Ennesimo paradosso della città rossa: il nemico è l’uomo in divisa
Arrivano le mamme antimanganello. Per fermare chi sfonda le vetrine? No, per fermare la polizia.
Bologna 30 ottobre, come sempre venerdì, sciopero generale dei sindacati di base.
Un gruppo di madri di liceali del Fermi e del Minghetti ha sfilato con sciarpe e giacche rosse dietro lo striscione “No alla violenza sui nostri figli”.
Obiettivo dichiarato: fare da cordone tra i ragazzi e le forze dell’ordine.
Sei giorni prima, nella stessa città, il centro storico era bruciato per ore.
Le hanno battezzate “mamme antimanganello” e il nome dice già tutto. Il pericolo, per loro, è il manganello. Non la mano che lancia la bomba carta o la bottiglia molotov.
Quello andato in scena a Bologna ha un nome antico: lo scudo umano. Nella sua versione più nobile e per questo più efficace, quella con il volto di una madre.
Davanti al corteo si mette chi non si può toccare. Nessun poliziotto carica una donna con la sciarpa rossa. Se lo fa, la foto gira l’Italia in dieci minuti.
Ma un cordone non sceglie chi proteggere. Copre tutto quello che sta dietro. E chi stava dietro, a Bologna, nelle ultime settimane?
Quella sera i feriti tra gli agenti sono stati 24, cinque con prognosi fino a trenta giorni.
Barricate di bidoni e bici del bike sharing, cassonetti in fiamme, un autobus con tutti i finestrini sfondati in via Marconi, bancomat devastati.
Alla fine la Nike di via Rizzoli, presa d’assalto e saccheggiata da ragazzini.
Ragazzini. Della stessa età dei figli che quelle madri vogliono difendere. In tutta Italia, quel giorno, uno su tre dei fermati era minorenne.
Ecco cosa può coprire un cordone di mamme. Non il liceale che canta, che di scudi non ha bisogno.
Copre chi arriva dopo, con il cappuccio, sapendo che tra lui e il reparto mobile adesso c’è una madre.
Se gli agenti intervengono, devono passarle sopra. Se non intervengono, il saccheggio resta impunito. In entrambi i casi vince chi spacca.
Poi c’è la questione più semplice, quella che qualunque nonna capirebbe al volo.
L’iniziativa è nata da Nicoletta Cantarini, docente di Matematica all’Università di Bologna e madre di tre figli.
I due adolescenti il 24 ottobre erano in piazza e, ha raccontato, sono tornati a casa terrorizzati.
Cosa fa una madre quando il figlio rientra spaventato da una piazza violenta?
Lo tiene lontano da quella piazza. Lo hanno sempre fatto tutte le madri del mondo.
Questa no.
Sei giorni dopo lo ha riportato in corteo e ci è andata con lui, per fargli coraggio. Non lo ha protetto dal pericolo, lo ha abituato al pericolo.
E gli ha insegnato chi è il nemico: l’uomo in divisa.
“Ci hanno accusato di essere madri iperprotettive”, si è difesa la professoressa.
Il guaio è l’opposto.
Una madre iperprotettiva il figlio lo chiude in casa. Questa gli presta la sciarpa e gli apre la strada.
Non è un caso isolato, è l’ultimo anello di una catena.
Prima i genitori sono entrati a scuola a contestare il quattro, poi hanno fatto ricorso al TAR contro la bocciatura. Il professore aveva torto, il figlio mai.
Adesso la stessa logica è uscita dalla classe ed è arrivata in strada: il poliziotto ha torto, il ragazzo mai.
È la generazione che ha abolito il no.
Ha smesso di fare il genitore per diventare il sindacalista del figlio, sempre pronta a trattare con la controparte: l’insegnante, l’allenatore, oggi lo Stato.
E lo Stato, nelle parole della Cantarini, è diventato “uno Stato che non li difende più” e che anzi li aggredisce.
Lo spiega una docente dell’università statale, pagata dallo Stato. A Bologna nessuno sembra notarlo.
Pasolini, che di destra non era, nel 1968 a Valle Giulia scelse i poliziotti, figli di poveri, contro gli studenti figli della borghesia.
Cinquantotto anni dopo la borghesia di sinistra non manda più solo i figli. Manda pure le madri.
Il bello è che quelle madri raccontano di voler restituire alle forze dell’ordine il ruolo di tutela del cittadino.
Il 24 ottobre i poliziotti tutelavano proprio i cittadini: i commessi di via Rizzoli, i passanti del centro, i ristoratori che si sono visti cancellare le prenotazioni.
Lo Stato che secondo loro aggredisce i figli è lo stesso che li protegge da chi marcia al loro fianco.
Resta la domanda più scomoda.
Chi ha trasformato un gruppetto di madri in un caso nazionale?
Gruppetto, lo ha scritto Avvenire.
Eppure, in pochi giorni l’iniziativa aveva già striscione, colore d’ordinanza, comunicato stampa, interviste alla radio e articoli sui giornali, compreso quello dei vescovi, che l’ha persino salutata come una voce nuova.
Da quando una mobilitazione spontanea arriva in piazza con il dress code?
La Cantarini con ogni probabilità ci crede. Ed è proprio questo il punto: la madre sincera è l’arma migliore che una piazza possa ricevere.
Una sciarpa rossa su una madre trasforma le cariche in violenza sui bambini e i saccheggiatori in ragazzi spaventati.
Nessun volantino potrebbe fare di meglio e nessuno ha dovuto nemmeno chiederlo.
Qualcuno ha chiesto a quelle madri di pensarci due volte. Loro forse ci penseranno. Chi organizza i cortei, intanto, ha già incassato.
Ai genitori di Bologna e di tutta Italia tocca adesso un compito più faticoso di un corteo: dire no.
No alla piazza che sei giorni prima bruciava i cassonetti. No a chi offre una sciarpa rossa al posto del buon senso. No a chi spiega ai figli che il nemico porta la divisa.
Perché un ragazzo difeso dalla mamma contro la polizia impara una sola lezione: la colpa è sempre degli altri.
E un giorno quella lezione potrebbe portarla in piazza da solo, senza mamma e con il volto coperto.





