
di Paolo Zanotto
Lucio Corsi a Sanremo: voleva essere un duro, ma ha fatto vincere la fragilità
Sanremo, si sa, è sempre un caleidoscopio di suoni e narrazioni, un palcoscenico che illumina, celebra e a volte tradisce. È un rito collettivo, una liturgia nazionalpopolare che si ripete con regolarità millimetrica e che, nel suo oscillare fra spettacolo e competizione, sa ancora riservare qualche inattesa epifania. In questa edizione del Festival, tra lustrini e prevedibili ovazioni, è emerso un nome che, più di ogni altro, ha incarnato l’essenza autentica della musica d’autore: Lucio Corsi. Secondo classificato, ma vincitore morale della competizione, il cantautore toscano ha portato all’Ariston una ballata che profuma di tempi andati e, al contempo, di sorprendente attualità.
Avendo vissuto Sanremo direttamente sul posto, respirandone le vibrazioni nelle piazze, nei locali, tra la folla che ogni anno si accalca nei dintorni del teatro, anche senza varcare le soglie dell’Ariston, era evidente che il vero cuore musicale di questa edizione batteva al ritmo di Volevo essere un duro, la ballata in cui Corsi racconta, con delicatezza e ironia, la distanza fra il desiderio di essere altro e l’accettazione della propria fragilità. Un brano che sfida i canoni della musica festivaliera con un linguaggio evocativo e una costruzione melodica che richiama i grandi nomi del passato, pur senza mai risultare derivativa.
Corsi ha dimostrato che si può essere fragili e magnetici allo stesso tempo, che si può raccontare la realtà senza cedere alle semplificazioni, che il mestiere del cantautore è ancora fatto di parole scelte con cura e di melodie che lasciano il segno. È lui il vero trionfatore, colui che ha restituito al Festival quella dimensione artigianale che sembra ormai perdersi nelle logiche sempre più industrializzate dell’intrattenimento musicale.
Corsi non viene dal solito vivaio dei talent show, non è un prodotto costruito in laboratorio per scalare le classifiche. Il suo percorso è quello della gavetta autentica, fatto di piccoli palchi, di sperimentazioni, di un’estetica personale sviluppata con ostinazione. Lontano dai riflettori del mainstream, imponendosi come un autore fuori dagli schemi, capace di fondere folk, rock e cantautorato con un’estetica visionaria e teatrale.
Le sue radici affondano in un’epoca musicale in cui l’originalità era un valore imprescindibile. Lo dimostrano le influenze che porta con sé: il glam rock di David Bowie e Marc Bolan, la chitarra narrativa di Ivan Graziani, l’imprevedibilità melodica di Lucio Battisti, la poesia di Lucio Dalla. Eppure Corsi non è un epigono, ma un cantautore nel senso più nobile del termine, capace di prendere ispirazione dal passato per costruire qualcosa di nuovo, di autentico.
Volevo essere un duro ha brillato per il suo gioco di contrasti tra forza e vulnerabilità: un brano che si è distinto dal resto per profondità e sensibilità, in un panorama musicale troppo spesso prigioniero di formule preconfezionate. A Sanremo, finalmente, si è esibito un cantautore autentico, lontano dalle logiche dell’industria discografica, erede di uno spirito d’altri tempi. A chi potrebbe maliziosamente insinuare che il nostro giudizio sia viziato dalla comune appartenenza geografica, rispondiamo che la musica non si giudica per simpatia, ma per la capacità di lasciare un segno… e Lucio Corsi, con la sua arte raffinata e fuori dagli schemi, a nostro modesto giudizio ha semplicemente incarnato il più vero fra i concorrenti, il più vicino all’idea che ancora vogliamo difendere della canzone d’autore.





