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Ursula, la “baronessa trasparenza”

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Il vizio delle chat e dei messaggi che poi spariscono: da Pfizergate al “Gruppo di Washington”

Il quotidiano Berliner Zeitung ha pubblicato un articolo (23 giugno 2026) su un’inchiesta dell’Ombudsman europeo Teresa Anjinho riguardante Ursula von der Leyen.

L’Ombudsman europea, conosciuta in Italia come Mediatore europeo, è un’autorità indipendente che indaga sui casi di cattiva amministrazione da parte di istituzioni, organi, uffici e agenzie dell’Unione Europea.

Si parla di un gruppo chat segreto (probabilmente su Signal o simile) tra von der Leyen, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron, Giorgia Meloni e Keir Starmer (allora premier britannico).

L’indagine riguarda la scomparsa di messaggi da questo gruppo chat e problemi di trasparenza, simile ai casi passati come il “Pfizergate” (messaggi con il CEO di Pfizer).

Il Berliner Zeitung ha riportato che l’Ombudsman ha avviato l’inchiesta dopo una segnalazione.

L’articolo si concentra sulla trasparenza dei messaggi. E la poca trasparenza è una modalità che la von der Leyen conosce bene.

Il 14 maggio 2025 il Tribunale dell’Unione Europea (General Court) ha annullato la decisione della Commissione Europea che negava l’accesso ai messaggi di testo (SMS) scambiati tra Ursula von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla.

Durante la pandemia di Covid-19, nel 2021, von der Leyen ha negoziato direttamente con Bourla l’acquisto di centinaia di milioni di dosi di vaccini Pfizer-BioNTech (per un valore di miliardi di euro). Secondo quanto riportato dal New York Times, parte delle trattative avvenne tramite SMS e telefonate personali.

Una giornalista del New York Times (Matina Stevis-Gridneff) ha presentato una richiesta formale di accesso ai documenti (ai sensi del regolamento 1049/2001 sulla trasparenza) per ottenere quegli SMS e altre comunicazioni tra il 1° gennaio 2021 e l’11 maggio 2022.

La Commissione ha risposto, sostanzialmente, che non possedeva o non trovava quei messaggi e che erano stati cancellati o non conservati.

La sentenza del Tribunale UE (14 maggio 2025) ha dato ragione al New York Times e ha annullato la decisione di rifiuto della Commissione per questi motivi principali: la Commissione non ha fornito una spiegazione credibile sull’inesistenza o irreperibilità dei documenti; non ha chiarito se i messaggi siano stati cancellati, in che modo (deliberatamente o automaticamente), se il telefono di von der Leyen sia stato sostituito, né ha descritto adeguatamente le ricerche effettuate.

Questo comportamento viola il principio di trasparenza e di buona amministrazione previsto dal diritto UE.

I richiedenti hanno fornito prove sufficienti dell’esistenza di quegli scambi (basate su interviste e dichiarazioni pubbliche).

Non si tratta di una “condanna penale” di von der Leyen personalmente, ma di un grave richiamo istituzionale alla Commissione per mancanza di trasparenza.

La sentenza rafforza il principio che anche i messaggi su canali privati (SMS, chat) possono essere considerati “documenti” pubblici se relativi a decisioni istituzionali e che le istituzioni UE devono conservarli adeguatamente.

Anche in questo caso, l’Ombudsman europeo Teresa Anjinho ha aperto un’indagine formale sulla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. L’inchiesta è stata avviata dopo che l’esecutivo comunitario si è rifiutato di rendere pubblici i messaggi di una chat riservata, come riportato dal quotidiano Berliner Zeitung.

L’Ombudsman, come si legge sul sito ufficiale (https://www.ombudsman.europa.eu/it/case/it/72711) ha avviato un’inchiesta dopo che un denunciante ha chiesto alla Commissione europea di rendere pubblici i messaggi di testo scambiati tra il Presidente della Commissione e i leader mondiali del “Gruppo di Washington”, una chat di gruppo informale basata su messaggi di testo.

Il denunciante ha inoltre chiesto alla Commissione di impedire la cancellazione automatica dei messaggi e ha richiesto un elenco dei documenti identificati, indipendentemente dal fatto che l’accesso agli stessi venga concesso o meno.

Pur avendo confermato che il suo Presidente aveva avuto contatti informali, sia orali che scritti, con Capi di Stato e di Governo di Paesi UE e di Paesi terzi, la Commissione si è rifiutata di concedere l’accesso a tali scambi.

In tal modo, ha invocato un’eccezione prevista dalla legislazione UE in materia di accesso ai documenti per la tutela dell’interesse pubblico in relazione alle relazioni internazionali. La Commissione ha agito senza tuttavia esprimersi sulla legittimità del possesso di tali scambi da parte della Commissione stessa.

