Il controllo delle rotte e delle zone grigie
La geografia della guerra in Ucraina non coincide più con la sola linea del fronte.
La competizione per il controllo delle rotte commerciali, delle infrastrutture energetiche e degli spazi di sorveglianza militare sta ridefinendo il perimetro della sicurezza europea, estendendo la pressione strategica dal Mar Nero all’Artico, fino ai territori più vulnerabili dell’Europa orientale e agli strumenti finanziari attraverso cui si condiziona la capacità economica degli attori coinvolti.
Moldavia, rotte marittime e asset energetici non sono teatri separati, ma punti di osservazione di una trasformazione nella quale il controllo delle connessioni può diventare importante quanto il controllo del territorio.
Il Mar Nero ne offre un esempio concreto, il 23 ottobre la nave mercantile Khoryv è affondata dopo essere stata colpita da un drone a circa tredici miglia nautiche da Costanza, in Romania.
Il bilancio comunicato è stato di un morto, nove marinai soccorsi e tre dispersi. Bucarest ha attribuito l’attacco alla Russia, mentre la responsabilità del singolo episodio va distinta da una verifica indipendente.
Dal delta del Danubio e dal canale di Sulina, le esportazioni ucraine raggiungono il Mar Nero e possono proseguire attraverso il Bosforo verso il Mediterraneo e i mercati internazionali.
Costanza è uno snodo logistico essenziale per la Romania e per l’intera regione, colpire le navi commerciali significa aumentare i rischi assicurativi, rendere meno prevedibili i traffici e mettere sotto pressione la sicurezza del fianco orientale della NATO.
La guerra si avvicina così a rotte essenziali per Paesi che non partecipano direttamente alle operazioni militari.
Più a nord, il 15 ottobre sono state segnalate restrizioni russe temporanee alla navigazione e al traffico aereo in aree del Mare di Barents e del Mar Bianco, mentre velivoli NATO sorvegliavano la regione attorno alla penisola di Kola.
Qui si concentra una componente fondamentale della Flotta del Nord russa, comprese capacità nucleari e sottomarine. Affacciata sul Mare di Barents, Kola consente a Mosca di proiettare forze verso l’Artico e l’Atlantico settentrionale; per la NATO, sorvegliare quest’area significa proteggere le linee di comunicazione tra Nord America ed Europa.
Le attività osservate non dimostrano l’esistenza di un’unica esercitazione coordinata, ma confermano il crescente valore operativo dell’Artico.
Dobbiamo comprendere che il Mar Nero e l’Artico non sono teatri coordinati sulla base delle informazioni a noi disponibili, ma svolgono funzioni complementari nella competizione strategica, a sud sono in gioco le esportazioni ucraine e la sicurezza dei Paesi rivieraschi; Ucraina, Romania, Bulgaria, Turchia, Georgia e Russia, mentre a nord, abbiamo la postura navale russa e la protezione dell’Atlantico settentrionale.
In entrambi i casi, rendere i transiti più rischiosi o costosi può diventare uno strumento di pressione con effetti ben oltre l’area interessata.
La Moldavia rappresenta un’altra vulnerabilità lungo il perimetro della guerra, sì trova tra Romania e Ucraina, ed ospita la regione separatista della Transnistria, sostenuta da Mosca e caratterizzata dalla presenza di militari russi.
Il governo moldavo ha segnalato nuove violazioni dello spazio aereo da parte di droni, compreso un velivolo precipitato nel distretto di Telenești il 23 ottobre.
Si tratta di segnalazioni ufficiali di Chișinău, che non dimostrano da sole che ogni episodio fosse diretto deliberatamente contro il Paese.
La posizione geografica rende questi incidenti rilevanti per la sicurezza europea, la Moldavia confina con l’Ucraina e con la Romania, membro della NATO, ma non beneficia della garanzia di difesa collettiva dell’Alleanza.
La presenza militare russa in Transnistria aggiunge un elemento di vulnerabilità in un territorio che si trova a ridosso del fronte meridionale ucraino.
Anche senza un’estensione formale della guerra, gli incidenti aerei, la pressione politica e le esigenze di sorveglianza possono aumentare il costo della sicurezza per Chișinău e complicare il suo percorso europeo.
La questione Lukoil mostra come la competizione si trasferisca sul terreno energetico finanziario. Lukoil è una delle maggiori compagnie petrolifere russe, attiva nell’estrazione, nella raffinazione e nella distribuzione dei carburanti, con impianti e attività commerciali anche all’estero.
Nell’ottobre 2025 Washington l’ha sottoposta a sanzioni per limitare le risorse energetiche a disposizione di Mosca. La società ha quindi avviato la cessione dei propri asset internazionali, un portafoglio inizialmente valutato intorno ai 22 miliardi di dollari.
