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L’eterno ritorno del tutto

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L'eterno ritorno

Il gran Pan non è morto! (G. D’Annunzio)

Non dovremmo essere categorici, semplicemente perché non possiamo esserlo.

Ma cosa significa esattamente questo.

Significa, innanzitutto, che, per evitare di cadere nella trappola o nel gorgo che noi stessi ampliamo con sempre maggiore dovizia di elementa – attraverso frasi come per l’appunto quella appena usata “perché non possiamo esserlo” – occorre che ogni cosa sia revocata in dubbio. E così lo stesso dubbio.

Scrive il noto giornalista scientifico, Jim Baggott, in “Origini” (ed. it. 2017): “… il vero e proprio inizio dell’universo (ammesso che questa sia la parola giusta) va oltre la portata della scienza, sia nel prossimo futuro sia – molto verosimilmente – per sempre. Naturalmente questo non ci impedisce di fare congetture, ed esistono molte teorie contemporanee che propongono varie storie sull”origine dell’universo”.

Il fisico Carlo Rovelli, in “Sull’eguaglianza di tutte le cose”, fornisce però una spiegazione migliore, concludendo che: “Come il personaggio di un racconto del Zhuangzi che, dopo aver sognato di essere una farfalla svolazzante e soddisfatta della sua sorte, non sa più se è stato lui a sognare la farfalla o è la farfalla a sognare lui. Senza aggiungere un’infinità di altre ipotesi, tutte possibili”.

La sýnthesis che mette insieme tutte le cose, nell’ambito di una concezione fatalistica, restituisce all’uomo, attraverso un tempo sempre più lontano dall’attualità, un dramma che è sempre il nostro ed è sempre Il Medesimo: l’idea del Fato prende forma quando non si accetta ciò che Giorgio de Santillana chiama le grand don de ne rien comprendre à notre sort.

E, tuttavia, c’è sempre stato un tempo in cui l’uomo ha ceduto il passo a ciò che Parmenide ha chiamato “essere” e lo ha identificato, in modo assolutamente indeterminato, con il Tutto. E nient’affatto, con l’Uno.

La reductio ad unum è operazione di tutti coloro che non accettano il dono delle origini e pretendono (hybris) di fornire a sé e agli altri una spiegazione, che cioè sia una, definitiva, che cioè abbia avuto un inizio e abbia una fine.

Non mi dilungo, è una promessa che faccio al lettore. E allora ecco la diversa sintesi che per millenni, almeno a partire dall’antico Egitto, ci è stata offerta, viceversa, in dono: Hen to Pan.

La costruzione logica di una frase, anche se, come in questo caso, riferita a tre soli elementi – ci introduce in un ginepraio dal quale cerchiamo e cercheremo in qualche modo di uscire; se non un gorgo, e una soluzione potrebbe anche essere quella cara al barone di Munchausen di tirarsi su per i capelli, un filo alla maniera di Arianna o anche di Penelope.

A dimostrazione che i generi dei protagonisti del dramma mutano e, quanto a uno stesso genere, anche i modi di rappresentazione.

Nella frase in esame: Hen può essere soggetto o predicato, con o senza l’articolo, l’articolo può precedere o seguire. E lo stesso dicasi per Pan.

E allora, via alle traduzioni: L’Uno e il Tutto/L’Uno è Tutto/Il Tutto è Uno/ ecc. ecc. perché se non definiamo esattamente cosa intendere per “uno” e per “tutto” le traduzioni possono essere molteplici e l’una non vale l’altra.

In vero, chi intende l’Uno come ente o ente supremo o Dio – alla maniera di Pitagora dirà che l’Uno genera tutte le cose, ma dovrà scontrarsi con l’Illimite caro, invece, ad Anassimandro.

E tuttavia, pare che il libro di Filolao di Taranto, nel 460 e.a., contribuisca a fare in qualche modo chiarezza: “La natura del cosmo fu messa insieme da Illimite e Limite, l’ordine di tutto come di ogni cosa che è in esso” (G. de Santillana, in “Le origini del pensiero scientifico”).

È il Tutto che, nel discorso degli uomini, necessariamente pre-cede. Dare un ordine al Tutto, ridurlo a Uno, è ciò che fanno gli uomini che non accettano le grand don de ne rien comprendre à notre sort.

Ma è una contesa che dura da sempre.

Si dice che sia stato Ipparco, nel 127 e.a., a rivelare a tutti il segreto della legge della Precessione degli equinozi e a porre le basi per un sistema che Tolomeo definì geocentrico.

E, invece: echi di un profondo passato che intendeva fornire una “lettura” che fosse una. Quale che fosse, se, come poi accadrà, la Chiesa romana – dopo di Galileo – finirà con l’accettare (anche) il sistema eliocentrico di Copernico. In fatti: ciò che importa è che l’uomo sia capace di una spiegazione o giustificazione del perché del cosmo così che l’Uno sia …

In “Mosè l’egizio”, Jan Assmann scrive: “Platone e Aristotele consideravano Dio come astratto e distinto dal mondo naturale. Gli Egizi invece consideravano Dio e Natura come unità o tutte le cose nel loro insieme come un universo. Con ciò essi non escludevano una Mente dotata di intelligenza, ma la consideravano come uno spazio che abbraccia ogni cosa”. Si tratta dunque dell’ennesimo tentativo di una spiegazione razionale o intuitiva di riduzione all’Uno (reductio ad unum).

La quale, nell’attualità (actualitas vs energheia), è invece contesa da tutti coloro che in una prospettiva dell’energia (e della materia) di tipo quantistico parlano di “universi paralleli”, “multiverso”, “bolle cosmiche”, e quant’altro di simile.

Dare un ordine al Tutto è formulare soltanto un’ipotesi sull’essere o Tutto ciò che è stato, è, sarà.

È una questione di tempo, così come l’intendevano anticamente: Se si togliesse la conoscenza e il pensiero dell’essere (che Dio ebbe in sorte), la sua immortalità (di Dio) non sarebbe vita, ma tempo che passa (Plutarco, Iside e Osiride, 351E).

Aion, Xronos e Xairos insieme o Pan (che dir si voglia).

Autore

  • Angelo Giubileo

    Angelo Giubileo, filosofo, giurista, giornalista e scrittore. Si è occupato e si occupa principalmente della divulgazione e comprensione del pensiero di Parmenide.

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