Dal falso mito di John Money alla moltiplicazione dei generi: un’analisi critica su come la biologia è stata sacrificata sull’altare del politicamente corretto in nome di dogmi culturali, personalismi e interessi economici
Durante una delle mie tante navigazioni online, mi sono trovato di fronte un filmato che avrebbe dovuto spiegarmi qualcosa in più sui vari “generi sessuali”.
Ad essere sincero il contenuto mi ha lasciato molto perplesso, ma la mia curiosità è subito caduta su una parte in particolare, ovvero quando nel video si parlava, tra le altre cose, della differenza tra bisessuale e pansessuale, oltre che tutta una serie di generi il cui concetto espresso mi lasciava confuso, come, ad esempio, i termini demisessuale, asessuale, sapiosessuale, aromantico, etc…
Perché sono rimasto stranito?
In primis perché, in tutta franchezza, mi pare si facesse molta confusione tra genere e orientamento, inoltre sarò antico ma io ero rimasto a due generi e basta: maschile e femminile.
Ho voluto svolgere, quindi, una piccola ricerca, per capire da quando si parla di cisgenere, transgenere e poi una serie di non binari.
Partiamo, quindi, da un minimo di definizioni.
Cisgenere: persona la cui identità di genere corrisponde al sesso assegnato alla nascita. I “banalissimi”, ma sempre affidabili, uomo e donna che si sentono quello che geneticamente sono.
Transgenere: persona la cui identità di genere è differente rispetto al sesso assegnato alla nascita. Su questo ci torneremo dopo, perché ammetto di aver imparato cose nuove e interessanti.
Non binario (Non-binary): termine ombrello per chi non si identifica esclusivamente come uomo o come donna.
Qui comincia la confusione.
Agenere (Agender): persona che si descrive come priva di un’identità di genere o del tutto neutrale rispetto al genere.
Genderfluid: persona la cui identità di genere varia e fluttua nel tempo tra diverse espressioni o percezioni.
Bigenere (Bigender): persona che si identifica, contemporaneamente o alternativamente, con due generi.
Pangenere (Pangender): persona che si identifica con una pluralità o totalità delle identità di genere dello spettro.
Demigenere (es. Demiboy/Demigirl): persona che si sente collegata solo parzialmente a uno specifico genere.
Genderqueer: termine e identità di coloro che rifiutano attivamente le categorie binarie o le norme tradizionali di genere.
Sarò onesto, non riesco a parlare seriamente di tutto ciò che segue la definizione di transgenere: per quanto non sia un esperto e denunci sicuramente i miei limiti, è indubbio che uno dei primi aspetti che si va ad analizzare quando si parla di salute psicologica, è proprio quello della sfera sessuale e ricordo benissimo che anomalie più e meno gravi sono tutte caratterizzate, in modo vario, proprio dalle “espressioni di genere” elencate sopra.
Se si esaminano i vari disturbi e patologie, si noterà come tipicamente la relativa sfera sessuale potrebbe essere descritta proprio con quelle definizioni.
Quando poi, secondo alcune testimonianze, il genere “cambierebbe” secondo i momenti della giornata, dell’anno, o in base all’umore o altri insondabili motivi, il confine tra pazzia, sfrenato protagonismo e presa in giro diventa veramente labile.
Non ho le competenze per criticare le varie scuole di psicoterapia, ma, da una piccola ricerca, è risultato che questa categorizzazione è supportata essenzialmente da quella cognitivo comportamentale.
Ripeto, sicuramente non sono all’altezza di giudicare i metodi psicoanalitici, però, è facilmente verificabile che il successo della cosiddetta TTC lo si deve al fatto che è fortemente caldeggiata dalle assicurazioni americane e il motivo è semplice.
La psicoterapia classica impiega anni e, di conseguenza, molti soldi, a risolvere i problemi di una persona, avendo, come obiettivo, la radice stessa del problema, mentre la TTC è la classica “Quick and dirty”, ovvero una terapia molto più veloce e che permette, lavorando spesso su un rinforzo delle difese, di compensare presto, ma in modo grezzo e senza curare il lato più profondo.
In termini più clinici si potrebbe dire che cura il sintomo e non la malattia e questo basta a far risparmiare alle assicurazioni una montagna di soldi.
Personalmente, non mi fiderei di una cura suggerita da chi considera solo il piano economico e non il benessere del paziente e, in fondo, pensiamo un po’: se i generi sono tanti e accettabili, l’assicurato non è più un malato, quindi, l’assicurazione non deve nulla.
Torniamo a noi, e ai nostri “generi”.
Nell’andare avanti nella ricerca, mi sono chiesto quando sarebbe cominciata la “moltiplicazione” dei pani e dei pesci e mi è stato abbastanza semplice informarmi su fatti e protagonisti “colpevoli” di questa, come vedremo in seguito, deriva dalla realtà.
Il termine gender nasce negli anni Cinquanta per opera di John Money, uno psicologo e sessuologo della Johns Hopkins University.
Money usò l’espressione gender role, ruolo di genere, per distinguere i comportamenti sociali e culturali assegnati a un individuo rispetto al suo sesso biologico di nascita, rapportandoli a quelli dei bambini nati con condizioni intersessuali.
Inizialmente, non vi fu assolutamente alcuna pretesa politica, almeno palese, ma “solo” una serie di ipotesi che si concretizzarono nella teoria della tabula rasa.
Secondo l’accademico, i bambini sarebbero stati come carta bianca la cui identità e ruolo di genere sarebbe stata completamente ed esclusivamente scritta e decisa dal contesto sociale e dall’educazione, pretendendo che il fattore cromosomico non avesse mai avuto alcuna influenza reale.
Lo studioso ne era talmente sicuro che, negli anni Settanta, portò avanti un terribile esperimento: un bambino, David Reimer, subì un incidente durante la circoncisione che lo lasciò gravemente mutilato ai genitali.
Considerando che aveva anche un gemello omozigote e, quindi, il controllo perfetto a livello genetico, Money convinse i genitori a crescere il figlio David come una femmina. Il bambino fu inoltre sottoposto a un ulteriore intervento di ricostruzione dei genitali, questa volta femminili, e a massive cure ormonali.
Lo studioso, inizialmente, presentò il caso come un successo, ma il suo costrutto mentale si infranse contro l’inesorabile muro della realtà fattuale: il ragazzo andò incontro a terribili disagi psicologici, almeno fin quando non fu sottoposto a un intervento di ricostruzione del suo apparato genitale originale.
Proprio l’inumano esperimento che Money pensava gli avrebbe garantito il successo della sua errata teoria, ne provò tutta l’infondatezza e fu qui che nacquero i problemi.
Pur di non sconfessare la sua teoria, l’accademico arrivò a falsificare la ricerca, pubblicando dati inventati e ignorando la realtà oggettiva e tutto questo per diversi anni.
Solo alla fine degli anni Novanta, un giovane giornalista, tale John Colapinto, rintracciò David, che nei saggi di Money era indicato con lo pseudonimo di Jhon/Joan, e scoprì la verità, sbugiardando due decenni di pubblicazioni e propaganda.
Money aveva fondato tutta la sua carriera accademica su una singola teoria, diventando il punto di riferimento di vari movimenti radicali, un vero e proprio profeta del genderismo, e perdere popolarità, prestigio e soldi, evidentemente valeva di più che avvelenare i pozzi del sapere, con ripercussioni anche sul mondo attuale enormi.
È palese che gli studi di genere, supportati da una certa ideologia, non solo sono basati su un singolo esperimento e su un singolo caso, ma sono anche una mistificazione della realtà, una bugia ripetuta per difendere il proprio sfrenato protagonismo, una vergognosa operazione di insabbiamento della verità solo ed esclusivamente per interessi materiali e personalismi, tutto a dispetto della salute pubblica.
Purtroppo, su questo singolo seppur titanico errore, sono fiorite teorie che definire strampalate è fare un complimento, figlie solo dell’ideologia e non di una rigorosa ricerca scientifica.
Un esempio fu quello di Gayle Rubin, un’antropologa e teorica femminista statunitense, che formulò il concetto di sex-gender system, sistema sesso-genere,) in un suo saggio del 1975: The Traffic in Women: Notes on the “Political Economy” of Sex.
Le sue tesi mescolavano allegramente femminismo radicale, marxismo e psicanalisi, interpretando i lavori di Lévi-Strauss e Freud in modo talmente discutibile e contorto da essere letteralmente antipodale rispetto al lavoro di una vita dei citati lumi.
L’antropologia sposava in pieno le teorie di Money, giacché, seppur in ambiti accademici diversi, entrambi orbitavano nella stessa area ideologica, sostenendo che il genere non fosse influenzato dalla biologia ma solo un costrutto sociale.
Cito un’altra grande sostenitrice di queste posizioni, ovvero Judith Butler, la quale portò all’estremo le posizioni già esposte.
Non voglio tediare il lettore con i miei prevedibili commenti su queste idee che vengono erroneamente chiamate “teorie”, quando, in realtà, sono solo opinioni che francamente ritengo meritevoli di attenzione psicologica, piuttosto vorrei evidenziare l’estrazione accademica della Butler, ovvero quella squisitamente umanistica poiché tutti gli studi e i dottorati di ricerca sono nell’ambito della filosofia.
