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L’anomalia della giustizia italiana

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L'anomalia della giustizia italiana

L’omicidio della siderurgia italiana, le proteste e le interpretazioni ideologiche

Le vicende di Taranto e di Youseef Siher sono legate da un denominatore comune.
Nel nostro Paese la politica non può anteporre la questione del supremo interesse nazionale alle interpretazioni, che appaiono spesso ideologiche, della magistratura.

È un problema antico, già sollevato da Indro Montanelli nei primi anni ’80, e che ha le sue radici in una Costituzione predisposta da padri costituenti succubi dei diktat dei loro partiti di riferimento.

Nessun Paese al mondo demanda alla magistratura o anche solo le permette di sindacare sulle questioni come l’interesse nazionale e la sicurezza interna, che sono di esclusiva pertinenza della politica.

In ogni ordinamento democratico del pianeta, esiste una corsia preferenziale straordinaria, a cui può ricorrere il potere esecutivo ponendo la questione della sicurezza nazionale e del supremo interesse del Paese, al limite sottoposta a un voto parlamentare, in plenaria o in commissione, senza che la magistratura abbia titolo per ostacolarne le decisioni.

In generale, però, i sistemi democratici mondiali delineano nettamente ciò che è di esclusiva pertinenza della politica ed evitano accuratamente conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato, specie quelli che potrebbero essere destabilizzanti per l’ordine pubblico e per l’equilibrio economico del Paese.

In Italia, in teoria, tale compito spetta alla Consulta, la quale, però, decide sulla base di una Costituzione dai contenuti a volte contraddittori, che favorisce le invasioni di campo da parte di poteri non rispondenti alla sovranità popolare o, comunque, non elettivi, oltre a essere inquinata da trattati europei aventi valore perfino superiore alla Costituzione stessa.

Il risultato di tutto ciò è la morte per omicidio di Stato della siderurgia italiana, malgrado stabilimenti come quello di Taranto, con le stesse emissioni, funzionino regolarmente in tutta Europa, ed è anche la libertà di sobillare le masse alla rivolta violenta, più ancora che contro lo Stato stesso, contro negozi e attività commerciali a scopo di rapina.

Su Taranto, poi, c’è l’aggravio di una storia recente che ha visto la magistratura rifiutare ai Riva il tempo tecnico per adeguare gli impianti e, dopo lo ‘scippo’ compiuto ai danni dei Riva stessi, ripetere l’opera prima con Arcelor Mittal e poi con lo stesso Stato italiano, che, oggi, è proprietario dell’azienda svuotata di ogni valore.

Un comportamento tafazziano davanti al quale il potere esecutivo non ha avuto alcuno strumento per replicare e che si tradurrà in un danno enorme per il Paese, con la perdita definitiva della sua dimensione industriale e decine di migliaia di disoccupati in più, a fronte di una Taranto forse più pulita ma trasformata in area depressa.

Forse, con un po’ più di buon senso il disastro si sarebbe potuto evitare fin dall’inizio, trovando un giusto compromesso.

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