Teresa Anjinho ha richiesto un incontro con i rappresentanti della Commissione. Ha inoltre chiesto di poter esaminare documenti e altre informazioni riguardanti la gestione da parte della Commissione della richiesta di accesso presentata dalla ricorrente.

Il “Gruppo di Washington” (Washington Group) è un gruppo informale di chat tra leader europei di alto livello; è una conversazione di messaggistica informale e attiva usata dai leader UE per coordinarsi rapidamente, soprattutto in risposta alle azioni imprevedibili o “selvagge” del presidente USA Donald Trump (ad esempio minacce su tariffe, Groenlandia o altre questioni transatlantiche).

Il gruppo includerebbe figure come Ursula von der Leyen (Presidente della Commissione Europea), Emmanuel Macron (Presidente francese), Friedrich Merz (Cancelliere tedesco), Giorgia Meloni (Premier italiana) e altri leader come Keir Starmer (UK), Alexander Stubb (Finlandia), ecc…

Viene chiamato “Washington Group” probabilmente perché riguarda spesso questioni legate agli USA/Washington o come nome informale per il coordinamento transatlantico.

Un giornalista di Follow the Money ha chiesto l’accesso a quei messaggi. La Commissione ha rifiutato e ora l’Ombudsman sta verificando se questo diniego costituisce cattiva amministrazione o violazione delle regole di trasparenza UE.

La questione è legata ai principi di trasparenza: i cittadini hanno diritto di sapere cosa si discutono i leader su canali informali quando si tratta di affari pubblici.

Il Berliner Zeitung ha contribuito a diffondere ulteriormente la storia originata da fonti come Politico (gennaio 2026) e ripresa da Follow the Money.

Non è impossibile che a far urlare Donald Trump ci sia anche la conoscenza di questo “Washington Group”, perché oggi è del tutto impossibile che qualcosa che viaggia in Internet sia veramente segreto.

Ovviamente, la notizia è stata ripresa anche dall’agenzia russa Tass.

C’è un corollario a questa notizia che vale la pena di valutare.

Ieri, la sempre valida Elena Tempestini, una delle colonne di questo nostro libero giornale, ha scritto della nomina di Bill Pulte al posto della Tulsi Gabbard.

Scriveva ieri Elena Tempestini: “A Washington le nomine non sono mai soltanto nomine. Dietro ogni scelta si nasconde un messaggio politico, un riequilibrio di potere o una precisa strategia. Per questo motivo la questione più interessante non è chi sia Bill Pulte, ma perché sia stato scelto proprio lui per sostituire Tulsi Gabbard alla guida dell’intelligence americana. Pulte non proviene dal mondo della sicurezza nazionale, non è un ex direttore della CIA, non arriva dal Pentagono, non ha guidato operazioni di intelligence né costruito la propria carriera all’interno dell’apparato strategico statunitense. La sua storia è quella di un imprenditore immobiliare, erede della famiglia fondatrice di uno dei più importanti gruppi edilizi americani e, più recentemente, responsabile della Federal Housing Finance Agency. Eppure oggi si trova a coordinare una delle strutture più delicate e potenti degli Stati Uniti. Il Director of National Intelligence non è un semplice funzionario, ma la figura che coordina l’intera comunità di intelligence americana, supervisionando l’attività di diciotto agenzie federali, tra cui CIA, NSA e DIA”.

Credo che la chiave della nomina si chiami fiducia. Chi occupa il posto che è stato della Tulsi Gabbard ha il massimo livello di accesso ai documenti delle agenzie federali. Capita che poi informi il presidente di quanto conosce e di cosa bolle in pentola.

A Trump non serve un esperto in più, ma un amico di fiducia che possa mettere le mani ovunque, conoscere tutti i segreti e consentire a Trump di desecretare documenti, rendendoli pubblici.

Inizia così il vero ballo dell’orso sulla pubblica piazza.

Proviamo a pensare, giusto come aperitivo, al Russiagate e l’Italia, il cui collegamento principale passa per Joseph Mifsud e la Link Campus University.

Il Russiagate (o indagine Crossfire Hurricane) riguarda l’ingerenza russa nelle elezioni presidenziali USA del 2016 e i sospetti di collusione con la campagna di Donald Trump. L’indagine dell’FBI (poi passata al procuratore speciale Robert Mueller) partì anche da un’informazione ricevuta da George Papadopoulos, giovane consigliere di politica estera della campagna Trump.

Nel marzo 2016 Papadopoulos era a Roma per un evento organizzato dalla Link Campus University (università privata legata a ex ministri italiani come Vincenzo Scotti e frequentata da diplomatici, forze dell’ordine e personale dell’intelligence). Lì incontrò il professore maltese Joseph Mifsud, che insegnava o collaborava con l’ateneo.

