
di Andrea Sartori
Al Sangue di Cristo è legata la leggenda del Graal, la coppa che avrebbe raccolto il Sangue di Gesù sgorgato dal costato che appare nei romanzi del ciclo arturiano.
Dimentichiamo Dan Brown, che ha dato la stura ai Biglini e ai Magnani. La parola “Graal” deriva dal francese antico “greal” che a sua volta deriva dal latino “gradalis” cioé coppa.
Il Graal appare per la prima volta nel romanzo “Perceval ou le conte du Graal” di Chretien de Troyes del 1189. Nel romanzo è indicato come “un graal” ovvero una coppa («un graal antre ses deus mains / une dameisele tenoit» una coppa tra le sue due mani / una damigella teneva).
Non è ancora legato a Cristo, ma a probabili significati precristiani, che vengono ripresi del film “Excalibur” di John Boorman (tratto da “La morte d’Arthur” di Thomas Malory).
La connessione col Sangue di Cristo appare grazie al romanzo “Joseph d’Arimathie” di Robert de Boron, che narra come Giuseppe d’Arimatea avrebbe portato la Coppa col Sangue di Cristo in Britannia.
Il più grande romanzo che narra la ricerca del Graal è il “Parzival” di Wolfram von Eschenbach, che ispirerà il Parsifal di Richard Wagner. Non in tutte le versioni il Graal viene ritrovato da Parsifal: in alcune è Galahad, il puro figlio di Lancillotto, a trovarlo.
Ma esistono presunti Graal?
Nel Medioevo tantissime coppe vennero spacciate per il Graal. Di queste due sopravvivono. Il “Sacro Catino” conservato nella Cattedrale di San Lorenzo di Genova riportato da Guglielmo Embriaco al ritorno dalla Prima crociata. Il secondo è il Santo Càliz conservato nella Cattedrale di Valencia, donato dal monastero di San Juan de la Peña al re Martino I di Aragona in cambio di una coppa d’oro nel 1399.
Ma tutti “sappiamo” che il vero Graal l’ha trovato Indiana Jones.





