Il paradosso dell’autorazzismo
Il razzismo è una brutta cosa.
Quando si considera una persona inferiore, disonesta, ignorante o incivile per il solo fatto che appartiene a una nazione.
Quando si ridicolizzano le sue abitudini, si deridono le sue tradizioni, si attribuiscono difetti morali a milioni di individui e si pretende di averli conosciuti tutti.
È brutto, eh.
Succede con gli italiani.
Sono gli stessi italiani a praticare questo sport, con una particolare raffinatezza, il razzismo contro i propri connazionali, purché lo si chiami coscienza civile.
L’italiano per loro è ignorante, corrotto, provinciale, incivile. Se all’estero un italiano si comporta male, abbiamo la prova che siamo un popolo indegno.
Se si comporta bene, è l’eccezione che conferma la regola. Se un italiano ha successo, ha avuto fortuna, se fallisce, è colpa della mentalità italiana.
La teoria è perfetta: qualunque cosa accada, ha sempre ragione.
Per gli altri popoli esistono la storia, le circostanze, le differenze individuali.
Per noi italiani esiste il carattere nazionale, una specie di condanna ereditaria che si trasmette con il codice fiscale.
Naturalmente, chi ragiona così non si considera razzista.
Si considera superiore.
È una distinzione importante, soprattutto per chi la fa.
Qui si manifesta il paradosso dell’autorazzismo. Per dimostrare di essere liberi dai pregiudizi, si comincia con il pregiudizio più comodo, quello contro il proprio popolo.
Si denuncia la discriminazione con una generalizzazione, si combattono gli stereotipi fabbricandone di nuovi e si difende la dignità umana dopo aver fatto un’eccezione per i vicini di casa.
Il risultato è ammirevole. L’umanità intera merita rispetto, l’italiano deve prima presentare le scuse.
C’è anche un vantaggio sociale. Disprezzare gli italiani permette di sentirsi cittadini del mondoi. Basta prendere le distanze dal proprio Paese, possibilmente in una lingua straniera, e si diventa cosmopoliti.
Criticare l’Italia è legittimo, naturalmente.
Ma una cosa è denunciare i vizi di un Paese, un’altra è trasformare la nazionalità in una malattia e i connazionali nei suoi sintomi.
Il razzismo, del resto, non diventa una virtù quando il bersaglio ci è antipatico.
Resta una curiosità. Abbiamo inventato una civiltà capace di distinguere le sfumature più sottili della discriminazione, ma quando si tratta degli italiani riusciamo a tornare alle generalizzazioni più elementari.
Più li disprezza, più si sente distante dai loro difetti. Si considera un pensatore critico, naturalmente. Perché criticare gli italiani è un pregiudizio, criticarli da italiani è autocritica. E l’autocritica, si sa, fa sempre una gran bella figura.
Siamo davvero un popolo straordinario. Persino quando ci insultiamo, troviamo il modo di darci ragione.
In fondo, Tafazzi era un dilettante. Non aveva ancora trasformato l’autolesionismo in una posizione intellettuale.





