Dopo il fortunato periodo dell’immediato dopoguerra, le quattro decadi della Guerra Fredda hanno fatto credere che i principi democratici fossero ormai consolidati nei Paesi occidentali. Questa illusione è stata seguita da una decade di allucinazioni che addirittura pensavano di “democraticizzare” il mondo intero, perché, in fondo, tutti desideravano essere democratici come lo siamo noi. Per questo scopo, abbandonando i più sostanziali e profondi programmi di sviluppo economico, sociale e politico, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno deciso di finanziare vasti programmi di democraticizzazione incentrati sull’osservazione della legittimità dei processi elettorali, sulla promozione e il sostegno delle entità della società civile, sulla decentralizzazione del potere degli Stati, e sulla promozione dei diritti civili, soprattutto il “gender” e le diversità identitarie individuali (“LGBTQ+”).
Tradotto in pratica, la democrazia è stata sostituita dalla democraticizzazione. La democrazia è stata ridotta all’osservazione del corretto esercizio formale della libertà di voto (senza alcun intervento a livello strutturale delle società e delle élite economico-sociali in ciascun Paese), al rafforzamento delle attribuzioni di responsabilità a livello subnazionale (senza autonomie concrete e corrispondenti poteri o entrate fiscali), e all’esaltazione di diritti individuali (spesso in aperto contrasto con la tradizione culturale e comunitaria).
Il risultato netto, dopo tre decadi di queste pratiche, è l’ampia delusione per la democrazia sia nei ricchi Paesi occidentali sia nel resto del mondo. Nei paesi ricchi il tasso di partecipazione alle elezioni è in costante calo da decenni con la coscienza che non c’è alternativa al sistema di potere in atto (la famosa TINA della signora Thatcher). Quando l’elettorato si esprime predilige, ormai, i populismi di sinistra, di destra, e nazionalisti. Nel resto del mondo l’esercizio del voto è usato dalle élite per legittimare il loro potere di fatto, una sorta di feudalesimo democratico. Ciò che resta è una destrutturazione degli Stati e delle comunità sociali – con entità subnazionali e società civile che esistono finché sono sovvenzionate dai rispettivi governi o da ricchi filantropi e magnati anche stranieri – e una diffusa ribellione basata su percezioni e rivendicazioni identitarie individuali. Un quadro che ha poco a che fare con la democrazia e che, infatti, favorisce le élite che occupano l’establishment e le oligarchie di potere pubbliche e private.
È in questa situazione che si sono svolte le elezioni europee e si svolgeranno quelle americane. Il titolo di questo articolo è “i sistemi democratici si sono incartati”. Vediamo perché.
Iniziamo da un elemento comune tra le elezioni europee e quelle americane nonostante i sistemi elettorali siano completamente diversi.
Per l’UE è un sistema proporzionale puro su base nazionale che elegge membri del Parlamento europeo i cui poteri sono piuttosto limitati; per gli USA l’elezione presidenziale non coincide con quella del Congresso e segue un sistema maggioritario a livello dei 48 Stati che esprimono i “grandi elettori” che poi effettivamente votano per il presidente. Nonostante queste marcate differenze, la similitudine risiede nel modello oligarchico per la selezione e l’elezione dei poteri centrali.
Nel caso dell’UE i cittadini votano solo per i rappresentanti nel Parlamento europeo. I vertici di tutte le altre istituzioni (Consiglio e Commissione) non sono elette direttamente dai cittadini. Il Consiglio europeo è composto dai rappresentanti dei governi nazionali (Capi di Stato e di governo, oppure ministri). La Commissione è composta da un presidente indicato dal Consiglio e confermato a maggioranza semplice dal Parlamento europeo (361 voti su 720). Il voto di conferma del Parlamento europeo riguarda il presidente della Commissione, ogni singolo Commissario, e la Commissione nel suo insieme.
Negli USA il sistema di selezione dei candidati alla presidenza è piuttosto complicato. Le regole seguite da ciascun partito sono diverse le une dalle altre e diverse in ciascun Stato. Semplificando molto, i partiti svolgono le elezioni “primarie” in tutti gli Stati (sono elezioni nelle quali contano molto gli “sponsor”, cioè i finanziatori, e il partito del presidente in carica non segue lo stesso sistema per selezionare il candidato ma convoca una “Conferenza” circa tre mesi prima del d-day) da cui si identificano i due candidati alla presidenza. I cittadini votano in ciascuno Stato per i due candidati e allo stesso tempo per i “grandi elettori” che poi si riuniranno per eleggere effettivamente il presidente.
La similitudine tra le elezioni presidenziali americane e le elezioni europee sta nel “passaggio oligarchico” che decide effettivamente chi è il “capo” che ha vinto.
