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Ma quanti conflitti in corso ci sono?

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Sessantasette guerre valgono una riflessione

Ho preparato, con una certa difficoltà nell’incrociare opportunamente le FONTI (tutto maiuscolo perché sono importanti) le due tabelle allegate con i 67 conflitti in corso.
Valgono una riflessione, rispetto a ciò che viene portato alla nostra attenzione di lettori/spettatori, di un mondo più impazzito di una maionese fatta con le uova gelate.

Ognuno può trarre le conclusioni che crede rispetto ai questa mole di dati che fotografano la realtà. Vi propongo mie riflessioni, tra le tante possibili, dopo aver pesato i parametri che raccontano i conflitti in essere con il loro carico storico di vittime, incrociando aggrediti e aggressori.

Gli USA sono presenti come alleati o parte attiva in 27 dei 67 conflitti, Russia in 15, Francia in 11. Ma la distribuzione dei ruoli cambia radicalmente: Washington compare come alleato dell’aggredito in 27 casi su 27, con un solo episodio offensivo (Op. Epic Fury, feb-apr 2026, con cessate il fuoco – si spera – imminente).

Mosca compare invece come alleato dell’aggressore in 14 dei 15 conflitti in cui è presente. Qui il parametro non è ideologico ma aritmetico.

L’Africa muore in silenzio

La Repubblica Democratica del Congo registra il conflitto più letale del pianeta: 6,5 milioni di morti dal 1996, di cui il 92% civili. Eppure il nome “M23” (Movimento del 23 marzo, conosciuto come M23, è un’organizzazione paramilitare della Repubblica Democratica del Congo) compare raramente nei telegiornali europei, e il nome “Rwanda” quasi mai accanto alla parola “aggressore”.

Somalia, Sudan, Nigeria, Etiopia: le prime dieci posizioni della classifica per vittime totali sono dominate dall’Africa subsahariana, con stime aggregate superiori a dieci milioni di morti. Il bias geografico dell’attenzione mediatica occidentale non è un’opinione: è misurabile.

L’ONU non ferma le guerre: le presidia

Dodici missioni di Peacekeeping attive, alcune da decenni: UNIFIL in Libano dal 1978, UNMOGIP in Kashmir dal 1949, UNFICYP a Cipro dal 1964. In tutti questi teatri i conflitti non si sono conclusi: si sono congelati, a volte riscaldati, sempre perpetuati.

La presenza ONU ha spesso svolto una funzione di legittimazione dell’impasse piuttosto che di risoluzione. È l’amara constatazione che il Peacekeeping, senza enforcement, diventa gestione permanente di una guerra in pausa.

L’80% delle vittime sono civili

Su 13,6 milioni di morti stimati nei 67 conflitti censiti, oltre 10,8 milioni erano non combattenti. Il dato non è una rarità statistica: è la norma strutturale della guerra moderna. Brasile (96%), Messico (95%), RDC (92%), Hamas-Israele (83%). La distinzione tra “guerra” e “massacro di popolazione” si assottiglia fino a scomparire.

I conflitti più antichi sono anche i più dimenticati

Kashmir: 79 anni. Myanmar: 78 anni. Colombia: 62 anni. Nagaland: 72 anni. Cipro: 63 anni. Undici conflitti attivi superano i cinquant’anni di durata. Per tutti questi esiste una missione ONU, un processo di pace fallito, una risoluzione del Consiglio di Sicurezza disattesa.

La cronicità non è fatalità ma il prodotto di interessi geopolitici che trovano più conveniente gestire il conflitto che risolverlo. Il Peacekeeping ONU è presente in 12 dei 67 scenari censiti: una copertura del 18%. Una efficacia tendente allo zero.

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