
di Carlo Di Stanislao
Tradire. Parola grossa. Che significa tradimento? Di un uomo si dice che ha tradito il paese, gli amici, l’innamorata. In realtà l’unica cosa che l’uomo può tradire è la propria coscienza
Joseph Conrad, Lord Jim
La traduzione di un manoscritto risalente agli anni tra il 220 e il 340 d.C. che riabilitava la figura dell’apostolo traditore Giuda Iscariota venne presentata il 6 aprile 2006 a Washington, presso la sede del National Geographic. Lo scalpore fu grande, la notizia da prima pagina. Il documento venne da subito chiamato “Il Vangelo di Giuda”, un vangelo apocrifo che ha fatto molto discutere.
Un manoscritto antico e fragile, composto da diverse pagine, autentico, scritto in lingua copta e che inizia con queste parole: “Qui si narra il segreto della rivelazione che Gesù fece parlando con Giuda Iscariota…”.
Ritrovato negli anni 1970 nel deserto egiziano, dopo essere passato nelle mani di diversi proprietari, nel 2000 venne acquistato dall’antiquario di Zurigo Frieda Nussberger-Tchacos. La donna lo consegnò alla Maecenas Foundation for Ancient Art di Basilea per farlo conservare e tradurre. Per cinque anni esperti linguisti, papirologi e storici della religione vi lavorarono, verificando ogni parola, appurando l’autenticità e svelando infine lo strabiliante contenuto di quello che è diventato uno dei più preziosi e controversi reperti dell’archeologia giudico-cristiana.
Quanto narra il Vangelo di Giuda contraddice il racconto di quattro ben più famosi Vangeli. Sin dalle prime righe il testo stupisce. Ripercorre gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, vi si leggono conversazioni tra lui e Giuda (trascritte da un testo originale risalente al 130-170 d.C).
Secondo i Vangeli di Luca, Marco, Matteo e Giovanni, Gesù era stato tradito da Giuda che lo aveva consegnato, per la somma di trenta denari, alle autorità del Tempio di Gerusalemme, le quali lo avevano consegnato al Prefetto romano Ponzio Pilato, il quale lo aveva condannato a morte per crocifissione.
Nel Vangelo di Giovanni vi è una frase detta da Gesù a Giuda che potrebbe essere ricondotta a questo loro accordo: “Qualunque cosa tu debba fare, falla in fretta.” Gesù considerava Giuda come il migliore fra i suoi discepoli, quello che più degli altri riusciva a servire Dio, a capire e attuare i suoi insegnamenti. Nel Vangelo di Giuda viene illustrato chiaramente come Gesù fosse cosciente della portata del sacrificio che stava chiedendo al suo apostolo: “Sarai maledetto per generazioni, ma regnerai su di loro – gli aveva detto. E Giuda si era sacrificato, accettando di diventare l’uomo più odiato e bestemmiato di tutta la storia dell’Umanità.
Allo stesso modo in cui i cristiani hanno faticato ad accettare gli ebrei, gli ebrei hanno sempre faticato ad accettare la figura di Gesù Cristo. Solo ultimamente è in corso una sua rivalutazione in chiave ebraica. Lo scrittore israeliano Amos Oz è fra coloro che si stanno prodigando per procurare un degno posto di riguardo nel Pantheon ebraico sia a Gesù,“quell’uomo irreprensibile e meraviglioso poeta di Nazareth”, che al filosofo Spinoza da tanti considerato un rinnegato.
“Sono tutti carne della nostra carne” ha detto di loro Amos Oz, dimostrandosi attento osservatore di quanto comunemente definiamo come tradimento. Sì, i cosiddetti traditori ammette che lo affascinano perché sente di essere sempre stato attratto da coloro che combattono contro il concetto di irreversibilità. Visto da quest’ottica il rinnegato diventa allora colui che ha il coraggio di cambiare mentre gli altri no, si ostinano a non capire perché temono il cambiamento. Quell’appellativo è già stato dato a Lincoln per aver abolito la schiavitù, a Churchill e Gorbacev per aver smantellato l’impero britannico e quello sovietico, a De Gaulle per aver posto fine al colonialismo francese, a Begin, Sadat, Rabin e Arafat per essersi stretti la mano. Quindi cosa c’è di male nel tradire le aspettative degli oltranzisti?
