
Israele punta ad essere la potenza di riferimento del Medio Oriente e l’ombrello atomico per gli stati arabi sunniti, con i quali potrebbe, dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca (20 gennaio), riprendere gli Accordi di Abramo, aprendo i rapporti diplomatici con l’Arabia Saudita, premessa all’avvio concreto della Via del Cotone che farà del porto di Haifa il più grande porto di arrivo sul Mediterraneo delle merci indiane.

La Via del Cotone, meglio definita corridoio India-Medio Oriente-Europa (IMEC), è stata varata nel settembre del 2023, a New Delhi, nell’ambito del G20, con un memorandum, firmato per l’Italia da Giorgia Meloni e sottoscritto dai leader di Stati Uniti, India, Arabia Saudita, Emirati, Francia, Germania, Unione europea.
Si tratta di due collegamenti: uno ferroviario tra l’Europa e il Golfo (Emirati, Arabia Saudita, Israele, Giordania), l’altro portuale tra India e Golfo. Prevede inoltre, cavi per la trasmissione dei dati e dell’elettricità e tubature per l’idrogeno verde.
Il progetto è stato adottato dalla Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII), un’alleanza creata dal G7 nel 2022, e dal Global Gateway dell’Ue, che ha destinato una spesa fino a 300 miliardi di euro per investimenti sulle infrastrutture all’estero tra il 2021 e il 2027.
Con la Via del Cotone, alternativa a quella della Seta, non solo il Mediterraneo mantiene la sua centralità strategica, ma gli approdi portuali europei acquistano un valore geopolitico straordinario. L’Italia, in questa partita, ha molte carte da giocare.
Per attuare il disegno, che vede Israele protagonista, è necessario ridurre ai minimi termini l’Iran e i suoi proxy.
Netanyahu, che con un tempismo perfetto ha licenziato il ministro della Difesa Gallant, ha davanti a sé una finestra di due mesi per finire il lavoro.
In questi due mesi qualsiasi cosa faccia Natanyahu non avrà più alcuna influenza sulle elezioni americane, in quanto già avvenute e non potrà essere addebitato a Donald Trump, il quale non è ancora presidente in carica. Qualsiasi cosa faccia Bibi sarà addebitata a Joe Biden, il quale è a fine corsa.
Pare che Donald Trump abbia detto a Netanyahu di chiudere la fase bellica prima del suo giuramento. Netanyahu gli è debitore di un mancato sostegno quando Trump denunciava i brogli nel 2020. Sostegno promesso e non mantenuto.
Cosa significhi finire il lavoro non è facile da definire, ma il tema è chiaro: impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare e che possa pensare di diventare una potenza d’area.
Questi obiettivi sono declinabili in vari modi.
Uno dei modi è completare l’opera svolta con l’ultimo attacco dove, con una precisione di altissimo livello, Israele ha colpito lo scudo e la spada dell’Iran, ossia le difese contraeree e le basi dalle quali sono partiti i missili.
Un attacco di maggiore portata potrebbe eliminare del tutto la possibilità di Teheran di svolgere qualsiasi azione bellica nei confronti di Israele.
Un altro modo, che non esclude il primo, è attaccare a fondo i siti dove l’Iran sta arricchendo l’uranio per dotarsi della bomba atomica. I dati del 2023 dicono che l’arricchimento è arrivato al 60%, ben sopra la soglia dell’utilizzo commerciale. Per fare la bomba è necessario un arricchimento del 90%. Non è improbabile, prima che Teheran arrivi ad arrivare al 90%, che i siti vengano eliminati.
Un altro metodo, già in atto, è quello dell’annientamento dei proxy dell’Iran.
Teheran, a fronte del collasso di Hamas e di Hezbollah, si è dimostrata inerme e inerte, consapevole di non poter sostenere una guerra convenzionale contro la superpotenza regionale (anche atomica) di Tel Aviv.
C’è poi una soluzione, non necessariamente bellica, che unisce l’isolamento con la possibile implosione interna.
L’Iran, per oltre un decennio, è penetrato nei Paesi arabi supportando e finanziando milizie e formazioni sciite, nella convinzione si poter spingere i Paesi sunniti (Emirati Arabi Uniti, Marocco, Bahrein, Sudan e Arabia Saudita in arrivo) a stracciare gli Accordi di Abramo.
Calcolo sbagliato.
L’Arabia Saudita ha ripetutamente fatto intendere che è sua intenzione proseguire sulla strada della normalizzazione dei rapporti con Israele ritenendo poco importante la questione palestinese.
Gli altri Stati arabi sunniti, al di là di formali proteste per quanto avviene in Libano e a Gaza, non sono andati.
L’isolamento dell’Iran è evidente e chiaro.
Tale isolamento esterno si coniuga con la tenuta del regime all’interno.
Nella Repubblica Islamica, che ha la propria popolazione con un’età media di 30 anni, è in corso uno scontro generazionale con una spinta secolarista.
Inoltre, molti giovani, e soprattutto le donne, aspirano ad una Persia zoroastriana, imperiale ma laica, anche se antioccidentale.
In buona sostanza riemerge con forza l’anima iranica che ben poco ha a che fare con gli sciiti e con gli arabi.
E’ interessante la testimonianza di Gabriele Massaro (Domino 10/2024), il quale rileva quanto segue relativamente al sentimento della popolazione iraniana:
– Diffuso senso di superiorità e di sospetto nei confronti delle popolazioni arabe.
– Forte sentimento antipalestinese, ravvisabile in numerosi strati della società iraniana. La generazione più anziana e memore della truculenta guerra tra Iran e Iraq, conserva profondo disprezzo per il sostegno fornito a Baghdad dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina.
– E’ lecito affermare che per il cittadino medio di Teheran il coinvolgimento nella questione israelo-palestinese non costituisce una priorità.
– Rifiuto sempre più significativo delle norme e dei canoni religiosi nei grandi centri urbani.
Se a questi fattori si unisce il fatto che per finanziare il cosiddetto Asse della Resistenza gli ayatollah hanno affamato il popolo, è del tutto possibile che un aumento delle sanzioni in arrivo con l’amministrazione Trump e una delegittimazione dell’influenza nell’area, possa far implodere il regime.
Rimane l’incognita Russia, che ha interessi con l’Iran in rapporto alla guerra in Ucraina e al corridoio Nord-Sud (meglio conosciuto con l’acronimo INSTC International North South Transport Corridor).

Il corridoio internazionale di trasporto nord-sud venne concepito agli inizi degli anni duemila con l’obiettivo di connettere i territori settentrionali della Russia con l’Iran, in modo che le merci trasportate attraversando Caucaso ed Asia Centrale potessero poi essere commercializzate attraverso il Golfo Persico e l’Oceano Indiano.
Iran, India e Russia sono stati i paesi promotori e firmatari dell’accordo nel 2002, al quale hanno poi aderito altre nazioni come Azerbaigian, Kazakhstan, Oman.
INSTC si configura come un corridoio intermodale (lungo 7200 km, che combina trasporto terrestre, marittimo e stradale) composto da tre direttrici, attraverso le quali trasportare – secondo gli ambiziosi obiettivi dei promotori – 30 milioni di tonnellate di merci all’anno seguendo la direttrice nord-sud: il corridoio occidentale che attraversa le nazioni collocate ad ovest del bacino del Caspio, il corridoio centrale che attraversa il Caspio per via marittima e quello orientale che attraversa i territori ad est del Caspio (ovvero le Repubbliche centroasiatiche del Kazakhstan e del Turkmenistan).
Non è chi non veda, anche in questo caso, come la Via del Cotone confligga con quella russo-iraniana.
Come sempre, dietro alle guerre spacciate per scontro ideologico si nascondono gli interessi.
Follow the money, segui il denaro, e capirai molte cose.
