
di Giorgio Cattaneo
Quel ramo del Lago di Como? Affrescato nei “Promessi Sposi” dal massone Alessandro Manzoni secondo una speciale traccia segreta, densa di insospettabili simbolismi: quella lasciata da Giovanni de’ Medici, alias Leonardo da Vinci, quattro secoli prima. Parola di Riccardo Magnani, studioso lecchese e autore del saggio “Ceci n’est pas Leonardo”. Troppo indigesta, la notizia? Niente paura, Magnani è abituato a stupire il pubblico. E sono gli stessi lettori, ormai, a sapere che certe verità possono affiorare grazie al lavoro di veri e propri outsider, deliberatamente ignorati dall’establishment culturale.
Il bocconiano Magnani, per decenni consulente aziendale, nelle contrade dell’amata Lecco è andato letteralmente a sbattere nel fantasma di Leonardo, immenso genio largamente incompreso. Nelle carte della Biblioteca Nazionale di Firenze ha appena scoperto, da una memoria dell’ambasciatore mediceo Benedetto Dei, che Leonardo (in realtà figlio illegittimo di Piero il Gottoso, dunque fratellastro di Lorenzo il Magnifico e Giuliano de’ Medici) era approdato a Milano con due anni di anticipo, rispetto a quanto si pensasse. Poi, andando oltre le carte, secondo Magnani si deduce che l’arrivo di Leonardo in Lombardia risalga ad almeno 17 anni prima della data ufficiale.
Questo spiegherebbe l’onnipresenza del paesaggio lariano in alcune opere fondamentali, in primis la Gioconda: un vero e proprio “autoritratto al femminile” dell’autore stesso, che volle alludere al Rebis, l’individuo elevato che riesce ad armonizzare in sé l’energia solare ascendente (“maschile”) e quella lunare discendente (“femminile”), sposando la dimensione materica e quella eterica. L’altra notizia? Il napoleonico Alessandro Manzoni, iniziato in una loggia parigina, l’aveva capito perfettamente. Non solo: le ambientazioni lacustri del suo famoso romanzo ricalcano, in modo impressionante, gli sfondi delle pitture leonardesche realizzate sulle rive orientali del Lario: in quelle opere, l’artista incarica la natura fisica dei luoghi di rappresentare allegoricamente le leggi dell’universo.
Nel saggio in due volumi “La musica scava il cielo”, Magnani ha ripercorso l’essenza del sapere rinascimentale: il recupero dell’antica conoscenza classica, greco-romana, a sua volta impregnata di sapienza egizia, persiana e indiana. Nessun mistero: al massimo, segreti ben custoditi. Quando a Roma si affermò il potere temporale cristiano, i sapienti dovettero inabissarsi nella clandestinità dell’esoterismo iniziatico per conservare intatta la memoria degli antichi. Si trattava di mettere in salvo le ancestrali concezioni cosmogoniche (fisiche, più che filosofiche) all’improvviso bandite dal nuovo dogmatismo religioso, quello che avrebbe bruciato vivo Giordano Bruno e incarcerato lo stesso Galileo.
A “scavare il cielo”, condizionando la vita sulla Terra, è dunque la ciceroniana Musica delle Sfere, ovvero il compendio vibrazionale prodotto dall’incessante gravitazione dei corpi celesti? Ebbene, sì: ne era pienamente consapevole Leonardo, incaricato di custodire e tramandare (usando codici cifrati) la “scienza” antica, proibita dalla Chiesa e letteralmente cancellata per 1.500 anni. A designare Leonardo come super-depositario (in incognito) di quel sapere divenuto scottante fu il pitagorico bizantino Giorgio Gemisto Pletone, giunto a Firenze per trasferire alla signoria medicea l’intero corpus sapienziale di Bisanzio.
Perché la scelta del predestinato ricadde sull’allora infante Giovanni, noto come Leonardo? Semplice, risponde Magnani: a Gemisto Pletone bastò leggere la carta natale del piccolo. All’esperto, le stelle rivelarono infallibilmente l’avvenire del futuro genio. Sarebbe arrivato ad anticipare di un paio di secoli il Canone Inverso di Bach, affrescando la volta di Palazzo Besta, a Teglio, in Valtellina. Il volo d’uccelli che vi è raffigurato – spiega Magnani – riproduce in modo minuzioso le note che poi avrebbero contraddistinto i famosi spartiti del grande compositore settecentesco. Problema: la paternità leonardesca di quell’affresco non è affatto riconosciuta. Del resto, secondo lo stesso Piero Angela, quelli di Leonardo non erano che insignificanti paesaggi di fantasia. Divertente, no?
L’ultima fatica libraria di Magnani, “Leonardo da Vinci e Alessandro Manzoni” (sottotitolo, “Cronaca irriverente di un viaggio ingombrante su ‘quel ramo del Lago di Como’, tra mogli gioconde e promesse spose”) è addirittura vertiginosa nell’individuare qualcosa di inimmaginabile: l’assoluta fedeltà di Manzoni, cattolico solo in apparenza, al vero lascito sapienziale che Leonardo affidò ai dipinti che riproducono con impressionante precisione la geografia del Lario, a partire dalla conca di Lecco. La forma stessa di quel lago, che ricorda una precisa lettera dell’alfabeto, può suggerire la motivazione altamente simbolica della scelta di Leonardo.
Quello che finora era sfuggito a tutti è che lo stesso Manzoni, autore sottilmente esoterico, a partire dalla dualità incarnata da Renzo e Lucia ha voluto alludere proprio al Rebis. Fantasticherie? No, tutt’altro: lo dimostra la deliberata intenzione di ripercorrere, nei “Promessi Sposi”, l’intera mappa contenuta nella geografia lariana segnalata da Leonardo. Il libro di Magnani riserva al lettore una sorpresa dopo l’altra. Procede per riscontri oggettivi, dati, prove certe. Lo studioso ricorre anche al pensiero analogico, ma non trascura di fornire evidenze incontrovertibili.
Risultato? Un libro destinato a cambiare per sempre la comune percezione di Leonardo. E soprattutto quella di Manzoni, altro artista completamente frainteso. «Vi confesso che ritrovarmi nel ruolo dell’officiante del matrimonio di due giganti del nostro passato storico un pochino mi emoziona», ammette Riccardo Magnani. «Dall’altro lato, però, questa cosa mi infonde una profonda amarezza, dettata dal fatto che nessuno ci sia arrivato prima di me. Se non altro perché, se così fosse stato, ci saremmo risparmiati decenni, se non secoli, di manipolazioni culturali».
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