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IL PADRONE IN REDAZIONE

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di Bruno Chiavazzo

E’ il titolo del libro che Giorgio Bocca scrisse nel 1989. Un’era geologica è passata da allora per quello che riguarda l’informazione e la comunicazione. Non c’erano i social, i telefonini, l’intelligenza artificiale non era neanche nei sogni degli scrittori di fantascienza. La faceva da padrone la carta stampata che dettava la linea anche ai telegiornali di stato.

Ma chi comandava e decideva cosa pubblicare e cosa no era, allora come oggi, la proprietà del giornale che anche 35 anni fa apparteneva alla “razza padrona” come la chiamava Eugenio Scalfari prima che vendesse a De Benedetti la sua “creatura” Repubblica.

Gli Agnelli allora come oggi possedevano “La Stampa” di Torino ma influenzavano con partecipazioni finanziarie incrociate tutto quello che veniva edito in Italia.

Berlusconi era ancora da venire con le sue televisioni che avrebbero modificato radicalmente il potere dell’informazione in questo disgraziato Paese. I padroni dei giornali decidevano i tempi e la politica ballava al loro ritmo.

Un’aneddoto sui rapporti tra stampa e potere lo ha raccontato il giornalista Remo Urbini su “Epoca” di qualche anno fa: il capufficio stampa di una grande azienda telefona al direttore di un giornale dicendogli che era a conoscenza di un articolo in uscita sul suo quotidiano che riguardava i rapporti tra l’amministratore delegato dell’azienda e l’amante numero due del mega dirigente che non si faceva mancare nulla, con tanto di foto.

Il direttore imbarazzato comunica che se l’avesse saputo prima poteva anche impedire la pubblicazione, ma il giornale era già in stampa. A quel punto il solerte capufficio stampa, senza fare un plissè, dice: “Ho capito. Va bene, quanto costa comprare l’intera tiratura del suo giornale?”. Per la cronaca il pezzo in questione non uscì né allora né mai.

Lo stesso è successo in questi giorni a Repubblica, dove il direttore Maurizio Molinari, ha mandato al macero centomila copie dell’inserto Affari e Finanza che conteneva un articolo sfuggito al controllo della catena di comando che criticava blandamente la presenza massiccia dei francesi in Stellantis.

Molinari non ha neanche aspettato la telefonata di John Ellkan, ha attaccato il ciuccio dove voleva il padrone. Evidentemente dove attaccare il “ciuccio” Repubblica, Molinari lo sapeva a prescindere.

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  • Redazione

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