzare entrambe le figure per tenere aperte le due possibilità, senza impegnarsi prematuramente.
Vance e Rubio: la successione come strumento di governo
Qui vedo un elemento che potrebbe diventare determinante.
JD Vance potrebbe diventare il custode della componente più autenticamente MAGA: America First, riduzione degli impegni militari, nazionalismo economico, diffidenza verso le guerre senza obiettivi definiti.
Marco Rubio potrebbe rappresentare il raccordo con l’apparato repubblicano tradizionale, gli ambienti conservatori istituzionali, la diplomazia e le componenti più interventiste del GOP.
Il Washington Post ha descritto Vance come il naturale erede della componente MAGA e Rubio come una figura capace di attrarre anche i repubblicani più tradizionali.
Axios ha riferito che Trump ha più volte prospettato una possibile candidatura congiunta dei due nel 2028, con Vance alla guida.
Il possibile disegno strategico di Trump
Vediamo una possibile architettura politica dei prossimi due anni.
Il presidente e il decisore strategico. Nell’ultimo biennio: accordi internazionali, riduzione dei conflitti, ridefinizione delle relazioni tra grandi potenze.
J. D. Vance potrebbe gestire la continuità politica di MAGA: base elettorale, movimento, successione, America First. Marco Rubio potrebbe rappresentare la continuità istituzionale: diplomazia, GOP tradizionale, alleanze, apparato di governo.
Possibile risultato: una nuova architettura internazionale che riguardi Ucraina · Russia · Iran · Cina · Medio Oriente · Europa
Due anni potrebbero effettivamente cambiare gli equilibri.
Ci sono almeno quattro obiettivi che potrebbero essere perseguiti contemporaneamente: Ucraina (chiudere la guerra e riaprire un rapporto strategico con Mosca); Iran (trasformare il confronto militare in un accordo che impedisca la ricostituzione di una minaccia nucleare, probabilmente con la mediazione di Mosca); Cina (evitare che la competizione economica e strategica si trasformi in un conflitto militare); Europa (ridefinire il rapporto transatlantico, chiedendo agli europei una maggiore responsabilità nella propria sicurezza e la fine della conflittualità con la Russia).
Se questi quattro processi si intrecciassero, non avremmo semplicemente la conclusione di due guerre. Potremmo assistere a una modifica della distribuzione delle responsabilità strategiche nel mondo.
Trump potrebbe voler utilizzare l’ultimo biennio non tanto per consolidare il proprio potere personale, quanto per determinare chi erediterà il suo progetto politico e in quale contesto internazionale.
È una prospettiva che si collega alla logica kissingeriana: passare dalla pretesa di dirigere unilateralmente il mondo alla ricerca di un equilibrio negoziato fra grandi potenze.
La vera prova della politica di Trump non sarà soltanto riuscire a concludere i conflitti, ma dimostrare che gli Stati Uniti possono uscire da una fase di confronto permanente senza perdere la propria centralità internazionale.
Se riuscisse a farlo, Vance potrebbe ereditare un movimento politico ancora unito e Rubio una struttura diplomatica con una nuova impostazione strategica. Due anni, in effetti, possono bastare per cambiare profondamente gli equilibri internazionali.
Vance, mette il dito nella piaga
Che la guerra sia stata la ragione principale della sconfitta elettorale lo dice chiaramente e con grande senso della realtà proprio J.D.Vance, quando afferma: “La ragione per cui abbiamo perso è la guerra. Il presidente stesso lo ha detto la notte scorsa”.
JD Vance ha indicato nella guerra contro l’Iran il principale motivo della sconfitta repubblicana alle elezioni di midterm. In un lungo post pubblicato su X in cui ha analizzato il voto, il vice presidente americano ha sostenuto che il risultato non sia stato determinato da un problema di affluenza alle urne, ma dalla scelta di molti elettori che avevano votato Gop nel 2024 di passare ai democratici.
L’analisi di Vance parte da un sondaggista che ha definito “una delle persone più preparate che conosca in politica” e che gli aveva anticipato, il giorno prima del voto, una sconfitta repubblicana di 13 punti nelle intenzioni di voto per il Congresso. Una previsione che, ha ammesso il vice presidente, lo aveva sorpreso, nonostante il pessimismo della vigilia. Dalle rilevazioni dello stesso sondaggista emergeva infatti che molti elettori di Trump nel 2024, delusi e arrabbiati, erano intenzionati a votare per i democratici. Interpellati su cosa avrebbe potuto convincerli a tornare a sostenere i repubblicani, avevano indicato quattro priorità: “Mettere fine alla guerra, concentrarsi sul costo della vita e sull’inflazione, rimettere l’America al primo posto e cambiare il rapporto con Israele”.
“Il nostro elettorato è andato a votare. E sono proprio queste quattro ragioni che hanno spinto molti a scegliere i democratici”, ha scritto Vance.
Il vice presidente ha quindi difeso Rachel Campos-Duffy, conduttrice televisiva di Fox News e moglie del segretario ai Trasporti Sean Duffy, finita al centro delle critiche lunedì per aver invocato una soluzione diplomatica al conflitto. Secondo Vance, alla luce dei risultati elettorali, il suo consiglio politico si era rivelato fondato.
“Condivido ogni parola”, ha commentato Donald Trump Jr., primogenito del presidente americano, che ha condiviso il lungo post in cui il vicepresidente JD Vance attribuisce alla guerra in Iran la storica sconfitta repubblicana alle elezioni di midterm.





