
Dovendo fare i conti con la volontà ormai chiaramente espressa e più volte ribadita dall’Amministrazione Usa di mettere fine al conflitto ucraino, la catena politica e mediatica dei neocon ha messo in atto una manfrina isterica che raggiunge punte parossistiche.
Una delle invenzioni più ridicole è che Trump sarebbe un presidente peggiore di quel Gerald Ford che si ritirò da Saigon. La caduta di Saigon avvenne il 30 aprile 1975, ponendo fine alla guerra e portando alla riunificazione del Vietnam sotto un governo comunista. Oggi il Vietnam è un alleato Usa.
La verità, dimostrata dalla riunione di ieri a Ginevra, è che Trump ha costretto i neocon ad uscire allo scoperto e a dire su cosa sono d’accordo e su cosa non sono d’accordo in relazione ad un piano di pace, mentre non fanno altro che giocare al rialzo con la guerra.
Lo fanno con le chiacchiere dell’Unione Europea, che promette soldi e armi che non ha, ingannando Kiev con la complicità del cerchio magico di Zelensky il quale, con qualsiasi piano di pace, deve levare le tende e forse deve anche attendersi di peggio.
Lo fanno terrorizzando gli europei, che ormai hanno capito e non si fanno prendere per i fondelli.
Lo fanno continuando a suonare il piffero con il ritornello che l’Ucraina è lo scudo contro l’invasione russa in Europa, affermando, contro ogni logica, che Mosca invaderà stati europei tra tre, cinque, dieci anni, nel 2030, no, nel 2035. E se fosse domani? Dopo domani?
Un generale francese che ha la stessa caratura del suo presidente, ossia la tendenza alle sbruffonate, dice che dobbiamo abituarci a vedere tornare i nostri figli nelle bare. Nel frattempo la Francia è stata cacciata dal Sahel e non riesce a varare un governo capace di fare il bilancio dello Stato.
La cialtronaggine francese ha raggiunto livelli da circo equestre di periferia: ballano le scimmie, saltano i pagliacci, l’unico trapezista è ormai senza rete e pronto al tonfo finale.
Che dire dei “volonterosi”. Stendiamo un velo pietoso. Non perdiamo tempo.
Nel Bel Paese si esercitano i “calendari”, ossia le truppe di Calenda. I calendari sono tutti in fila a farsi tatuare il logo ucraino per dire che saranno con Kiev fino alla morte (di Kiev, ovviamente).
L’armata dei “calendari” è alla ricerca di un posto al sole (anche alla luna) purché sia un posto.
Il Pd è alla frutta, diviso al proprio interno e se rimane Elly Schlein è destinato a manifestare in piazza al comando di Landini o a ballare sui carri dei gay pride.
Conseguentemente, con una fantasia che è davvero sorprendente, c’è chi si inventa il centro ed ecco che tutti corrono al centro. Ci prova Ruffini, sostenuto dai quirinalisti, che non sono il Presidente della Repubblica e se parlano possono essere serenamente ripresi, salvo che il vilipendio non sia esteso a tutti i consulenti del Colle che fu di Quirino.
I “calendari” sono in corsa e devono esternare, distinguendosi contro il tradimento di Trump, l’esecrazione di Putin, l’assoluta fedeltà a Kiev.
Rimane il fatto che le loro teorie, che vorrebbero un patto Putin-Trump scritto in russo e tradotto in pessimo inglese (alla Casa Bianca sono tutti bru bru e non hanno traduttori), superano il ridicolo, ma che possiamo fare? I calendari, di solito, rimangono appesi per un anno, poi si cambiano. Lasciamoli dove sono.
Fa specie vedere che l’isteria neocon colpisce anche persone di lunga esperienza.
Poiché è necessario aderire alla nuova ideona dello Schengen militare, che consente le corse dei carri armati in lungo e in largo per l’Europa di Ursula, Antonio Tajani è scivolato sulla classica banana.
“Credo – ha detto il nostro ministro degli Esteri – che il ponte (quello di Messina, ndr) rappresenti, quando ci sarà, un punto importante nel trasporto e quindi anche per l’evacuazione o per garantire la sicurezza in caso di un attacco da sud, esiste anche il fronte sud, il fianco sud della Nato, quindi bisogna guardare tutto a 360 gradi”.
Che genialata. Il fronte sud. Non ci eravamo accorti che la Libia potrebbe invaderci, rendendoci il favore che facemmo nel 1911. Allora i nostri cantavano:
“Tripoli, bel suol d’amore,
ti giunga dolce questa mia canzon!
Sventoli il tricolore
sulle tue torri al rombo del cannon!
Naviga, o corazzata:
benigno è il vento e dolce la stagion.
Tripoli, terra incantata,
sarai italiana al rombo del cannon!
A te, marinaro,
sia l’onda sentier.
Sia guida Fortuna per te, bersaglier.
Và e spera, soldato,
vittoria è colà,
hai teco l’Italia che gridati: “Và!”
E se non fosse Tripoli e nemmeno Bengasi, ma il Mali? Vatti a fidare del Mali. Il Mali è amico del Burkina Faso.
“Te la faso mi l’invasion da sud”.
Codice Nato.
Tajani, ci faccia un favore. Dia un tajo all’isteria bellica. Non imiti la Kaja Kallas. Di rapper ne abbiamo abbastanza.
Come al solito fa bella figura Giorgia Meloni, la quale ha capito che Donald Trump con il piano ha gettato il sasso in piccionaia, costringendo i piccioni a fare i conti con il fatto che è arrivato il momento di trattare.
Giorgia Meloni dice che è necessario prendere atto del piano e collaborare con Usa e Kiev, nonché con l’Unione Europea, per migliorarlo.
Guarda caso a Ginevra è quel che si sta facendo.
Putin ha detto che il piano è una base di discussione.
I parolai neocon, i loro servi sciocchi, ancora una volta sono rimasti con il naso in aria.
Non c’è Saigon. C’è la sconfitta neocon. Fa anche rima.





