Home Politica BARI-TORINO-PALERMO, È POSSIBILE ARGINARE LA CORRUZIONE ELETTORALE MAFIOSA E NON MAFIOSA?

BARI-TORINO-PALERMO, È POSSIBILE ARGINARE LA CORRUZIONE ELETTORALE MAFIOSA E NON MAFIOSA?

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di Donato TROIANO*

Nell’ultima settimana le indagini della magistratura hanno portato alla luce un altro gravissimo reato che ha interessato il centrosinistra in Puglia: il voto di scambio politico-elettorale.

Molti personaggi, ruotanti attorno al centrosinistra e al sistema Emiliano, sono stati arrestati o indagati. Tra questi il marito dell’Assessora Regionale ai Trasporti Anita Maurodinoia, eletta con 20 mila preferenze, che si è vista costretta a dimettersi dalla Giunta regionale presieduta da Michele Emiliano.

L’intervento della magistratura, le cui indagini sono partite dal 2019, ha provocato un vero e proprio terremoto politico nel campo largo del Centrosinistra pugliese.

Infatti, il Partito dei 5 Stelle si è ritirato dal Primarie indette per individuazione del candidato Sindaco di Bari, fissate per lo scorso 7 aprile e annullate.

Le forze politiche del Centrosinistra in Puglia e a livello nazionale stanno gareggiando tra di esse per condannare, soltanto dal punto di vista morale, la pratica della compravendita dei voti.

Dopo Bari altri casi di scambio di voti mafioso e non mafioso sono venuti alla luce a Torino e Palermo.

Tutte le forze politiche – di destra, di centro e di sinistra – nei prossimi mesi, con molta probabilità, indicheranno la causa della corruzione elettorale nel voto di preferenza.

Il dibattito nazionale su questo tema porterà alle estreme conseguenze le riforme attuate nel passato a proposito dei voti di preferenza.

Nel 1993, in piena Tangentopoli, il Parlamento italiano approvò la legge n. 81, che ridusse ad una la preferenza nell’elezione dei Consigli comunali e regionali.

Il 4 agosto dello stesso anno furono approvate le leggi 276 e 277 (Legge Mattarella), con cui furono eliminati i voti di preferenza nell’elezione dei deputati e dei senatori.

L’eliminazione delle preferenze e l’uso delle liste bloccate furono confermati dalla legge n. 270 del 21 dicembre 2005 (Legge Calderoli) e dalla legge n. 167/2017 (Rosatellum).

Nel 2012 fu introdotta la doppia preferenza di genere con la legge n. 215 nelle elezioni regionali e comunali.

Addirittura, con la legge n. 56/2014 (Legge Delrio) fu cancellato il diritto dei cittadini di eleggere i Consiglieri provinciali.

L’eliminazione del voto di preferenza nell’elezione del Parlamento e la drastica sua riduzione nell’elezione dei Consigli regionali e provinciali hanno contribuito all’azione di contrasto del voto di scambio mafioso e non mafioso? Certamente no! Peraltro la qual cosa consentirebbe alla partitocrazia di decidere chi deve essere eletto, cosa ancor più negativa, per non parlare del fatto che molte liste elettorali sono veri e propri comitatielettorali  privi nella sostanza di tradizione politica e di una base reale.

La grave situazione di corruzione elettorale, confermata ancora una volta dalle ultime vicende di Bari, Torino e Palermo, non cambierebbe neanche ove, sulla base delle ultime vicende, si dovesse ricorrere alle liste bloccate anche per la elezione dei Consigli regionali e comunali.

La persistenza della corruzione elettorale ha la sua causa soprattutto in una serie di riforme istituzionali, che sono state varate negli ultimi anni con il consenso dei partiti di sinistra e di destra: la soppressione dell’articolo 130 della Costituzione italiana e la separazione del potere di indirizzo e controllo dal potere di gestione negli Enti Locali e nelle Regioni.

Innanzitutto, va riesaminata responsabilmente la problematica del controllo sugli atti degli Enti locali.

L’abolizione dell’articolo 130 della Costituzione Italiana, attuata con la revisione del Titolo V, è stato un regalo alle organizzazioni criminali e mafiose, una ulteriore facilitazione della politica clientelare e un colpo esiziale alla funzione di controllo delle forze di opposizione negli Enti Locali.

Gli amministratori locali e i dirigenti pubblici, i cui atti sono stati privati del controllo esterno, sono stati lasciati soli in una situazione generalizzata di continui tentativi delle organizzazioni criminali di infiltrarsi nella vita degli Enti locali.

Addirittura, la separazione del potere di indirizzo e di controllo, attribuito agli eletti dal popolo, dal potere di gestione, consegnato nelle mani di dirigenti e funzionari pubblici, ha spalancato le porte alle incursioni e ai condizionamenti mafiosi e non mafiosi nella gestione della cosa pubblica.

Pertanto, se si vuole seriamente porre argine ai fenomeni corruttivi mafiosi e non mafiosi, occorre mettere mano a tre riforme: la reintroduzione dell’articolo 130 nella Costituzione Italiana, la riunificazione delle prerogative della programmazione e della gestione nelle mani degli eletti, la riformulazione dell’articolo 142 del Testo Unico degli Enti Locali, al fine di renderlo più garantista e più efficace.

In particolare, la riformulazione dell’articolo 142, riguardante la rimozione del Sindaco, della Giunta e del Consiglio comunale, potrebbe diventare uno strumento efficace e di rapida applicazione nei casi in cui fossero rilevate, accertate e documentate gravi e persistenti violazioni di leggi.

Sarebbe sufficiente introdurre nell’articolato il contraddittorio tra i funzionari ministeriali o prefettizi su delega del Ministro dell’Interno da una parte e il Sindaco del Comune interessato dall’altra, a garanzia del diritto costituzionale di difesa.

In breve tempo, a parte le relative indagini giudiziarie, sul piano prettamente amministrativo e sanzionatorio si potrebbe liberare la Comunità da una gestione dell’Ente locale corruttiva mafiosa e non mafiosa.

*Coordinatore regionale dei Liberaldemocratici Italiani della Puglia

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