
di Fabio Marco Fabbri
Gli avvenimenti bellici, come tutte le dinamiche sociologiche, seguono “percorsi” ben studiati e conosciuti; uno di questi parametri di analisi fa riferimento alla durata del conflitto, dato che ingloba una serie di “elementi” dai quali scaturiscono sviluppi abbastanza prevedibili. Tale analisi va ovviamente interpretata con “modalità relativistiche” collocandola nel contesto geopolitico di riferimento.
L’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 da parte della Russia, nazione che nell’immaginario collettivo ha uno degli eserciti più potenti del Pianeta, dotata di un arsenale nucleare enorme -intorno alle settemila bombe atomiche-, sta presentando un logoramento continuo della “credibilità militare” che in questi giorni ha toccato un livello di notevole criticità, a mio avviso sottovalutato dalla “comunicazione di massa”, anche come portata geostrategica. L’impari potenza offensiva dell’esercito di Mosca ostentata fino da prima dell’inizio dell’aggressione, avrebbe prodotto effetti immediati e chiari sull’invasore se si fosse conclusa, come era obbiettivo di Vladimir Putin, in breve tempo. Possiamo ricordare la velocissima invasione e occupazione russa della Crimea nel 2014, ma anche la precedente invasione della Georgia e l’occupazione dell’Ossezia del Sud nel 2008, una battaglia durata cinque giorni, che ha portato la piccola repubblica filorussa, autoproclamatasi indipendente, sotto il mantello di Mosca. Formalmente la Russia invase il territorio georgiano per difendere questa regione filorussa, similmente all’invasione del Donbass, in Ucraina, effettuata per sostenere i separatisti filo-russi. Come anche l’occupazione della Crimea, secondo Putin impropriamente concessa da Nikita Krusciov nel 1954 all’Ucraina in commemorazione dei trecento anni dal trattato di Perejaslav stipulato nel marzo 1654 tra i cosacchi di Bohdan Chmel’nyc’kij e lo zar Alessio I.
In pratica due occupazioni riuscite per vari motivi, ma soprattutto il fattore “velocità” ha sostenuto in modo determinate le operazioni militari e quindi il successo.
Ma ora dopo quasi due anni e mezzo di guerra dove l’escalation ha assunto l’orizzontalità manifestata dal coinvolgimento di altre nazioni più o meno palesemente schierate, ha portato ad un allungamento del conflitto, con tendenze statiche, che è sfociato ovviamente nell’invasione del territorio russo da parte del composito esercito ucraino.
Così Putin si trova adesso a dover affrontare una criticità militare forse non calcolata, come quella della marcia del capo dei mercenari Wagner, Eugenie Prigozhin verso Mosca nel giugno del 2023, intanto che il popolo russo sta gradualmente prendendo coraggio manifestando critiche per una “questione” dai margini sempre meno definiti. Così il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha dichiarato che l’invasione della Russia, iniziata il 6 agosto, ha portato l’esercito ucraino ad assumere il pieno controllo della città di Sudzha nella regione russa di Kursk. Oleksandr Syrskii, comandante militare ucraino ha affermato che i militari ucraini (la maggior parte non di nazionalità ucraina), dall’inizio dell’incursione sono penetrati per circa quaranta chilometri nella regione russa di Kursk. L’esercito ucraino ha ora il controllo di quasi milleduecento chilometri quadrati del territorio russo e di oltre ottanta insediamenti.
Quindi tra deboli smentite da parte russa e ordinanze di evacuazione, i sempre meno convinti combattenti russi reclutati nei modi più disparati e fantasiosi possibili, dovranno confrontarsi su una linea del fronte che li vede combattere con avversari esaltatati dal successo dello sconfinamento, dal “concetto di bottino”, e in una situazione di attacco, fattori assenti fino ad ora in una guerra combattuta con modalità difensive o di riconquista. Inoltre il capo del Sbu, Servizio di sicurezza ucraino, Vasyl Maliuk, ha affermato che nella regione di Kursk le forze speciali ucraine hanno catturato un centinaio, di soldati russi. È noto e visibile dalle immagini dell’area, che l’invasione della Russia da parte dell’Ucraina è stato supportato anche dal contributo strategico del Regno Unito, in quanto è stato riferito dai media britannici che carri armati inglesi Challenger 2 forniti all’esercito di Kiev, sono stati utilizzati nell’incursione ucraina a Kursk; anche se, ufficialmente, nelle operazioni sul territorio russo, il ministero della Difesa del Regno Unito ha posto delle restrizioni sull’uso dei missili a lungo raggio Storm Shadow; ma è noto che azioni militari del genere non prevedono molti “risparmi”.
Ma quale potrà essere la reazione di Putin alla prima incursione militare di terra in Russia dal 1945? La risposta potrebbe essere l’ex guardia del corpo di Putin, Alexeï Dioumin, 52 anni, che sembra candidato per dirigere le operazioni su Kursk contro l’esercito ucraino. Dioumin è un prodotto dei servizi segreti, noto per la sua gelida efficienza e la sua granitica lealtà al Cremlino, o meglio a Putin. Dioumin è membro della “consorteria” dei siloviki, che rappresentano forze di sicurezza con individuale peculiarità sull’uso della forza e che hanno preso il potere a Mosca durante i ventiquattro anni del regime di Vladimir Putin. Inoltre Dioumin è noto per avere avuto una delle carriere “statali” più stupefacenti degli ultimi dieci anni.
Comunque la sua nomina non è stata ancora ufficializzata. Ma il suo nome circola probabilmente per rassicurare Putin di fronte alla manifesta sfiducia per le capacità dell’alto comando militare; in particolare dopo i cocenti fallimenti dell’esercito nelle zone di confine della Russia.
Ma Alexeï Dioumin avrà la stessa sorte del capo ceceno Ramzan Kadyrov, anche lui insignito velocemente di una delle cariche più alte dell’esercito russo, sul quale il presidente puntava come pedina risolutrice del conflitto con l’Ucraina, ma in pratica scomparso tra le fila dei fallimenti militari?
La risposta sarà sicuramente a breve tempo; tuttavia l’invasione della Russia da parte ucraina ha stracciato una “linea rossa”, quella del confine russo, che potrebbe non essere l’unica.
Confini così fragili che sono stati attraversati anche da giornalisti italiani che sono “entrati in Russia senza chiedere il permesso”, suscitando le ire di Mosca.