Nel sistema europeo è il Consiglio a porte chiuse riunito in comitato ristretto (cioè non tutti i rappresentanti dei governi nazionali) che esprime il proprio presidente e il capo della diplomazia e della sicurezza europea che è anche vicepresidente della Commissione. Per la nomina è sufficiente la maggioranza qualificata dei 27, ma il capo della diplomazia deve essere gradito al candidato a presidente della Commissione. Sempre il Consiglio nel formato di comitato ristretto “indica” il presidente della Commissione che è soggetto al passaggio di “convalida” (elezione) del Parlamento europeo, e nomina i Commissari “previa approvazione del Parlamento”.
Questo è il risultato del pasticciato Trattato di Lisbona (2007) che non fissa regole precise ad esempio per la selezione dei vertici delle istituzioni europee. Tuttavia, i trattati istitutivi dell’Unione europea sostengono nel loro insieme il principio secondo cui le procedure elettorali e i processi di selezione dei dirigenti delle principali istituzioni dell’UE devono svolgersi in modo trasparente e democratico. Vige la regola un paese un voto e le maggioranze sono fissate in modo diverso secondo i casi e in alcuni è necessaria l’unanimità. Ma, come abbiamo potuto osservare, l’unanimità non è richiesta per la selezione del candidato a presidente della Commissione per il quale invece è sufficiente la maggioranza qualificata dei 27.
Mentre Biden si è incartato da solo nel dibattito con Trump aprendo un grande punto d’interrogazione sulla direzione politica USA, il 18 luglio il Parlamento europeo dovrebbe calendarizzare il voto sulla candidata Ursula vdL alla guida della Commissione come indicato dal Consiglio europeo. Metsola (PPE) presidente del Parlamento ha subito avvertito che se non ci saranno indicazioni di una solida maggioranza il voto slitterà a data da destinarsi dopo l’estate. Meloni ha dichiarato che il Consiglio ha scelto le persone sbagliate con un metodo sbagliato. Persino il mite Tajani (FI/PPE) è stato molto tiepido su queste scelte.
Segue una sintesi di quanto è avvenuto al Consiglio europeo:
Il Consiglio europeo ha dimostrato la propria debolezza politica e strategica e la sottomissione agli interessi americani del complesso militare industriale e finanziario: a) invitare Zelesnky lo stesso giorno per firmare un “patto strategico” con UE e NATO è la rappresentazione della sottomissione; b) riconfermare (senza entusiasmo e convinzione) Ursula vdL è stato l’atto dovuto per compiacere quei settori di interessi americani ma anche tedeschi e francesi; c) imporre Costa alla presidenza del Consiglio è la garanzia di supina sottomissione al Patto Atlantico, cioè ai desiderata degli apparati USA; d) imporre Kallas come vicepresidente della Commissione e capo della politica estera e di sicurezza dell’UE è il completamento delle altre due nomine a garanzia della continuazione della guerra con la Russia.
L’astensione di Meloni su Ursula vdL mostra debolezza ma nelle intenzioni dovrebbe portare risultati tattici, cioè una vicepresidenza con deleghe ampie e pesanti (quali? Il Commissario al PNRR?). L’intero comparto industria-finanza-innovazione è opzionato dalla Francia che ha già indicato Breton, uno dei firmatari della pesante lettera contro Ursula vdL (firmata anche dall’uscente Gentiloni che è responsabile per l’economia sotto il temibile falco frugale baltico Dombrovskis che sarà quasi certamente riconfermato). Difficilmente l’Italia avrà spazio in questi settori. A Meloni per ora restano posti che nessuno vuole: agricoltura e pesca, o immigrazione.
Il voto contrario di Meloni su Costa e Kallas è irrilevante perché queste due posizioni e persone non hanno bisogno “dell’investitura democratica” del Parlamento, essendo la nomina una prerogativa del Consiglio.
Il risultato politico delle scelte di Meloni ha indebolito la sua leadership nel suo gruppo politico europeo (ECR) che per non perdere i 20 deputati polacchi del PiS (che erano pronti a trasferirsi con Le Pen nell’ID) ha dovuto condividerne gli organi di gestione. E comunque non è detto che dopo le elezioni francesi ciò non avvenga. Che i 20 del PiS voteranno contro Ursula vdL è cosa certa.
La così detta maggioranza Ursula è incentrata sul PPE, su un patto con i liberali (Renew Europe), e sull’appoggio esterno dei Verdi. Totale potenziale 399 deputati (e voti). Servono 361 voti al Parlamento europeo per “eleggere” Ursula vdL. È già noto e sicuro che 50 eletti di questa maggioranza voteranno contro Ursula vdL, mentre altri 50 sono indecisi (ancora nel PPE e RE, ma soprattutto tra i 40 dei Verdi). Quindi, la maggioranza Ursula oscilla in modo insufficiente tra un massimo di 349 e un minimo di 309 voti. Se la Meloni garantirà i voti dei suoi Fratelli d’Italia (25) potrebbe essere insufficiente ma avrà l’effetto politico di spaccare ECR e di mettere in crisi la maggioranza nazionale con la Lega che siede nel ID che voterà contro. E poi, dopo le epurazioni che sono seguite all’inchiesta di Fanpage anche i malumori dentro Fratelli d’Italia sarebbero più acuti.