Il 22 ottobre 2026 gli Stati Uniti hanno prorogato al 21 novembre il termine per negoziare la vendita, dopo il ritiro del fondo Carlyle dalla trattativa. Il trasferimento definitivo degli asset resta subordinato alle autorizzazioni statunitensi.
Quindi le sanzioni agiscono non soltanto sulle entrate russe, ma anche sulla proprietà degli asset finanziari, sui potenziali acquirenti e sulla possibilità di convertire attività estere in liquidità. Washington mantiene così una leva sulle modalità e sui tempi della dismissione.
La proroga non rappresenta una revoca delle sanzioni né prova un’intesa politica con Mosca: conferma, piuttosto, che il controllo delle transazioni energetiche è diventato parte della politica di sicurezza americana.
È proprio qui che la parte militare e quella economica si incontrano con la questione decisiva dei rapporti tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Secondo la cronologia ricostruita dall’agenzia Reuters il 24 ottobre, le relazioni tra Washington e Kyiv si sono deteriorate nelle ultime settimane a causa dei disaccordi sugli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe e sulla strategia negoziale americana.
Trump ha chiesto a Zelensky di interrompere questi attacchi, ha criticato la leadership ucraina e ha sostenuto un’intesa per aumentare la disponibilità di diesel russo sui mercati, accompagnata da un allentamento temporaneo di alcune restrizioni.
Le tensioni hanno coinvolto anche la condivisione di intelligence e il sostegno tecnologico, mentre la cooperazione informativa è stata successivamente ripristinata secondo le dichiarazioni di Kyiv, il 22 ottobre, intanto, la Russia ha lanciato 21 missili balistici contro la capitale ucraina.
Questi sviluppi non dimostrano che Washington abbia formalmente abbandonato l’Ucraina, ma indicano una modifica delle condizioni politiche del sostegno americano.
L’amministrazione Trump sembra voler utilizzare la dipendenza ucraina dalle capacità statunitensi, insieme alla leva energetica e alle prospettive di negoziato, per orientare Kyiv verso una conclusione del conflitto.
Il problema strategico è l’asimmetria che ne deriva: mentre Mosca continua a colpire il territorio ucraino, la pressione americana può ricadere con particolare intensità proprio sul governo che dipende dall’assistenza di Washington.
Il tentativo di negoziare con la Russia non coincide necessariamente con un avvicinamento politico a Mosca, ma modifica il rapporto tra sostegno militare, sanzioni e concessioni diplomatiche.
La questione energetica assume un significato più ampio, Lukoil mostra il controllo americano sulle transazioni di un grande gruppo russo; le tensioni sulle forniture energetiche evidenziano come le esigenze dei mercati possano entrare in conflitto con gli obiettivi di pressione sul Cremlino; il confronto con Zelensky rivela infine che l’energia può incidere anche sui rapporti tra alleati.
La politica delle sanzioni e quella del negoziato non procedono necessariamente nella stessa direzione, e il loro equilibrio costituisce uno dei punti più delicati della strategia statunitense.
Le notizie descrivono una competizione che attraversa spazi distinti, ma connessi dalla medesima logica, nel Mar Nero sono in gioco le rotte commerciali ucraine; nell’Artico, la postura navale e la sorveglianza delle linee di comunicazione; in Moldavia, le vulnerabilità degli Stati esposti alle ricadute della guerra; nel caso Lukoil, il controllo economico esercitato attraverso le sanzioni. Washington, nel frattempo, deve conciliare la pressione sulla Russia con la ricerca di un accordo e con la gestione delle proprie relazioni con Kyiv.
Per l’Europa, la conseguenza è strategica, la sicurezza non dipende soltanto dalla difesa dei confini e dalla presenza di forze militari, ma anche dalla protezione delle rotte, dalla continuità delle infrastrutture, dalla sorveglianza degli spazi marittimi e dalla capacità di gestire le dipendenze energetiche.
Se il sostegno americano all’Ucraina diventa più condizionato, aumenta inoltre la necessità per gli europei di valutare quanto possano garantire autonomamente la propria sicurezza e la continuità dell’assistenza a Kyiv.
La guerra si allarga non soltanto quando si apre un nuovo fronte, ma quando aumenta il numero dei punti in cui è possibile esercitare pressione sul sistema che sostiene l’avversario.
Dal Mar Nero all’Artico, dalla vulnerabilità moldava agli asset internazionali di Lukoil, fino alla ridefinizione dei rapporti tra Washington e Kyiv, il controllo delle connessioni è diventato una componente essenziale del potere geopolitico.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