Mosca, attualmente, non ha la forza per andare oltre un ruolo di mediazione, ben sapendo che i suoi rapporti con Israele sono decisivi per il mantenimento delle sue basi in Siria con la conseguenza della sua presenza nel Mediterraneo. La guerra in Ucraina ha catalizzato un avvicinamento Russia-Iran che potrebbe anche essere affievolito ora che la Banda Clinton-Obama ha perso le elezioni, con la conseguenza che nel quadrante europeo potremmo assistere nei prossimi mesi ad una svolta decisiva verso il congelamento del conflitto tra Mosca e Kiev.
Per l’Iran, in buona sostanza, le cose si mettono male.
Riguardo alla questione palestinese la Russia spende affermazioni di principio, ben sapendo che tali sono e tali rimangono.
Il presidente russo Vladimir Putin, in una sessione plenaria del Valdai Discussion Club, ha detto che la “Russia ritiene necessario adempiere a tutte le decisioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e dell’Assemblea generale su Israele e Palestina”.
Invocare l’Onu oggi è come invocare un ectoplasma.
Putin ha aggiunto che questa posizione è stata una tradizione fin dall’epoca dell’URSS. Se le decisioni sulla creazione di due Stati sovrani fossero attuate, “questa sarebbe una soluzione alla crisi, non importa quanto sia difficile e acuta”.
Sulla stessa linea Recep Tayyip Erdogan, dopo avere partecipato al vertice della Comunità politica europea a Budapest: “Invito tutti i Paesi che non hanno ancora riconosciuto la Palestina a farlo, per contribuire alla giustizia e alla pace globale”.
Tali affermazioni si scontrano con quanto va facendo Israele, che proprio giovedi ha fatto sapere, per bocca del generale di brigata Itzik Cohen delle Idf, che “non c’è alcuna intenzione di permettere ai residenti del nord della Striscia di Gaza di tornare alle loro case”.
Itzik Cohen ha aggiunto che gli aiuti umanitari potranno entrare “regolarmente” nel sud del territorio, ma non nel nord, poiché “non ci sono più civili”.
Le agenzie umanitarie hanno affermato che, nonostante le smentite, Israele sembra stia attuando una versione del cosiddetto “piano dei generali”, che propone di dare ai civili una scadenza per andarsene e poi trattare chiunque rimanga come un combattente. Non è chiaro quante persone rimangano nel nord di Gaza.
Il mese scorso, le Nazioni Unite hanno stimato che ci fossero circa 400.000 civili incapaci o non disposti a seguire gli ordini di evacuazione israeliani.
Il vero problema riguardo alla logica dei due Stati e due popoli è che per quanto riguarda il popolo palestinese non c’è un territorio dai confini definiti in base al quale costituire un’entità statuale.

Se si guarda la cartina (tratta da Limes) , ben si capisce che la Cisgiordania è divisa in aree a macchie di leopardo, con una zona A amministrata dall’Anp, una zona B amministrata congiuntamente da Israele e dall’Anp e una zona C amministrata da Israele.
Come costruire uno Stato in Cisgiordania è impresa assai ardua.
L’attuale situazione è dovuta agli accordi di Oslo, un pasticcio benedetto, guarda caso, da Bill Clinton.
Nel 1993 tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat firmarono a Oslo gli accordi per avviare un processo che avrebbe messo fine al conflitto tra israeliani e palestinesi.
Israele occupava militarmente la Cisgiordania e la Striscia di Gaza dalla fine della Guerra dei Sei Giorni, cioè dal 1967. Fra il 1987 e il 1991, dopo più di vent’anni di occupazione israeliana, i palestinesi furono impegnati in una serie di rivolte popolari chiamate intifada.
Con gli accordi di Oslo per la prima volta gli israeliani riconobbero nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina l’interlocutore ufficiale che parlava per il popolo palestinese e le riconobbero il diritto di governare su alcuni dei territori occupati. L’OLP da parte sua riconobbe il diritto di Israele a esistere e rinunciò formalmente alla lotta armata per la creazione di uno stato palestinese.
L’accordo conteneva anche un piano specifico.