Pochi giorni dopo (aprile 2016), Mifsud disse a Papadopoulos che i russi avevano “migliaia di email” compromettenti su Hillary Clinton (le email del Partito Democratico poi finite su WikiLeaks). Papadopoulos riferì la cosa ad altri (incluso un diplomatico australiano), e questa informazione contribuì ad avviare l’indagine dell’FBI nel luglio 2016.

Proviamo a pensare a cosa potrebbe esser masso a disposizione del pubblico in rapporto alla presenza cinese in Italia.

Le agenzie di intelligence statunitensi (CIA, NSA, FBI, DIA e altre nel quadro dell’Intelligence Community – IC) hanno una conoscenza molto ampia e dettagliata sugli affari Italia – Cina e sulla presenza cinese in Italia, grazie a una combinazione di capacità tecniche, HUMINT, cooperazione alleata e condivisione multilaterale.

Gli USA hanno seguito da vicino la Belt and Road Initiative (BRI). L’adesione italiana del 2019 (primo G7) fu vista come una frattura nell’unità transatlantica. Monitorano gli investimenti cinesi in porti (es. Trieste, Genova), energia, telecom e tecnologia. L’uscita italiana nel 2023/2024 è stata accolta positivamente come riallineamento con Washington e Bruxelles.

Proviamo a pensare cosa potrebbe uscire da documenti desecretati sull’affare Telecom Serbia.

Le agenzie di intelligence USA (CIA, NSA, FBI, ecc.) possono sapere potenzialmente molto sull’“affare Telecom Serbia” (principalmente il deal del 1997 tra Telecom Italia e Telekom Srbija).

Il cosiddetto “Affare Telecom Serbia” riguarda principalmente la compravendita del 1997: Telecom Italia (allora controllata dallo Stato italiano) acquistò il 29% di Telekom Srbija (l’operatore telefonico statale serbo) per circa 893 milioni di marchi tedeschi (oltre 450 milioni di euro dell’epoca). L’operazione avvenne sotto il regime di Slobodan Milošević, durante e dopo le guerre jugoslave. In seguito Telecom Italia rivendette la quota con una perdita significativa.

In Italia scoppiò uno scandalo politico-giornalistico con accuse di tangenti (a Prodi, Dini e altri), mediate da faccendieri come Igor Marini. Le accuse si rivelarono infondate (documenti falsi, calunnie giudiziarie confermate), la magistratura archiviò e le commissioni parlamentari non portarono a condanne significative.

Negli anni ’90 gli USA monitoravano intensamente i Balcani (guerre in Bosnia, Kosovo). Telekom Srbija era (ed è) il principale operatore di telecomunicazioni serbo: reti fisse, mobili, dati. La NSA poteva intercettare traffico, metadati o comunicazioni legate al deal, inclusi contatti tra dirigenti italiani, serbi e intermediari. Programmi come ECHELON (Five Eyes) erano attivi.

Le agenzie Usa potevano sapere dove passavano i flussi finanziari tra Italia, Serbia e Svizzera.

Gli USA seguivano da vicino Milošević e il suo regime (sanzioni, embargo). Un investimento straniero significativo come quello di Telecom Italia sarebbe stato tracciato per possibili flussi di denaro, corruzione o sostegno al regime.

Vogliamo passare a Zelensky? Cosa sanno le agenzie Usa degli affari di Zelenski?

Le agenzie Usa (CIA, NSA, FBI, ecc.) hanno accesso a una mole significativa di informazioni sui precedenti affari di Zelensky e sul suo entourage, grazie alla collaborazione intelligence con l’Ucraina, al monitoraggio finanziario internazionale e alle indagini su aiuti e corruzione.

Per ora di dominio pubblico ci sono i Pandora Papers (2021): Zelensky e i suoi soci di Kvartal 95 (la sua ex società di produzione) avevano una rete di società offshore nelle Isole Vergini Britanniche, Cipro e Belize, create intorno al 2012. Queste servivano a gestire i proventi del business televisivo (anche con legami a oligarchi come Kolomoisky).

Zelensky trasferì le sue quote a un collaboratore stretto (Serhiy Shefir) poco prima delle elezioni 2019. Due società del gruppo acquistarono proprietà di lusso a Londra. Zelensky ha giustificato queste strutture come protezione da influenze pro-russe e ha dichiarato di averle usate legalmente per il business pre-presidenziale.

Cosa sanno le agenzie di intelligence USA sugli affari di Joe Biden con l’Ucraina?

Cosa sanno le agenzie di intelligence USA sugli affari della baronessa Ursula von der Leyen, sia attuali, sia di quando era ministro della Difesa tedesco?

Potremmo proseguire per ore l’elenco dei: cosa sanno?

Il problema è che se quello che sanno finisce in pasto al pubblico, il ballo dell’orso è in piazza.

L’affare del Gruppo Washington, forse, è solo l’aperitivo.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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