Una delle maggiori voci di queste famose teorie gender, che dovrebbero conoscere la genetica prim’ancora di voler scindere il genere da questa, non ha assolutamente preparazione nel campo scientifico, così come tantissime associazioni politiche e culturali la cui ideologia non si basa su evidenze scientifiche ma esclusivamente su opinioni personali, pensieri completamente scollegati da dati oggettivi, se non proprio dalla realtà fattuale, quando non basati, come insegna il comportamento di Money, su vere e proprie truffe e bugie atte solo a difendere il proprio prestigio e propaganda.
La mia opinione personale è semplice: nemmeno quel purtroppo famoso movimento tedesco nato negli anni Trenta del secolo scorso è arrivato a una tale distorsione della realtà, non vedo quindi perché si dovrebbe tollerare un’ideologia che, nella migliore delle ipotesi e concedendo il beneficio della buona fede, è un franco delirio, la cui scientificità è inferiore anche alle teorie lombrosiane sulla fisiognomica.
Come mai, pur con il disastroso fallimento di Money, queste teorie non solo non sono svanite, ma addirittura sono accettate in alcuni ambienti accademici?
Semplicemente perché tutta la base strutturale di questa follia non risponde a criteri epistemologici, ma è stata costruita secondo percorsi soggettivi e dossastici, per non dire dogmatici, un vero e proprio moderno ipse dixit autoreferenziale.
Per questo motivo, la truffa di Money non fu vista come una Waterloo del sistema, un giusto capolinea per un treno che esiste solo nelle menti contorte di un pazzo macchinista, ma “semplicemente” come l’errore di un singolo, un fallimento personale che non poteva scalfire quello che oramai era diventato dogma.
Lasciata alle spalle tutta l’ideologia e relativi voli pindarici, che servono solo a far guadagnare qualcuno, la domanda iniziale però rimane: quanti sono i generi?
La risposta è una sola: due!
Però alcuni studi, questa volta seri, bisogna citarli.
A differenza delle teorie gender proposte da filosofi e improbabili pensatori, molti altri studi, questa volta scientificamente rigorosi, sono stati portati avanti da chi aveva veramente la competenza per farlo, e hanno trovato una risposta sia alla condizione non binaria che a quella di transgenere, le quali hanno una risposta nella neurobiologia dello sviluppo e negli esperimenti condotti per primo dal neurobiologo olandese Dick Swaab, e le relative pubblicazioni su riviste di settore come “The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism” e “Nature”.
In sintesi, in questi lavori si dimostra che lo sviluppo dell’anatomia genitale, che si verifica nel primo trimestre di gravidanza, e la strutturazione sessuale del cervello, che avviene nella seconda metà della gestazione, accadono in momenti separati e sotto l’influenza di processi ormonali differenti.
Proprio per questo, a volte, può capitare che la quantità di androgeni, come il testosterone, che agisce sul cervello fetale può essere “discrepante” a ciò che ci si aspetterebbe dal corredo cromosomico, portando a una sorta di “mappa neuro-corporea” che non corrisponde all’anatomia reale.
Normalmente, il rilascio ormonale, che non è un semplice interruttore acceso/spento ma un flusso quantitativo, polarizza nettamente sulle estremità del maschio e della femmina, ma, in caso di minore secrezione o captazione, esistono variazioni di sviluppo intermedio.
Proprio per questo motivo, in medicina e psichiatria la disforia non è sempre considerata un delirio psicotico, poiché la psicosi è un disturbo del pensiero distaccato dalla realtà fisica, mentre, in questo caso, ci può essere una reale e misurabile base neuro-ormonale che spiega la percezione del sé atipica.
Qualcuno potrebbe obiettare che, nella pratica, almeno apparentemente non cambia nulla e che tutto sia una questione di definizioni, ma la scienza deve essere precisa, anche perché un’origine diversa facilmente porta poi a trattamenti differenti.
Nel tempo il lavoro di Swaab è stato replicato anche in altri laboratori e, oggi, il consesso scientifico (serio) ha così concluso che il genere è binario e di derivazione genetica, tuttavia uno sviluppo neurobiologico anomalo può portare a situazioni non binarie.
Si può quindi dire che, a differenza di quanto sostenuto da gente che evidentemente non ha le cognizioni scientifiche adatte, la “moltiplicazione dei generi” è al massimo una risposta linguistica per descrivere queste anomalie, perché tali sono, e, oggettivamente, esistono proprio a livello strutturale e biologico.
Invece, il credere che ognuno possa decidere di essere ciò che vuole senza tener conto del corredo cromosomico e che il genere sia solo un costrutto sociale che può essere cambiato a piacimento, è, nei casi migliori, un franco delirio o somma ignoranza, in quelli peggiori sono posizioni che servono a tutelare i propri turpi e ignobili interessi.


Ambrogio Di Renzo, Biologo per errore. Strassivendolo per necessità. Per diletto giocatore. Tutto curiosità.