Oz non può esimersi dal dedicare un’attenzione tutta particolare a Giuda Iscariota, colui che viene giudicato come il traditore per antonomasia ma che fu anche il discepolo più fedele di Gesù e colui che lo amò più di ogni altro. C’è un dissidio in Giuda tra tradizione e novità, il tipico conflitto interiore del rinnegato illustrato anche nell’omonima canzone di Edoardo Bennato, Rinnegato, dove lui alla pari di Bob Dylan viene messo alla berlina dai suoi pseudoamici incapaci di accettare la sua passione per la musica rock, pronti ad accusarlo di “aver rotto tutti i ponti col passato”.
Ma Amos Oz va oltre. A suo dire Gesù non avrebbe mai potuto portare a compimento la sua missione senza la complicità di Giuda. Che cosa se ne sarebbe fatto di trenta denari un benestante che discendeva dalla nobiltà della Giudea, a differenza degli altri apostoli che erano tutti pescatori o poveri contadini di sperduti villaggi in Galilea? La casta sacerdotale di Gerusalemme decide di arruolare come spia Giuda Iscariota, un altolocato possidente della città di Keriot, e di inviarlo in Galilea. Lì diventa intimo di Gesù, gli viene assegnato il ruolo di tesoriere del gruppo dei dodici apostoli e ha modo di osservare quanto sta effettivamente accadendo. Solo che, sorprendentemente, Giuda finisce con l’attaccarsi a Gesù e volergli bene con tutta l’anima. Da uomo di mondo scettico e razionale Giuda si trasforma in un fervente seguace del Salvatore, il più entusiasta degli apostoli, forse il primo fra gli uomini a credere con un atto di fede alla divinità di Gesù, alla sua onnipotenza. A credere che Gesù sarebbe sopravvissuto alla crocifissione, tanto da essere disposto ad organizzarla per convincere il mondo della sua divinità, confidando nella complicità del suo mentore.
Ben diversa, a un primo ascolto, può apparire la versione proposta nel musical Jesus Christ Superstar dove Giuda non si discosta molto dallo stereotipo dell’infame che consegna il suo maestro alle autorità. Eppure nella scena in cui Gesù si sta lamentando della “povera Gerusalemme” e realizza di dover morire “per conquistare la morte” subentra lontanamente il sospetto che qualche tipo di accordo fra i due protagonisti deve pur esser stato stipulato. Giuda è assalito dai dubbi, teme giustamente di essere dannato per l’eternità, lascia addirittura intendere ai sacerdoti del tempio di non farsene nulla della ricompensa economica, di non essere venuto da loro di sua spontanea intenzione. In una scena successiva ha luogo il seguente dialogo sul tema della delazione fra i due protagonisti:
GESÙ: Perché non vai a farlo?
GIUDA: Tu vuoi che lo faccia.
GESÙ: Sbrigati, stanno aspettando.
GIUDA: Se sapessero perché lo faccio…
GESÙ: Non m’importa perché lo fai!
GIUDA: E pensare che ti ammiravo, perché ora ti disprezzo.
GESÙ: Sei un bugiardo — tu Giuda
GIUDA: Tu vuoi che io lo faccia! E se io me ne stessi qua e rovinassi la tua ambizione?
Notare che Gesù nel musical usa le stesse infamanti parole del diverbio avvenuto tra Bob Dylan e il suo accusatore fra il pubblico durante il concerto di Manchester. E forse soltanto dopo quello straordinario momento musicale delle 39 frustate inflitte al corpo di Gesù — la scena della flagellazione in Jesus Christ Superstar — affiora in Giuda un vero pentimento che culminerà nel suicidio.
Numerosi sono i riferimenti al bacio di Giuda nei testi di Bob Dylan. Da Seeing The Real You At Last (“qualsiasi cosa farai / per piacere falla presto”) ai seguenti versi tratti da With God On Our Side: “Nelle ore più buie / a questo ho pensato / che Gesù Cristo / fu tradito da un bacio / ma non posso pensare per voi / sta a voi decidere / se Giuda Iscariota / aveva Dio dalla sua parte”. La canzone What Was It You Wanted diventa maggiormente comprensibile se immaginiamo che sia Gesù a parlare per bocca di Dylan e chiedere a Giuda che cosa volesse quando fece il gesto di baciargli la guancia: “cos’è che volevi / quando mi hai baciato la guancia? / c’era qualcuno a guardarci / quando mi hai dato quel bacio? / qualcuno nascosto nell’ombra / qualcuno che potrei non aver visto?”.
Nell’intervista rilasciata sul suo sito qualche tempo dopo l’assegnazione del Nobel, Dylan dichiara — giustamente — di ritenere In The Garden una delle sue canzoni più sottovalutate. Appartiene al cosiddetto periodo cristiano. In essa il poeta esprime i suoi dubbi sull’effettivo grado di preparazione e fedeltà degli apostoli di Cristo. Quando Egli eseguì i suoi miracoli, loro ci credettero davvero? — sembra chiedersi Dylan. Quando Egli risorse, credettero ai propri occhi? Sapevano con chi avevano a che fare? In altre parole, poteva Gesù fidarsi di questi uomini rozzi e indecisi della remota Galilea? Nonostante il lungo tempo trascorso insieme e le tante professioni di fede, lo conobbero veramente per quel che era?
La risposta di Amos Oz a queste domande nel vento è che il vero fedele emissario di Gesù fu Giuda, colui che seppe leggere nei suoi pensieri e addossandosi il biasimo lo consegnò ai persecutori affinché la profezia si avverasse. Ma Giuda, anche lui, perdette la fede e il senso della vita a causa del mancato miracolo sulla croce. Quella della resurrezione fu un’altra storia, a cui lui non assistette. Si era già impiccato su quel fico maledetto, convinto di aver ucciso il suo maestro.
Fino a che punto arrivò la loro presunta alleanza nell’ideare il dramma della crocifissione? Possibile che — come ipotizza Amos Oz — Giuda fosse rimasto saldo nella sua fede mentre Gesù agonizzava sulla croce fra i tormenti, sicuro com’era che la morte sarebbe stata sconfitta e il popolo avrebbe accolto il Salvatore? Che soltanto quando nulla di tutto questo accadde egli — il primo, unico e ultimo cristiano — capì di aver causato con la propria iniziativa la morte dell’uomo che più amava e ammirava? Nessuno degli altri apostoli è morto con Gesù di Nazaret, anzi c’è chi lo ha immediatamente rinnegato. Giuda è stato l’unico che non se l’è sentita di vivere dopo la crocifissione del Salvatore.
Una rivalutazione di Giuda Iscariota è stata portata avanti anche dall’autore veneto Giuseppe Berto in La Gloria, un libro irriverente in cui Berto — alla pari di Leonard Cohen — si chiede se in Gesù prevalessero le pulsioni di amore oppure quelle di morte. Maestro e discepolo vengono rappresentati intenti a mettere in scena un evento già scritto. Per realizzare appieno la sua missione di figlio di Dio, Gesù era infatti nella condizione di ritrovarsi vincolato a una morte prossima e volontaria, di dover morire per gli altri. Necessitava però di uno strumento e Giuda rispose alla chiamata.
Qualcosa poi, nel resoconto fatto da Giuseppe Berto, non funzionò. Lo scrittore prende le difese di Giuda. Mentre gli altri apostoli nel momento del bisogno si dileguarono e il Padre abbandonò il Figlio, non fu certo Giuda a mancare all’appuntamento benché fosse soltanto un uomo. Un dramma così splendidamente moderno non si era ancora mai visto.
Si sa che nell’ultimo periodo della sua vita Jorge Luis Borges amava ascoltare i Rolling Stones (famoso un suo breve incontro con Mick Jagger davanti all’hotel Palace de Madrid). In uno dei loro pezzi più celebri, Sympathy For The Devil, compare un ultimo personaggio nel dramma della crocifissione: il diavolo, che nella canzone dice che si trovava da quelle parti quando Pilato — lavandosene le mani — sigillò il fato di Gesù Cristo.
Dice invece Borges in Tre Versioni di Giuda: “Supporre un errore nella Scrittura è intollerabile; non meno intollerabile ammettere un fatto casuale nel più prezioso avvenimento della storia del mondo. Ergo il tradimento di Giuda non fu casuale; fu cosa prestabilita, e che ebbe il suo luogo misterioso nell’economia della redenzione”.