Israele prometteva di ritirarsi da Gaza e dall’area di Gerico, in Cisgiordania e di ritirarsi nei cinque anni successivi da altri territori occupati militarmente. Secondo gli accordi, in questi territori si sarebbe insediato un governo palestinese eletto localmente, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).
La soluzione contemplata prevedeva cioè due stati per due popoli.
Nel 1995 Rabin e Arafat firmarono un’altra serie di accordi, Oslo II, che garantivano all’OLP il governo di numerose città e villaggi a Gaza e nella Cisgiordania, dopo che nel luglio del 1994 Israele aveva cominciato a ritirare l’esercito da alcuni dei territori occupati.
Israele non fermò la sua politica degli insediamenti in Cisgiordania causando frustrazione tra i palestinesi. Arafat e l’OLP non avevano il controllo su tutti i gruppi militari che continuavano a combattere per la liberazione della Palestina e che erano contro gli accordi.
Il 4 novembre del 1995 Rabin tenne un comizio in piazza a Tel Aviv e Yigal Amir, un colono ebreo, sparò due coli a Rabin, uccidendolo.
Gli accordi di Oslo sono naufragati.
Parlare oggi di due popoli e due stati è pura propaganda.
Nel frattempo l’Onu ha perso ogni possibile capacità di intervenire, dopo che si va scoprendo di giorno in giorno, che l’Unifil ha finto di controllare il territorio affidatole dalle Nazioni Unite, lasciando che Hezbollah si insediasse in una zona che doveva essere del tutto smilitarizzata.
L’ultimo schiaffo alla presenza dell’Onu è di venerdì, quando le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno localizzato una struttura di addestramento del gruppo armato libanese Hezbollah a circa 200 metri da una base della missione di interposizione delle Nazioni Unite nel Libano meridionale (Unifil).
FOTO CAMPO ADDESTRAMENTO
I riservisti con la Brigata Oded hanno fatto irruzione nel sito di Hezbollah, utilizzato dal gruppo armato per l’addestramento, lo studio della teoria del combattimento e lo stoccaggio di armi.
All’interno della struttura, sono stati rinvenuti documenti e libri di testo di Hezbollah, mappe di Israele e altro materiale. Inoltre, nella struttura c’erano dei lanciarazzi.
Nel frattempo giovedì sera la Knesset ha approvato la nomina di Israel Katz del Likud a ministro della Difesa, in sostituzione di Yoav Gallant, licenziato dal primo ministro Benjamin Netanyahu.
Al posto di Katz come ministro degli Esteri c’è Gideon Sa’ar di New Hope, la cui nomina è stata approvata anche dal Parlamento.
La Knesset ha approvato le nomine con 58 voti favorevoli e 0 contrari, mentre i membri dell’opposizione hanno abbandonato la plenaria in segno di protesta prima dell’inizio delle votazioni.
La sessione è stata caratterizzata da discorsi arrabbiati e proteste da parte dei membri dell’opposizione, che vedono il licenziamento di Gallant come una mossa cinica di Netanyahu, volta a consentire l’emanazione di una legge che sancisce l’evasione della leva da parte degli ultra-ortodossi, legge che Gallant si è rifiutato di sostenere, e a impedire un accordo di cessate il fuoco con ostaggi nella guerra a Gaza, fortemente sostenuto da Gallant.
Per concludere.
Se Bibi darà ascolto alle richieste di Donald Trump dovrà chiudere la fase bellica entro il 20 gennaio. C’è una finestra utile di due mesi.
Due mesi per finire il lavoro. Poi dovrebbe entrare in funzione la diplomazia.
La soluzione dei due Stati dovrebbe rimanere in soffitta. Sull’Iran calerà il pugno di ferro, con l’aumento delle sanzioni e la limitazione delle vendite di petrolio, come parte “di una strategia aggressiva per indebolire il sostegno di Teheran ai rappresentanti del Medio Oriente e al suo programma nucleare”.
Cosa fare di Gaza e della Cisgiordania non è chiaro per nessuno.
Il tempo stringe.





