Home Opinioni RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, COMUNQUE E’ POLEMICA

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, COMUNQUE E’ POLEMICA

0

di Gianvito Caldararo

L’esperienza dimostra che tutte le volte che si è cercato di affrontare i temi della giustizia, sono state avviate intense polemiche. Riformare la giustizia in Italia è diventato un compito molto difficile. E quando qualche riforma riesce a superare i tanti ostacoli e approda in Gazzetta ufficiale per entrare in vigore, ecco che viene avviata una sistematica azione di vero e proprio sabotaggio. Il caso più clamoroso è quanto avvenuto con la riforma del processo penale del 1988, nota come “Riforma Vassalli”, con la quale si voleva porre sullo stesso piano l’accusa e la difesa.

Con tale riforma si sperava che la cultura che aveva generato e sostenuto il rito “inquisitorio” di stampo autoritario fosse definitivamente abbandonata. Si riteneva che in materia di giustizia fosse giunto il tempo nel quale trovare posto quegli ideali liberali e democratici, ritenendo superato e dannoso il modello che affidava l’accertamento della verità processuale al Pubblico Ministero (PM) o, nella migliore delle ipotesi, al giudice istruttore. Con la riforma la formazione della prova doveva avvenire nel contraddittorio tra difesa e accusa, elevando il contraddittorio come “metodo scientifico più affidabile per evitare errori e rendere giustizia”.

Le diverse sentenze della Corte costituzionale e la sistematica azione dell’ANM ( Associazione Nazionale Magistrati ), che denunciava “rischi catastrofici, quanto inesistenti, circa la impossibilità di celebrare alcuni processi, in particolare quelli della criminalità organizzata, pericolo, poi, smentito dai fatti, si giunse a tenere in piedi un processo misto, cioè non più inquisitorio e ne accusatorio.

Lo stesso clima di polemiche avanza con la presentazione della “riforma Nordio”, cioè con la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente. Una riforma che il Guardasigilli Nordio definisce “epocale, giusta, necessaria e storica”  e contro la quale abbiamo già assistito alla famosa carica dei 500 PM contro la riforma, con la partecipazione anche di quelli andati da anni in pensione.

Il ministro Nordio, dedica la riforma a Giuliano Vassalli e a Giovanni Falcone. Il primo “eroe della resistenza”, che aveva voluto il codice accusatorio al quale si ispira la riforma costituzionale, e il secondo sostenitore della separazione delle carriere. E qui sono sorti coloro che smentiscono che Falcone era a favore della separazione delle carriere, nel mentre si dichiarava favorevole “ad una maggiore specializzazione dei Pm, senza mai accennare alla divisione tra giudicanti e requirenti”.

Secondo la giudice Cecilia Carreri, autrice di un poderoso volume dal titolo “Fermate la Giustizia” – edizioni Mursia – sostiene che “il giudice Giovanni Falcone ipotizzò che, con il nuovo codice, il PM assumendo la coordinazione delle indagini assieme alle forze dell’ordine, sarebbe diventato un “non giudice”, una sorta di ” avvocato della polizia”, spianando così la strada  alla separazione delle carriere alla quale era contrario. Giovanni Falcone era convinto che il PM dovesse avere una competenza specifica e peculiare al ruolo dell’accusa e lamentava che, invece, con la riforma del 1988 (Riforma Vassalli) i pubblici ministeri potessero delegare in toto le indagini alla PG (Polizia Giudiziaria), diventando una sorta di avvocati come nei Paesi anglosassoni.

Falcone voleva evitare che ciò accadesse, voleva un PM capace e impegnato veramente nella direzione della PG per accertare la verità e non per sposare passivamente le indagini delle forze dell’ordine. Lo stesso Giovanni Falcone, sempre secondo la giudice Carreri, “lamentava l’assenza di coordinamento e di controlli sulla responsabilità dei singoli sostituti. Tutto il contrario, insomma, di quello che è sotteso alla separazione delle carriere”. In realtà, Giovanni Falcone aveva l’impostazione professionale e culturale del giudice istruttore : era cresciuto negli anni del codice Rocco, quando il fulcro delle indagini era la “istruttoria formale”, quella seria, quella approfondita, non quella “sommaria” svolta dai pubblici ministeri.

Il fronte delle toghe si prepara a dare battaglia contro la “Riforma Nordio”. Infatti, la Giunta esecutiva centrale dell’ANM, in una nota dichiara “che la logica di fondo del disegno di legge si rintraccia in una volontà punitiva nei confronti della magistratura ordinaria. È una riforma che non incide sugli effettivi bisogni della giustizia, ma che esprime la chiara intenzione di attuare un controllo sulla magistratura da parte della politica”. Il segretario della corrente di Area democratica per la giustizia, Giovanni Zaccaro, rilancia affermando: “Ai cittadini serve una giustizia che funzioni bene, devono invece avere paura di questa riforma che mira ad avere giudici delegittimati ed impauriti”.

Alle accuse risponde in persona Giorgia Meloni, con la seguente dichiarazione: “Di che cosa dovrei vendicarmi con i magistrati? Non considero i magistrati nemici”. Il presidente dell’ANM Giuseppe Santalucia, però resta gelido “Sciopero? Non lo so, siamo in una fase di studio. Decideremo”. Sabato 15 giugno, in via straordinaria, si riunirà il comitato direttivo centrale del sindacato delle toghe. E il clima è già quello dei giorni cupi. Il governo dovrà affrontare per una giustizia efficiente, i tanti disservizi, le inefficienze e le ingiustizie quotidiane. Così come i magistrati devono impegnarsi ad evitare quei provvedimenti che la Carreri, qualifica come “viziati da faziosità interne, da personalismi, da ritorsioni e vendette”.

Era angosciante, scrive la Carreri nel suo libro, “vedere da dietro le quinte come nascevano certi provvedimenti e certe decisioni, condizionate da amicizie, inimicizie, faziosità. Dietro i provvedimenti più delicati c’erano discorsi, commenti, battute. La conflittualità sempre presente nei Tribunali, com’è dimostrato dal carico di lavoro della giustizia disciplinare del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), diventa mala giustizia, una giustizia deviata, un danno per la collettività”. La giustizia deve appropriarsi delle sue virtù se vuole realizzare una ” giustizia giusta ” e riconquistare la perduta ampia fiducia di un tempo.

La giudice Carreri, arriva a scrivere: “L’inettitudine di tanta cattiva giustizia mi ha trascinato, con il passare degli anni, in uno stato di profondo disincanto, di inarrestabile disaffezione; in certi momenti ho nascosto la mia professione, mi vergognavo, evitavo di dire che facevo il giudice”. Il libro è interessante perchè è un viaggio appassionato che si snoda attraverso i rapporti conflittuali tra magistratura ve politica fino agli scandali più recenti della giustizia, ma anche tra disservizi, inefficienze e ingiustizia quotidiane che colpiscono il cittadino, gli stessi magistrati e le istituzioni”. La toga, per chi è stato magistrato davvero, non è sulle spalle, è nell’anima (di Oscar Luigi Scalfaro ). Il racconto della Carreri, inizia con il cuore carico di dolore, ma che possa servire di monito per le generazioni future ed evitare il dramma sociale della giustizia.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui