L’arte di essere padroni di se stessi senza diventare padroni del mondo
C’è una parola che mi ha sempre incuriosito per la profondità del suo significato: temperanza.
Spesso la confondiamo con la moderazione, con il sapersi trattenere, con il non eccedere.
Ma credo che il suo significato sia molto più importante e riguardi qualcosa di essenziale nella costruzione dell’identità umana: la capacità di governare se stessi.
La temperanza non è rinuncia alla vita. Non è reprimere i desideri, spegnere le passioni, soffocare le emozioni o convincersi che per essere persone equilibrate occorra vivere a metà.
Al contrario.
È la capacità di vivere pienamente senza diventare prigionieri di ciò che desideriamo.
È una forma di libertà interiore.
La misura non è una limitazione, è una conquista
L’essere umano è attraversato continuamente da desideri, impulsi, ambizioni, paure, attrazioni, entusiasmi e contraddizioni.
Siamo creature complesse. Possediamo una ragione che cerca di comprendere e una dimensione emotiva che spesso ci precede, ci sorprende e talvolta ci trascina.
Desideriamo qualcosa e lo vogliamo subito. Ci arrabbiamo e vorremmo reagire immediatamente. Ci sentiamo feriti e vorremmo restituire il dolore.
Ci innamoriamo e rischiamo di consegnare all’altro tutto il nostro equilibrio.
È proprio in questi momenti che compare la temperanza.
Non per impedirci di sentire, ma per aiutarci a comprendere ciò che sentiamo.
Non per negare l’impulso, ma per evitare che l’impulso decida al nostro posto.
C’è una differenza enorme fra provare un’emozione e diventarne prigionieri.
La temperanza è lo spazio che introduciamo fra ciò che accade dentro di noi e ciò che decidiamo di fare.
In quello spazio abita la libertà.
Le radici filosofiche: da Aristotele a Platone
Nella filosofia greca la temperanza occupa un posto fondamentale.
Platone la considera una delle quattro virtù cardinali, insieme alla prudenza, alla fortezza e alla giustizia.
Nel suo pensiero, la temperanza rappresenta un accordo interiore, una forma di armonia fra le diverse componenti dell’animo umano.
Non significa che una parte della persona debba cancellare le altre.
Significa che devono imparare a convivere senza sopraffarsi.
Aristotele, nell’Etica Nicomachea, approfondisce la temperanza soprattutto in relazione ai piaceri e ai desideri.
Per lui la virtù non consiste nell’eliminare il piacere, ma nel saperlo vivere nella giusta misura, evitando che il desiderio diventi eccessivo e finisca per compromettere la nostra capacità di scegliere.
Qui trovo una considerazione particolarmente interessante: la persona temperante non è necessariamente quella che desidera meno, ma quella che sa dare ai propri desideri il posto che meritano.
È una differenza sostanziale.
Perché una vita senza desideri sarebbe una vita impoverita. Ma una vita governata esclusivamente dai desideri rischierebbe di perdere la propria direzione.
La virtù, dunque, non è l’assenza di passioni. È la loro integrazione nella nostra coscienza.
La temperanza non è debolezza
Vorrei soffermarmi su un equivoco.
Nella nostra società, spesso, viene considerato forte chi impone la propria volontà, chi alza la voce, chi non arretra, chi pretende di avere sempre l’ultima parola.
Ma siamo sicuri che questa sia forza?
A volte la vera forza consiste nel non reagire.
Nel poter rispondere a un’offesa senza diventare offensivi. Nel riconoscere un torto senza trasformarlo in rancore. Nel possedere la possibilità di dominare una situazione e scegliere di non esercitare quel potere.
La temperanza non è sottomissione.
È una forza che non ha bisogno di dimostrare continuamente di esistere.
Non significa accettare qualsiasi cosa, tollerare l’ingiustizia o rinunciare alla propria dignità. Significa saper distinguere quando è necessario intervenire e quando, invece, la reazione sarebbe soltanto una concessione alla nostra impulsività.
C’è una grande differenza fra tacere perché si ha paura e tacere perché si è compreso che parlare in quel momento non servirebbe a nulla.
La prima è una rinuncia.
La seconda può essere una scelta.
Il rapporto con il desiderio: possedere oppure essere liberi?
Credo che una delle prove più difficili per l’essere umano sia il rapporto con il possesso.
Vogliamo possedere oggetti, denaro, certezze, riconoscimenti, affetti e perfino le persone che amiamo.
Talvolta confondiamo l’amore con il bisogno di trattenere, la sicurezza con il controllo, la felicità con l’accumulo.
Ma ciò che possediamo può finire per possederci.
La temperanza ci invita a interrogarci sul significato dei nostri desideri.
Mi serve davvero ciò che desidero?
Oppure ho imparato a desiderarlo perché qualcuno mi ha convinto che ne ho bisogno?
Sono libero di scegliere oppure sto rispondendo a un condizionamento?
La differenza fra avere e dipendere è una delle grandi questioni dell’esistenza.
Una persona temperante può desiderare molto, amare profondamente, costruire progetti ambiziosi e godere delle cose belle della vita. Ma non misura il proprio valore attraverso ciò che possiede.
Sa che la libertà non consiste nell’avere tutto, ma nel non dipendere da tutto.
Temperanza e intelligenza emotiva
La temperanza ha anche una dimensione psicologica straordinariamente attuale.
Oggi parliamo molto di intelligenza emotiva, di autocontrollo, di consapevolezza e di capacità di gestire le emozioni.
Sono concetti che si incontrano.
Quando siamo arrabbiati, per esempio, la prima reazione può essere quella di rispondere immediatamente. Ma la temperanza ci suggerisce di fermarci, riconoscere la rabbia, comprenderne l’origine e decidere come comportarci.
Non nega la rabbia. Le impedisce di diventare la nostra unica voce.
Lo stesso accade con la paura, con la gelosia, con l’ambizione e con il desiderio.
La persona temperante non è una persona fredda. È una persona che non confonde l’intensità di ciò che prova con la correttezza di ciò che fa.
E questa, a mio giudizio, è una conquista importante della maturità.
La temperanza nei rapporti umani
Forse è proprio nelle relazioni che questa virtù rivela il suo valore più alto.
Amare qualcuno significa anche riconoscere che l’altro non ci appartiene.
Significa rispettarne la libertà, accettarne le differenze, comprendere che non possiamo pretendere di controllarne i pensieri, le emozioni e le scelte.
La temperanza ci protegge dalla pretesa di avere sempre ragione, dalla necessità di vincere ogni discussione, dall’impulso di ferire quando ci sentiamo feriti.
Ci insegna ad ascoltare.
E ascoltare non significa semplicemente aspettare il proprio turno per parlare. Significa concedere all’altro lo spazio necessario per essere compreso.
Anche il perdono può trovare nella temperanza una delle sue condizioni.
Perdonare non significa dimenticare, giustificare o cancellare le responsabilità. Significa impedire che il dolore ricevuto continui a governare la nostra esistenza.
È una forma di emancipazione interiore.
La temperanza nell’età della vita che matura
C’è poi un rapporto fra temperanza e maturità che considero particolarmente significativo.
Con il passare degli anni, almeno in teoria, dovremmo imparare a distinguere ciò che merita davvero la nostra attenzione da ciò che la disperde.
Non tutto richiede una risposta. Non ogni provocazione merita una battaglia. Non ogni desiderio deve diventare un progetto e non ogni delusione deve trasformarsi in una ferita permanente.
Ma attenzione: temperanza non significa spegnersi con l’età.
Non significa diventare indifferenti, rinunciare alla curiosità o abbandonare il desiderio di essere sorpresi dalla vita.
Io penso che si possa diventare anziani senza diventare vecchi dentro.
Si può conservare il desiderio, la curiosità, l’ironia, la capacità di innamorarsi e persino quella sana inquietudine che ci spinge a cercare ancora.
La temperanza non sottrae intensità all’esistenza. Le dà profondità.
È imparare a non sprecare le proprie energie senza rinunciare a ciò che ci fa sentire vivi.
Il mio modo di intendere la temperanza
Se dovessi esprimere il mio pensiero, direi che la temperanza è una delle forme più alte di rispetto verso se stessi.
È non tradire la propria coscienza per soddisfare un impulso momentaneo.
È non lasciare che l’orgoglio comprometta una relazione, che la rabbia cancelli il giudizio, che l’ambizione diventi prepotenza, che il desiderio si trasformi in dipendenza.
Ma è anche saper godere delle cose semplici senza sentire continuamente il bisogno di qualcosa in più.
Mi piace pensare alla temperanza come a una bussola interiore.
Non indica una strada obbligatoria. Non decide al nostro posto. Ci aiuta a non perdere la direzione quando siamo attraversati da forze contrastanti.
C’è una frase che, per me, potrebbe riassumerne il significato:
Non voglio essere meno libero per avere meno desideri. Voglio essere più libero per poter scegliere quali desideri meritano di accompagnarmi.
La temperanza è questo: non diventare schiavi di ciò che potremmo avere, né prigionieri di ciò che abbiamo perduto.
È conservare la padronanza di sé senza pretendere di esercitare il dominio sugli altri.
È conoscere i propri limiti senza trasformarli in confini invalicabili.
È saper dire sì alla vita e, quando necessario, saperle dire no.
Perché la vera misura dell’uomo non è quanto riesca a conquistare, quanto riesca a trattenere o quanto riesca a imporsi sugli altri.
È quanto riesca a rimanere se stesso anche quando le circostanze, le passioni e le tentazioni cercano di allontanarlo dalla propria coscienza.
La temperanza, in fondo, è l’arte di non consegnare a nessuno e a niente le chiavi della propria libertà interiore.
E forse la sua forma più bella è proprio questa: vivere intensamente, senza perdere la misura; amare profondamente, senza possedere; desiderare liberamente, senza dipendere; essere forti, senza diventare duri.
Non è poco. È una maniera di abitare la vita.





