Perché continuiamo noi ad adattarci
Ha paura e fa bene. La candidata sindaca di Berlino è terrorizzata da chi inneggia ai carnefici del 7 ottobre nella sua città.
Proprio lei, Elif Eralp, che sulla saldatura tra la sinistra e il mondo musulmano ha costruito la sua vittoria; al punto che la chiamano la Mamdani di Berlino.
Lo Spiegel le ha chiesto se condannasse un agitatore palestinese filo-Hamas, uno che chiama “eroe” Yahya Sinwar, la mente della strage. Ha risposto di sì. Poi il coraggio le è mancato.
Ha provato a cancellare quel passaggio: non voleva esporsi, perché suo marito teme “queste persone” e lei pure. “Non posso mettere in pericolo me e la mia famiglia”.
Paura di cosa?
Da mesi, fa sapere il suo portavoce, riceve ogni giorno insulti e minacce. E le forze di sicurezza le avevano raccomandato di non fare mai nomi quando si parla di terrorismo.
Se la polizia consiglia a chi vuole guidare una capitale di stare zitta, chi comanda davvero?
Il nome lo facciamo noi: Ibrahim Ibrahim, settant’anni, nato in Libano, sostenitore del Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
La sera della vittoria era alla festa del partito della Eralp, a farsi fotografare con uno dei suoi deputati.
Ma non serve andare in Germania. Lo schema è lo stesso, a Berlino come da noi.
La sinistra crede di usare l’islamismo: ne prende i voti, le piazze e la rabbia, convinta di piegarli alle sue battaglie. Salvo scoprire che è l’islamismo a usare lei.
L’Italia sta percorrendo quella strada tappa dopo tappa, con qualche anno di ritardo.
Prima il voto si corteggia. A Venezia il PD ha schierato sette candidati bengalesi, con volantini in bengalese aperti dall’invocazione ad Allah.
Dopo il voto si conta.
Al referendum sulla giustizia Roberto Hamza Piccardo, fondatore dell’Ucoii, ha rivendicato la vittoria del No senza pudore: “Sono i nostri: i musulmani hanno vinto il referendum”.
A seguire il voto si organizza da solo.
Sull’onda di Mamdani, a Roma è nato MuRo27, Musulmani per Roma 2027, che punta al Campidoglio. Sulla sua pagina il Colosseo è sormontato dalla mezzaluna.
L’ha fondato Francesco Tieri, ingegnere convertito all’islam e già candidato alle primarie del centrosinistra: programma ispirato ai principi coranici, Fratelli Musulmani citati nel manifesto.
In Consiglio comunale il movimento vuole portare le richieste della comunità islamica romana. Che presto diventeranno pretese.
Non più ospiti nelle liste degli altri: padroni di casa.
Quindi, detta la linea. A Strasburgo il PD, il M5S e AVS hanno votato contro la risoluzione sui Fratelli Musulmani, il movimento da cui è nata Hamas. L’Egitto e l’Arabia Saudita li hanno messi al bando come terroristi.
A Vienna il cancelliere Stocker vuole vietare l’Islam politico in Costituzione. La sinistra italiana non ha voluto nemmeno discuterne.
Infine, siamo noi ad adattarci.
Su La7 Paolo Mieli ha spiegato che dobbiamo imparare noi la loro lingua, mentre Piero Ignazi giudicava un problema i poliziotti che non parlano arabo.
Non è più chi arriva a studiare l’italiano: è l’Italia a tornare sui banchi.
Ora tocca alla piazza.
Youssef Siher, italiano di seconda generazione, secondo le cronache diffondeva con la sua “Alba nascente” la propaganda di Hamas e del Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
Lo stesso Fronte di Ibrahim Ibrahim, l’uomo che la Eralp non osa nominare. La mezzaluna e la falce nella stessa sigla, da Berlino a Roma.
Non è più una questione di barconi. I fratelli Kouachi, che nel 2015 fecero strage nella redazione di Charlie Hebdo, erano nati a Parigi.
Salim El Koudri, che a maggio si è lanciato con l’auto sulla folla di Modena, è nato in provincia di Bergamo da genitori marocchini e si è laureato in Economia.
Prima di falciare i passanti cercava in rete l’Isis e scriveva di voler bruciare Cristo.
Il pericolo non arriva soltanto. Cresce qui, nelle nostre scuole, con il nostro passaporto in tasca.
Per questo la Eralp fa bene ad avere paura. La storia ha già scritto come finisce chi si allea con l’islamismo.
Nel 1979 la sinistra iraniana aiutò Khomeini a cacciare lo Scià, certa di poterlo controllare.
Pochi anni dopo i comunisti del Tudeh confessavano in televisione e i prigionieri politici di sinistra finivano impiccati a migliaia.
A Gaza, presa nel 2007, Hamas ha dato la caccia agli uomini di Fatah: alcuni sono stati gettati dai tetti. Oggi le sue bandiere, in mezza Europa, le sventolano femministe, attivisti gay, comunisti.
Esattamente quelli che Hamas, potendo, eliminerebbe per primi. Intorno a loro, i cani sciolti pro-Pal, che della Palestina conoscono solo gli hashtag.
Ecco il paradosso. Una sinistra coraggiosissima contro nemici morti da ottant’anni abbassa gli occhi davanti all’unico estremismo che fa paura davvero.
Dove finisce tutto quel coraggio quando dall’altra parte c’è chi chiama eroe Sinwar?
Evidentemente si esercita solo dove non costa nulla.
E accade a Berlino. Nella città che più di ogni altra dovrebbe sapere cosa succede quando la politica ha paura di fare il nome di chi odia gli ebrei.
Houellebecq lo aveva immaginato nel 2015, in Sottomissione: un partito islamico conquista la Francia senza sparare un colpo, grazie ai socialisti pronti a tutto pur di fermare la destra.
Al romanzo mancava un solo ingrediente. Berlino lo ha fornito: la paura.
Ha ragione, la Eralp. Ma chi ha paura non governa una capitale: la governa chi gliela fa.
Nel 2027 Roma sceglierà il suo sindaco. Quanto manca perché pure da noi qualcuno debba scegliere tra fare un nome e proteggere la famiglia?
Forse è già successo. Solo che nessuno ha avuto il coraggio di scriverlo.





